venerdì 6 aprile 2012

Il drago [racconto]



Com'è nata la storia

In seguito alla tragedia dello tsunami che ha colpito il Giappone, Lara Manni ha lanciato l'idea di un sito, http://www.autoriperilgiappone.eu/, che ospitasse racconti e illustrazione donate da scrittori e artisti, con la possibilità per i visitatori di effettuare una donazione a Save the Children.
Il drago è nato in un paio di giorni, quando ho iniziato a rimuginare su quale potesse essere l'idea adatta per un'ambientazione giapponese. Non era obbligatorio che le storie fossero legate a quanto accaduto o al Paese del Sol Levante, ma per quanto riguardava la mia, preferivo fosse così. Le immagini che i telegiornali mostravano in quei giorni - le città invase dall'acqua, le macerie - si mescolavano ai ricordi dei cartoni di Miyazaki (La città incantatae il drago che vi compare) e poi ai tanti altri draghi di cui avevo letto o che avevo visto nei film (tra tutti, Fucur della Storia infinita e Draco diDragonheart).
Così è nato Il drago: lo trovate on line qui http://www.autoriperilgiappone.eu/?page_id=700 dove già compaiono diversi commenti di chi lo ha letto: ma se volete lasciarmi il vostro parere anche qui, ve ne sarò grata. Per me è importantissimo il feedback dei lettori.
Un ringraziamento speciale alla Socia Vale, che mi ha aiutato con la resa dell'ambientazione giapponese, delle abitudini e dei caratteri orientali (dall'uso di -san e -chan alle reazioni al dolore e così via).

Il drago

«Lo sai chi ho incontrato, mamma? Un cucciolo di drago!»
«Sì, Haru.» risponde Manami. «Finisci la cena.»
Lui fatica a maneggiare le bacchette con le dita troppo piccole. «L’ho incontrato sotto gli alberi, vicino alla sabbia in giardino! Lui…»
Manami non lo ascolta. Le si chiudono gli occhi, ma ancora deve riordinare e poi finire il lavoro che ha in consegna. Non può permettersi ritardi. Non da quando è sola a badare a Haru. «A letto, su.»
«Lo vuoi incontrare anche tu, mamma?»
«Chi, tesoro?»
«Il cucciolo di drago! Ha detto che porta fortuna!»
«Va bene, Haru. Domani, magari. Adesso vieni che ci laviamo e poi si dorme, d’accordo?»
O meglio, Haru dorme. Lei invece si siede al tavolo della sala, fruga tra i cestini, le pezze e i rocchetti di filo. Si strofina le palpebre, inforca gli occhiali e prende l’ago per gli ultimi tocchi alle cuciture del vestito di Ueda-san.
Dalla stanza accanto sente la vocina acuta di Haru mormorare nel sonno.

«Se inizia a piovere torna subito in casa.» raccomanda Manami il pomeriggio seguente, sulla porta di casa. Il cielo è grigio e pesante. L’aria immobile. Lei è rientrata dal lavoro al ristorante e ora deve uscire di nuovo, per consegnare il vestito di Ueda-san. Spera che le dia qualcos’altro da confezionare per arrotondare la paga del part time.
Deve pensare a come ringraziare Saya-san, che è così gentile da aiutarla a badare a Haru. L’anno prossimo finalmente inizierà le elementari e sarà più facile gestirlo. Rimpiange di non averlo mai iscritto alle materne, ma era troppo timido e piangeva appena provava a lasciarlo. A Saya-san ormai è abituato, la chiama zia, la aiuta a preparare i biscotti.
«Tranquilla, mamma.» Haru le dà un bacio e corre verso il giardino sul retro. Giocherà con la sabbia – e il cucciolo di drago , già – fino all’ora di merenda. Saya-san lo terrà d’occhio dalla finestra.
Raggiunge il cancelletto con l’involucro di carta velina sotto braccio, fatica un po’ ad aprire e richiudere e il vestito quasi le sfugge. Manami osserva il cielo. Scuote la testa per liberare gli occhi dai capelli: c’è troppo vento, le ciocche le coprono la faccia. Meglio sbrigarsi.

«Vieni a prendere un tè, Manami-chan.» la invita Saya-san, quando rientra.
«Grazie.» Ed è davvero grata di potersi sedere nella sua cucina. Le fanno male i piedi e gli occhi non smettono di bruciarle.
«Mamma!» saluta Haru, affacciandosi alla finestra.
Lei sobbalza, Saya-san fa quasi cadere la tazza che sta portando in tavola.
«Haru! Non si grida così!» lo rimprovera.
«Scusa, io…»
«Te lo dico tutte le volte!» Sa che non dovrebbe alzare la voce. Ma è proprio stanca. Stanca di avere paura di non farcela.
«Va bene.» Haru china la testa.
«Vuoi venire a mangiare i biscotti, tesoro?» interviene Saya-san. Posa la mano sulla spalla di Manami.
«Dopo. Il cucciolo di drago vuole mostrarmi la sua tana, posso?…»
«Vai pure.» Manami vuole vederlo sorridere. Tanto Haru sa che non deve allontanarsi.
Lo guarda correre verso la sabbia.
Chiacchierano un po’, lei e Saya-san. Le fa bene, potersi rilassare, parlare senza pensare ai problemi.
Poi tutto inizia a tremare.
Saya-san impallidisce. Il piatto di biscotti vibra, raggiunge il bordo del tavolo e cade, frantumandosi.
«Haru…» mormora Manami. Corre fuori, scivola , urta la porta d’ingresso con il braccio. «Haru!»
Ma lui in giardino non c’è.

Manami ignora la voce di Saya-san. Chiama Haru. Lo cerca nelle strade. La gente ha paura. La polvere riempie le vie, alcuni palazzi sono crollati. Arrivano i soccorsi, la polizia. Tanti si stanno rifugiando sui tetti. Non le interessa. Vuole solo il suo bambino, anche se non ha più voce per gridare. «Haru!»
Non sa quanto tempo è passato, quando vede l’onda.
Prova a cercare un riparo, ma riesce solo a correre per qualche metro. L’acqua è nera, veloce. La travolge, la solleva e la fa sprofondare. Le riempie la gola e nasconde tutto. Diventa un gelido buio che le gonfia lo stomaco e continua a mutare, la tira e sembra la voglia strappare in due.
Haru !
Stringe gli occhi, ma vede lo stesso la luce.
Sinuosa, lunga. Ha il colore delle alghe, dell’erba. È impalpabile eppure solida, il nero delle acque sembra ritrarsi al suo passaggio. E quella forma di luce la guarda con un occhio che scintilla.
Haru !
L’essere sembra tremare.
Salvalo! Salva Haru! 
Di nuovo il drago trema. La sua voce è profonda quando Manami la avverte.
Non ha voluto. Ha desiderato fossi tu .
Lei si rifiuta di capire cos’è quel gelo nuovo che ora la stringe. No! No! Non voglio! Vai da Haru! 
Poi la luce verde divampa, tutto il resto scompare.

Quando apre gli occhi è sdraiata su una coperta umida. Sopra di lei, il cielo vuoto. Tutto intorno, un silenzio profondo, rotto solo da passi strascicati, da poche voci sommesse.
«Haru…» prova, ma la sua gola è martoriata, quello che esce è un flebile gracchiare.
«Manami-chan…» La mano di Saya-san le accarezza la fronte, incerta. Ha i capelli scompigliati, il volto terreo, un maglione troppo grande per essere suo.
«Dov’è Haru?» Si solleva anche se Saya-san cerca di calmarla. Vede le decine di sfollati, i poliziotti, gli infermieri, i pompieri che si affannano. Barcolla, ma riesce a stare in piedi, non sa con quale forza. Ferma uno dei poliziotti, ignora i suoi tentativi di calmarla, lo implora, ma è come un sogno, non sente le proprie parole, è un film senza audio.
Alla fine lui china il capo, la guida verso una tenda di fortuna .
Lì sono in tanti, tutti dormienti, tutti gelidi. Poche persone mormorano, le teste chine sui corpi dei cari ormai muti. Quando Manami solleva il telo, Haru stringe ancora il pupazzo di un drago verde, gli si aggrappa e ha gli occhi serrati come se stesse pregando il suo amico di scacciare la paura. 
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