lunedì 21 maggio 2012

The Mist [Turn the Page]

Lunedì, e un nuovo articolo della serie Turn the page, ovvero riproposti dal mio vecchio blog sul Cannocchiale. Con un altro film: The Mist.


Fear changes everything. Questa è la frase che si legge nel poster originale di The Mist (molto meglio rispetto alle becere scritte di quello italiano, che oltre tutto traduce con "romanzo" la parola tale: La nebbia, di Stephen King, da cui il film è tratto, è un racconto dall'antologia Scheletri, non un "romanzo").
Fear changes everything, la paura cambia ogni cosa, ed è proprio allo sgretolarsi di umanità, solidarietà, ragione che assistiamo nel corso del film. Tema caro a Frank Darabont, regista di tre pellicole tratte da King (oltre a questa, Le ali della libertà e Il miglio verde, entrambi splendide), nonché firma dietro alla serie tv The Walking Dead, alla quale dedicherò un (tragicomico) post alla conclusione della seconda serie, tra non molto. In effetti, il difetto principale di The mist è una certa verbosità retorica nelle sequenze in cui i personaggi riflettono su come la situazione estrema in cui si trovano abbia provocato esplosioni di violenza e follia, e sull'animale uomo, e... bla bla bla. Nulla di originale, che tuttavia avrebbe funzionato semplicemente mostrandolo attraverso le scene; quando lo si dice, e lo si ripete, ecco che la sospensione dell'incredulità si rompe e lo spettatore pensa "sì, ok, il regista ha espresso il suo punto di vista, grazie della lezioncina, andiamo avanti?"

Niente di così fastidioso quanto le situazioni analoghe di Walking dead, comunque; e tolto questo sassolino dalla scarpa, si può passare invece a quello che funziona. Perché The mist è un film onesto, divertente - non nel senso di comico ovviamente; parlo di entertainment - e con una zampata finale davvero crudele (e che quindi non poteva non entusiasmarmi, non essendo io amante dei "lieto fine ad ogni costo" e anelando a un po' di humor nero e di cattiveria nel mondo annacquato di troppa produzione fantastico-horror contemporanea).
La trama: l'arrivo di una nebbia misteriosa costringe un gruppo eterogeneo di persone, abitanti della classica piccola cittadina in puro stile-King, a rifugiarsi in un supermercato (chi ha detto L'alba dei morti viventi? Sì, ma il deja vu in questo caso non è particolarmente fastidioso). Perché nella nebbia si nascondono cose terribili: creature che provengono da un'altra dimensione. Affamate.

Una trama che ha il sapore delle buone, vecchie storie sci-fi, per certi versi, ma ovviamente modernizzata in una fantasmagoria di animali mostruosi - i tentacoli che vedrete nel corso della prima uccisione sono o non sono bellissimi? E questo nonostante gli effetti speciali al computer non siano sempre al top. E i terribili ragni dalle teste simil-teschio, che sputano bava corrosiva e si mangiano le persone da dentro in puro stile Alien? E poi zanzaroni, pseudo-pterodattili... e il non mostrato, l'intravisto - versi raggelanti, sagome enormi che sono giusto ombre grigie nella nebbia - è ancora più suggestivo. Sì, il piacere nel rievocare le creature, che si portano dietro tutta una serie di momenti genuinamente sanguinosi e di efficace tensione, è quello un po' infantile che si prova di fronte al grottesco, surreale potere del migliore horror (per fare un paragone con un altro mezzo artistico, penso agli albi di Dylan Dog più geniali, come, ad esempio, Golconda). La macchina-film insomma fila che è una meraviglia, in un crescendo che è dato non solo dal puro fantastico di mostri e uccisioni, ma anche dal rapido degenerare dei rapporti umani, guidato da quello che ormai è quasi un tòpoi, la Fanatica Religiosa che blatera di Apocalisse. E così il gruppo si assottiglia, i prepotenti diventano fifoni, i gentili & sottomessi lottano con coraggio. E se il protagonista Thomas Jane non si può definire granché espressivo, meglio la bionda Laurie Holden (ahimé, Andrea in Walking Dead, dove compare insieme a Melissa McBride, specializzata nel ruolo di madre, che in The Mist ha una breve comparsa. A dimostrazione che non sono pochi i registi che coltivano un certo feticismo nei confronti di determinati attori...) Se la cava benissimo anche il marmocchio di turno, Nathan Gamble, che riesce in qualcosa di raro quando si tratta di bambini nei film: non è fastidioso, e anzi la sua paura, il suo succhiarsi il pollice, i suoi abbracci al genitore risultano credibili e commoventi.

Crudo, ma non perverso, sanguinoso, ma non morboso, ecco perché The Mist potrebbe piacere anche a chi si tiene ben lontano dalle derive ultra splatter degli slasher movie del giorno d'oggi.

5 commenti:

  1. Visto e piaciuto!
    Però che rabbia...

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Per il finale nerissimo? Sì, anche per me è stato un pugno nello stomaco (anche perché il racconto è diverso). Ma in questo caso direi... meglio il finale cattivissimo del film!

      http://www.youtube.com/watch?v=0ERd3GlvxL8&fb_source=message

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  2. secondo me il finale è inutilmente negativo.
    ho preferito sicuramente quello del racconto,mi ha ricordato un sacco "gli uccelli"di hitchcock.

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    1. Quello del racconto è vero, ricorda Gli uccelli. Però ho trovato molto potente anche quello del film, da un lato come modo per rendere l'ironia tragica della vita che frustra gli sforzi umani, dall'altro lo sguardo che il protagonista e la madre che è riuscita a salvare i figli mi ha lasciato il sapore di una sorta di "punizione", perché nessuno ha voluto aiutarla all'inizio.

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