giovedì 24 maggio 2012

This is the end (?)

Qualche giorno fa ho preso parte a un'interessante discussione sui finali delle storie. Anche questo è stato un argomento emerso nel gruppo Labor Limae di Facebook (grazie a tutti). Tanti hanno espresso la propria opinione; io vorrei in questo post riprendere quello che ho scritto in quella sede per proporvi magari qualche spunto di riflessione. Aspetto le vostre opinioni!

Mi torna in mente La Storia Infinita di Michael Ende: Questo, ecco, proprio questo era ciò che lui aveva sognato tanto spesso e che sempre aveva desiderato da quando era caduto in preda alla sua passione: una storia che non dovesse mai avere fine. Il libro di tutti i libri, sono i pensieri di Bastiano quando nella libreria del signor Coriandoli trova il libro intitolato in modo così affascinante. L'Infinito cui rimanda però questo romanzo, io credo, non è quello delle mega-saghe da decine di volumi, troppo spesso ripetitivi: si allude al fatto che, a meno di non terminare una storia con un'apocalisse totale che annienti cose e persone, le conseguenze di ciò che i personaggi hanno vissuto rappresenteranno un ideale proseguire, che venga scritto o meno. Calvino diceva come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Questo, a mio parere, è valido anche per i finali. Ed è ciò che esprime, ritengo, anche il continuo ripetersi della frase ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta proprio nella Storia Infinita di Ende, ogni volta che Bastiano incontra altri personaggi, per poi lasciarli nel proseguire il suo viaggio. Quando chiudiamo un libro, resta ancora molto di inesplorato.

Da autrice, questo per me comprende tutto il prima (o background), il durante-ma-che-non-serve-al-lettore (ciò che io so accadere, ma per i motivi più vari - di struttura, di coerenza del testo, di lunghezza e così via - non inserirò nel romanzo) e il dopo (tutto quello che occupa i miei pensieri sui personaggi che amo, quando mi chiedo che ne sarà di loro al di là dell'ultima pagina; il che è anche ciò che può dare origine a una continuazione della storia, se il "dopo" che immagino è abbastanza potente, se i personaggi possono reggere nuove pagine).

Non uso a caso queste espressioni: non amo tirar per le lunghe una storia e scrivere sequel "tanto per". A dirla tutta, non sono una fan delle saghe. Solo se il tema lo merita, se l'idea per una storia nuova è abbastanza "potente", come ho detto sopra, e se i personaggi sono così vivi, interessanti e intriganti da rendere inevitabile che io continui a trattare di loro, solo allora mi dico ok, questa storia s'ha da continuare. A me piacciono le conclusioni "vere": quelle con un senso, quelle "giuste", non forzate (nulla di peggio che un lieto fine inserito a forza per salvare il personaggio X); quelle che in ogni caso concludono almeno una fase della vita dei personaggi in questione e lasciano il lettore soddisfatto, toccato da una resonance che magari non saprà esprimere, ma che non lo abbandonerà. Per questo anche nelle "serie" preferisco quando ogni romanzo può essere letto indipendentemente dagli altri: ok, se conosco tutti i volumi della saga colgo rimandi, sfumature, dettagli in più, ma se leggo solo uno dei libri vorrei potermelo godere comunque come qualcosa di indipendente e abbastanza "robusto" da stare in piedi da solo. Occorre trovare il modo di far convivere un finale soddisfacente - che davvero "finisca" - con una struttura più ampia, che continui; creare una singola storia così bella che se anche il lettore non conosce il passato di tutti i personaggi e i rimandi a ciò che è già successo, può leggere e godere del libro senza disorientamento. Cerco cioè l'equilibrio tra un "macro" che continua e diventa saga e i singoli "micro" che invece si concludono di volta in volta, per unire da un lato il quadro più ampio e complesso dato (banalizzando) da "tante pagine a disposizione per approfondire e arricchire", dall'altro il senso che ogni libro comunque porti a qualcosa, sia un passo avanti.

Apprezzo le conclusioni che lasciano comunque qualche incertezza (il che non coincide necessariamente con un cliffhanger, sia chiaro): piuttosto del lieto fine o della tragedia totale, amo il "bittersweet", far sì che i personaggi sopravvissuti, concluso quel viaggio, debbano ripartire per un altro (metaforicamente o meno). Non è necessario, secondo me, che il lettore sappia per filo e per segno tutto quello che il protagonista farà d'ora in poi; anzi, non è più affascinante se il lettore porterà con sé un po' di ambiguità, un frammento di quel "c'è qualcosa di più" che, in fondo, è anche della vita, non solo delle storie? Basta che il personaggio abbia compiuto un passo decisivo nel suo arco di trasformazione, che abbia acquisito una nuova consapevolezza, preso la scelta che prima si rifiutava di accettare, messo in gioco le sue certezze riemergendo trasformato. Ancora una volta sono i personaggi, secondo me, a condurre al cuore della storia e a dettare le scelte di un autore; e un finale soddisfacente non è necessariamente quello "bianco" o "nero".
Preferisco di gran lunga le sfumature.

And the story ends
Insanity said coldly
Still waiting for the chance
So out of nowhere it will rise
Oh, and another journey starts
By the call of the moon

On air:
Blind Guardian, And the story ends

L'immagine viene da qui.

8 commenti:

  1. Penso che fare una targa d'oro di quest'articolo sia la cosa migliore U_U

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    1. Troppo gentile! Sono solo i miei umili two cents ^___^

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  2. Bel post! :)
    Sul non forzare il finale sono perfettamente d'accordo, anche se la mia linea di pensiero è inversa, ovvero: non c'è bisogno dell'epilogo tragico a tutti i costi, specie quando è evitabilissimo ma lo si vuole cacciare a forza esclusivamente per fare colpo sui lettori :-|
    Quanto alle sfumature... be', stesso discorso, più o meno: anche qui, sopporto poco quelle conclusioni aperte che tendono al cupo solo per dare un'ultima mazzata, giusto per avere l'epilogo memorabile.
    Comunque va detto che di mio sono per il finale positivo: non tutto rose e fiori, ma neanche tutto morte, distruzione e disperazione.

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  3. Sul non forzare il finale sono perfettamente d'accordo, anche se la mia linea di pensiero è inversa, ovvero: non c'è bisogno dell'epilogo tragico a tutti i costi, specie quando è evitabilissimo ma lo si vuole cacciare a forza esclusivamente per fare colpo sui lettori :-|

    Concordo. Siccome mi è capitato più spesso di trovare finali forzati in senso "volemose bene", ho sottolineato quelli, ma vale anche l'inverso.

    Quanto alle sfumature... be', stesso discorso, più o meno: anche qui, sopporto poco quelle conclusioni aperte che tendono al cupo solo per dare un'ultima mazzata, giusto per avere l'epilogo memorabile.

    Ogni storia ha il "giusto" finale: lieto, tragico, dolceamaro... L'autore accorto lo riconosce, l'autore serio lo usa senza forzare solo per il gusto di far colpo.

    Comunque va detto che di mio sono per il finale positivo: non tutto rose e fiori, ma neanche tutto morte, distruzione e disperazione.

    Quando si tratta di storie altrui, preferisco il finale positivo-anche-solo-in-parte. Se mi affeziono ai personaggi soffro moltissimo quando la loro vicenda si conclude male! Anche se riconosco quando è "giusto" così.
    Quando si tratta di storie mie... ehm. Una volta ero molto più spietata, o meglio, trucidavo personaggi senza rimorsi. ora se serve li trucido lo stesso, ma ci soffro tantissimo.
    Soprattutto con chi sai tu ^___^

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  4. Ah, guarda. Io di saghe infinite e inconcludenti ne sto leggendo ben due! A mia discolpa, confesso che se mai mi deciderò a scrivere quel romanzo fantasy sarà autoconclusivo.

    "Per questo anche nelle "serie" preferisco quando ogni romanzo può essere letto indipendentemente dagli altri: ok, se conosco tutti i volumi della saga colgo rimandi, sfumature, dettagli in più, ma se leggo solo uno dei libri vorrei potermelo godere comunque come qualcosa di indipendente e abbastanza "robusto" da stare in piedi da solo."

    A me piace molto David Gemmell, con tutti i suoi difetti, proprio per questa ragione. Una decina di libri sui Drenai e un'unica Storia, costruita benissimo.
    Ah, e Waylander.

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    1. Io vorrei leggere Martin e Jordan, ma quando penso al numero di volumi mi scoraggio e mi dedico alla tonnellata di libri singoli che ho in lista d'attesa! Almeno i primi episodi delle loro saghe comunque li leggerò.

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    2. Ahimè, sono proprio loro i due senza-fine!
      Qualitativamente, Jordan è una spanna buona sotto Martin. Però è avvincente e in certi momenti mi cattura più del buon Giorgio. Però il primo libro è deludente, troppo simile al Signore degli Anelli. Altri aspetti pro o contro? Ah, a fine anno (al più inizio 2013) la saga finisce! Cioè, ultimo libro! Peccato che l'abbia dovuta finire un altro...
      Tra l'altro la colpa è dei Blind Guardian, tu sai bene perché! (Ho anche la maglietta del Tenebroso...)
      Martin invece mi ha stregato nel 2002 e non l'ho più mollato. Però è lento. Cerca la perfezione, una parola dopo l'altra (e in alcune scene ci riesce!) ma perde un po' di vista la trama. Sappi che se lo inizi non lo lasci più.

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    3. Martin è quello che m'interessa di più. Jordan... Eh. Anche per me è tutta colpa dei Bardi! :-D

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