giovedì 10 maggio 2012

The weaver's line

Bazzicando il gruppo Labor Limae su Facebook, ieri mi sono imbattuta in (svariate) conversazioni interessanti. Sulla scrittura, ovviamente, secondo diversi aspetti. Non sono un'assidua frequentatrice, perché per partecipare in modo davvero attivo a tutti i dibattiti interessanti che trovo su questo e su altri gruppi dovrei navigare su Facebook ventiquattr'ore su ventiquattro; ergo, "lurko", per lo più.

Comunque, ieri leggo un intervento di Serena Barbacetto, che cita questa frase: "Scrivere è un po' come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso" (Andrea De Carlo, Due di due, 1989).
Da questo e da altri interventi si sono condensati moltissimi temi - può un autore descrivere un'esperienza che non ha vissuto? Qual è il rapporto tra personaggi e scrittore? Quanto è semplice (o arduo) "uccidere" un personaggio?... Insomma, tantissima carne al fuoco, su cui si potrebbe discutere per una vita. Così ho deciso di dedicare "n" post a questi argomenti (e sì, il "cappello introduttivo" del post che state leggendo ora serve a ricordarmene!)



Non mi lancerò in descrizioni pseudopoetiche o in visioni romantiche della scrittura come "fuoco sacro" e così via. Ci sono poche cose più irritanti degli scrittori - o degli aspiranti tali - che si sbrodolano addosso rappresentandosi in un empireo irraggiungibile dai comuni mortali. Niente divinità ispiratrici che prendono possesso dell'autore, dunque? Be', io credo questo: lungi da me il voler sminuire la magia della scrittura, ma ciò che scriviamo nasce davvero, prima di tutto, da noi stessi, da "quello che si ha dentro" nelle parole di De Carlo, ovvero esperienze, opinioni, gusti, ma anche traumi, incubi, sofferenze. Tant'è che la scrittura è un'ottima forma di terapia, no? E tutti quegli elementi che formano la "persona" formano ovviamente anche lo "scrittore".


Per fare un passo in più, tuttavia, vorrei ricordare a questo punto anche una delle mie citazioni preferite, di Calvino: "scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto". Ed è qui che secondo me sta il nocciolo: quello che si cela tra le righe di una storia, i significati che da essa emergono - non sempre chiari, anzi, la possibilità di molteplici interpretazioni rende ancora più affascinante la lettura di un buon libro - rappresenta, io penso, la resonance di cui si parla a volte nei manuali di scrittura a proposito del finale di un romanzo, l'eco che continua a riverberare nel lettore quando ha chiuso il libro, e che resterà indelebilmente impressa nella memoria. Qualcosa di cui non sempre si è consapevoli, che non sempre si riesce a descrivere a parole, ma che c'è: non uso il termine "messaggio", perché rischia di far pensare a quell'atteggiamento (insopportabilmente) didascalico, da predicatore, della letteratura moralistica, dei "romanzi a tema" e così via. Non è (o non è solo) il "tema", appunto: preferisco pensarlo come un'intrecciarsi di elementi, di momenti che compongono l'affresco più ampio che è la storia, ciascuno dei quali colpirà alcuni lettori e non altri.


Quello di cui mi sono resa conto sempre di più, maturando come persona e come autrice (o scribacchina, fate un po' voi) è che la scoperta è anche mia. Ovvio? Razionalmente sì, non me ne sono certo accorta ieri. Eppure la portata di questo aspetto emerge davvero solo quando ne hai una prova concreta. Quando ci sbatti il muso, per essere esplicita.
Lavorando alle mie storie ho illuminato tanti lati di me, sofferenze, ossessioni, manie, gioie, di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza. Ho schiacciato sulla pagina ricordi e desideri, talmente bene che in genere nemmeno chi mi conosce riesce a districarli dalla finzione narrativa; talmente bene che spesso io stessa me ne sono resa conto solo dopo tante, tante riletture; talmente bene che mi sono trovata a identificare, con sorpresa, una mia personale scissione (schizofrenia? Perché no) in alcuni dei miei personaggi.


Badate: dico questo anche se non ho mai voluto costruirmi un "alter ego" cui far vivere avventure (anzi, trovo patetico quando mi capita di percepire in qualche "supereroico" protagonista lo scrittore autocompiaciuto). Ho sempre detto che io non sono "X" né "Y" e nemmeno "Z": io non sono i miei personaggi. Ma si dà il caso che mi sia resa conto di quanto alcuni di loro - due, soprattutto - siano specchi di aspetti della mia personalità. In un caso, lo ammetto, non è stato difficile rendersene conto; riflettendo il personaggio in questione alcune delle mie passioni, è stato inevitabile che mi assomigliasse un pochino e che reagisse ad alcune situazioni come reagirei (o come temo che reagirei) io. Tuttavia, non ho "programmato" che così fosse e non è stato voluto. Nel secondo caso, invece, è stata una sorpresa; e una deflagrazione, anche, in un certo senso... Ma di questo vi parlerò meglio più avanti. Resta il fatto che - fortunatamente! - entrambi questi personaggi sono anche molto altro, e non si limitano affatto ai punti in comune che hanno con me: per questo non mi sento comunque di usare la definizione di "alter ego".


Non parto mai da "quello che voglio dire", quando scrivo una storia: parto sempre da "quello che voglio raccontare". Il resto, il "qualcosa di nascosto" di cui parla Calvino, trova la sua strada con naturalezza. E, insinuandosi tra i personaggi, i dialoghi, le vicende, rende ancora più affascinante, per me, il lungo e faticoso viaggio della scrittura. Una volta identificato potrò lavorare per farlo risaltare meglio, un po' come ripescando un antico manufatto dal fondo del mare lo si può ripulire e lucidare per mostrarlo agli altri in tutta la sua bellezza; ma lavorerò sul testo cercando sempre di evitare le trappole delle prediche artificiose e della retorica. La storia, il modo in cui è raccontata e i suoi personaggi, vengono sempre prima; sono loro che dovranno parlare per me.



The World we live in is another skald's
Dream in the shadows
Dream in the shadows
Do you believe there is sense in it
Is it truth or myth?
They're one in my rhymes
Nobody knows the meaning behind
The weaver's line

On air:
Blind Guardian, Skalds and shadows



L'immagine viene da qui.

4 commenti:

  1. Io sono partito dal creare alter ego: in primis sono un giocatore di ruolo, effettivamente i miei primi racconti sono più...fan fiction quasi.

    Questo mi ha portato ad uno strano modo di scrivere: amo innanzitutto la trama, ma se i personaggi non sono molto ben descritti non riesco ad andare avanti. E per ben descritti intendo caratterialmente, nell'animo, non nella descrizione fisica (che in molti casi ho notato di tralasciare a piè pari).
    Ma d'altronde, sono solo uno scribacchino XD

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    1. Io non desidero creare personaggi che siano miei alter ego, ma nulla vieta di farlo; solo, lo scrittore deve comunque riuscire a creare personaggi che sembrino vivi di per sé, il gioco dell'"alter ego" non deve risultare scoperto, almeno secondo me.

      Anch'io, comunque, non riesco a lavorare davvero a una storia se non ho i personaggi giusti, che mi prendano, che mi conquistino, che si facciano conoscere, soprattutto se si tratta di romanzi.
      La descrizione fisica non è indispensabile, io cerco di limitarla a pochi tratti essenziali, inseriti qua e là al momento giusto, con il personaggio in azione, anziché scrivere un blocco statico di lunga descrizione. Però nella mia testa i personaggi sono chiarissimi, per aspetto, passato, carattere e così via, tanto che spesso trovo i perfetti "modelli fisici" che potrebbero interpretarli.

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  2. Non sono mai riuscito a mettere per iscritto i miei alter ego. Ce li ho, naturalmente, ma con il passare del tempo si sono allontanati con una certa naturalezza dalle caratteristiche iniziali. In questo caso ringrazio di non aver terminato "in giovane età" quella storia!
    Mi è capitato invece di leggere qualcosa di Anselm Audley (?) che pubblicò la sua trilogia a 18 anni o giù di lì, e devo dire che la sensazione che stia parlando di se stesso in una sua fantasia è piuttosto fastidiosa.

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    1. la sensazione che stia parlando di se stesso in una sua fantasia è piuttosto fastidiosa

      Ecco, è esattamente il tipo di cosa che trovo fastidiosa io, quando capita.

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