lunedì 23 aprile 2012

Ossessioni scrittorie [Turn the Page]

Nuovo post che rispolvera articoli dal blog precedente. Il titolo direi che rende già chiaro l'argomento, quindi senza indugio vi lascio a quanto pubblicato originariamente sul Cannocchiale. Turn the page!


Rispondo con questo post a quello scritto dall'Ineffabile Socia-Coinquilina Sam, che ha sollevato l'argomento delle "ossessioni dello scrittore". Ognuno ha le sue: temi ricorrenti, topoi che si ripetono, atmosfere che si riconoscono da una storia all'altra, fatal flaw dei personaggi, ovvero debolezze che diversi protagonisti condividono, e così via.


Chiunque ha ossessioni, paure e dubbi che lo perseguitano, o semplicemente interessi e passioni più forti di altri; e se questo è vero in generale, ancora di più lo è per chi si dedica alla narrazione di storie. Non mi importa cercare significati freudiani e interpretazioni psicologiche dietro questo semplice fatto; qualche volta possono sussistere, qualche volta proprio no. Lo scrittore è in ciò che scrive, ma non è ciò che scrive. E anche se, almeno per quanto mi riguarda, scrivere è svelarsi - a se stessi prima ancora che agli altri - sono matematicamente certa che il lettore che tentasse di interpretare il mio carattere o le mie reali esperienze dalle storie che invento sbaglierebbe il novanta per cento del tempo; e il dieci per cento restante sarebbe azzeccato di fortuna. Perché le cose non sono così ovvie come appare in superficie, anzi.


Ad ogni modo, ecco alcuni temi/situazioni/immagini che ricorrono spesso nei miei romanzi e racconti:


L'autodistruzione.
Cominciamo con uno allegro, eh? Ma mi rendo conto che si tratta di un topos presente fin dalle mie primissime storie. Da Snorraka che nelPortatore di Tenebra si graffia a sangue (no, non è un emo; lo faceva già ai tempi delle prime stesure, risalenti al periodo 1999-2000, anche se è stato poi publicato nel 2008) fino a personaggi più recenti di storie mooolto più mature di quella.
Farsi del male - fisicamente e non solo - e lasciarsi fare del male. La voluttà della distruzione di sé, nei casi più estremi, o semplicemente il dolore - di nuovo: fisico e non solo - che sommerge, contro cui combattere. La lotta contro se stessi, non solo contro gli antagonisti esterni. Fino al suicidio, come estrema rappresentazione di queste tematiche.

Il divino.
Un divino ideale nelle primissime stesure del PdT, velocemente modificato in un pantheon di stampo neopagano; il divino negato in storie interamente umane; il divino nato dalle illusioni in Handmade God, racconto lungo dedicato alla mia città, Biella, che mescola le mie invenzioni alle tracce delle antiche divinità locali e alla nota "Madonna nera" di Oropa, e che comparirà nell'ebook Divinità minori curato da Writer's Dream; il divino femminile, materno ma soprattutto oscuro, indifferente, annoiato, ironico, delle mie ultime storie; il divino delle creature del folklore. La mia visione del sacro spesso è - perdonate il bisticcio - dissacrante, quando si tratta di confrontarsi con le religioni "ufficiali"; soprattutto, si divide tra l'incomprensibile - se esiste una divinità (femminile), allora è inquietante - e il degradante - figure divine di ottusa ciecità.

I personaggi maschili.
Vado in controtendenza: non mi vengono spontanee né le guerriere superfighe & superpotenti & superlacrimose-perché-tanto-sensibili, e nemmeno le adolescenti innamorate che conquistano il bel tenebroso di turno. Per lo più, mi trovo molto meglio con personaggi maschili. Mi viene spontaneo l'uso del loro punto di vista, sono quasi sempre loro i miei protagonisti. Il che è insidioso, lo so: chi mi dice che sono in grado di calarmi nei panni dell'altra metà del cielo? Mi conforta che, quando mi è capitato di far conoscere alcuni di questi personaggi a lettori che non sapevano chi li avesse creati, mi hanno sempre scambiata per un autore maschio! Forse allora mi vengono abbastanza bene^^ Un amico mi ha detto "vuol dire che senti bene la voce del tuo animus", inteso, sì, in riferimento alla psicologia. Che sia così o meno... questo è quanto.

L'incomprensione con i genitori.
Che sono spesso assenti o violenti o distratti. Ritornano più volte, nelle mie storie, personaggi che soffrono perché non rispondono alle aspettative dei genitori, o che sono rimasti senza il padre o la madre - per tanti motivi. Conflitti aperti, sensi di colpa, inadeguatezza, l'ansia di cercare una propria strada al di là dell'incertezza e delle paure, di affermarsi per come si è - scoprire come si è - al di là di come gli altri ci etichettano.

On air: Anathema, Alternative IVFeel


L'immagine viene da qui.

7 commenti:

  1. Thumbs up per i personaggi maschili, succede anche a me. Però soprattutto se sono meschini e schifosi. Sarà un mio modo di esprimermi perché sono brutta dentro (:P), ma più sono viscidi e più mi diverto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. I "cattivi", quando non sono "kattivi" - spero sia chiaro la differenza, altrimenti spiego - hanno indubitabilmente un grande fascino. Se si dà loro la complessità che merita, sono bellissimi da descrivere. Anche quando poi li si odia per quello che fanno!

      Elimina
  2. Oh beh, noto di aver una fissazione "speculare" alla tua: spesso e volentieri i miei protagonisti non sono altro che...protagonistE.
    Oltretutto, detto proprio sinceramente, non penso d'esser così dentro la mentalità femminile da comprenderla come le mie tasche. Eppure mi torna più comodo!

    E non posso far altro che dire che i cattivi sono sempre i migliori, ma quando sono senza la k, ma con la C maiuscola U_U

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In genere trovo chi predilige i personaggi del proprio sesso, o di quello opposto, ma è raro sentir dire da un autore che sente di destreggiarsi altrettanto bene con entrambi... Delle (poche) donne che ho creato non sono delusa, ma è indubitabile che quasi sempre i protagonisti che spuntano nella mia testa sono maschi.

      Elimina
  3. Io sono uno di quei rari scrittori (dico scrittore perché ancora non ho pubblicato nulla) che riesce a destreggiarsi sia con i personaggi femminili che con quelli maschili. Mi piace giocare con i punti di vista, cambiare "panni" per così dire, entrare nella mente di diversi tipi di personaggi (compresi cyborg, androidi, alieni...).
    Anche a me piace giocare con il divino. Soprattutto mi piace mescolare diverse mitologie: Angeli e Arcangeli, mitologia norrena, mitologia greco-romana, mitologia celtica...
    Mi diverto tantissimo a creare cattivi Cattivi e cattivi che non sono poi così cattivi e che dopo una dolorosa presa di coscienza passano dalla parte dei buoni. Però nel mio caso entrambi hanno le loro ragioni per fare quello che fanno: mi piace creare personaggi a tutto tondo, che possano vivere di vita propria.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quella è anche la mia aspirazione: creare personaggi che siano persone. E il 99 % dei lettori mi dicono che in genere ci riesco, il che mi conforta. Sono i personaggi il vero motore delle storie e ciò che amo di più creare.

      Elimina
    2. Mi trovi assolutamente d'accordo!

      Elimina