martedì 12 giugno 2012

Architetti e giardinieri

Ci sono, semplificando, due generi di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti fanno i progetti prima di piantare il primo chiodo, disegnano l’intera casa, dove passano le tubature, e quante stanze ci saranno, quanto saranno alti i muri. Ma i giardinieri semplicemente scavano un buco, piantano il seme e vedono ciò che spunterà. Penso che tutti gli scrittori siano in parte architetti e in parte giardinieri, ma tendono verso un lato o verso un altro, e io sono sicuramente più un giardiniere

George Martin

Ahimè, anch'io.
Dico ahimè perché qualche volta mi piacerebbe essere in grado di pianificare per bene una storia, con scaletta e schede dei personaggi e dei luoghi, e avere file di dati e blocchi di appunti bene ordinati su "tutto quello che mi serve" in una storia. Tanto più che ho ottimi esempi "societari", con le Ineffabili che da questo punto di vista sono decisamente più puntuali di me.

Ma è inutile, il massimo che come architetto riesco a costruire a priori è l'equivalente di una tenda da campo, non certo un gran palazzo. Anzi, forse assomiglia di più alle tende che da piccola drappeggiavo sulla scrivania, per dormirci sotto davvero (un gioco che adoravo e che quella santa donna di mia madre assecondava con pazienza).
Non che rifiuti di provarci. Ma "pensare e basta" alla storia, anche con blocco di appunti e penna pronta a schizzare scalette e note, mi porta solo fino a un (limitato) punto. Ho già scritto altrove che la fase pre-scrittura di un romanzo per me può durare qualche giorno, oppure qualche anno, in modo imprevedibile: ho bisogno di che un numero sufficiente di idee, impressioni e spunti si aggreghino fino a far scattare quel "qualcosa" che mi fa capire di non avere più solo idee, impressioni e spunti, ma una storia; e ho bisogno di tre elementi basilari, ovvero l'inizio da cui partire, la fine verso cui tendere, e uno o più personaggi che possa "sentire" e usare come voce, come punto di vista. Tutte e tre queste cose potranno ancora cambiare anche radicalmente, e di sicuro si arricchiranno, ma questo è, all'osso, ciò di cui non posso fare a meno.

In tutto questo, che ruolo ha per me l'"architettura" cui accenna Martin? In genere preparo una scaletta provvisoria (o più spesso una mezza scaletta, o tre quarti, a seconda di quanto davvero so di ciò che capiterà, oppure una scaletta "diradata" - dove ogni piolo, metaforicamente, dista un metro abbondante da quello che lo precede) che sarà poi rimpolpata e completata man mano. schizzo un po' di "archi di trasformazione" dei personaggi principali, anche se poi seguo molto l'istinto. Mi muovo essenzialmente usando tre fonti, quando ho bisogno di sapere quanto ci metterà a crepare un tizio ferito in un certo modo o come si cura un'ustione o quali sono i sintomi dell'astinenza da droga o che terapie si adottano nei confronti di coloro che hanno tentato il suicidio (sì, argomenti allegri, come vedete): 1-faccio ricerche su internet; 2- chiedo a chi ne sa più di me perché ha competenze specifiche in un certo campo (facendomi a volte guardare stortissimo); 3- leggo libri sull'argomento, che però fanno in genere parte della più o meno lunga fase pre-scrittura, mentre durante la stesura cerco consultazioni più rapide (tanto accumulerò altre letture durante le varie revisioni). Stranamente, è raro che prepari schede dei personaggi prima: le compilo piuttosto durante, perché ho bisogno che i dettagli emergano mentre ascolto parlare Tizio e guardo muoversi Caio. Buttarli giù in partenza non renderebbe sufficientemente vivi quei personaggi ai miei occhi: perciò, le mie prime note in merito sono molto scarne, e crescono poi finché di Tizio e Caio so data di nascita, aspetto fisico, gusti musicali, studi passati, cibo preferito, fobie & manie eccetera eccetera... finché in pratica me li vedo passare davanti per casa in (quasi) carne e ossa e non ho nemmeno bisogno di sforzarmi per scrivere i loro dialoghi, perché so cosa direbbe uno e cosa l'altro.

Insomma, appartengo decisamente alla categoria dei giardinieri. Pianto semi e lascio crescere le piante, per poi curarle meglio che posso. Perché il fatto di preferire un approccio in fieri, per quanto riguarda la documentazione, la pianificazione e così via, non significa che non siano importanti, anzi. Non sono una fanatica che se ambienta una storia a Milano va a contare quante guglie ha il Duomo, affatto; anche perché preferisco piegare i "miei" luoghi a seconda di quello che ho bisogno, che immagino e che mi serve, e quei "miei" luoghi assomigliano soltanto a quelli reali, mescolano, insomma, posti che ho visto con altri che invento perché quel pub lo voglio così oppure perché no non voglio che la gente lo trovi, questo posto. Ma ciò non toglie che tutto dev'essere progettato in modo coerente, verosimile, credibile.
D'altronde, perché una quercia rigogliosa stia in piedi le occorrono radici robuste, no?


La citazione di Martin viene da qui. Grazie ad Andrea che me l'ha fatta conoscere! Immagine da qui.

11 commenti:

  1. Io sono più architetto... chissà, magari deriva dalla mia formazione scolastica (che è prettamente tecnica!) ^^

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    1. In effetti noto spesso una correlazione tra la formazione scientifica e la natura di "architetto" di certi autori - anche se non è così scontata la corrispondenza tra umanisti/giardinieri e "scienziati"/architetti.

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    2. Non è scontato, infatti. Io ho oramai una laurea in Fisica e non vado molto d'accordo con progetti e piani regolatori...

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  2. Beh, ora una cosa per certo la sappiamo - Martin non capisce nulla di giardinaggio.
    :-D

    In realtà è un sottile gioco di equilibrio, tra pianificazione e improvvisazione.
    È come il jazz.
    Scrivere, intendo... non il giardinaggio.

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    1. ^___^ Ok, anche il giardiniere deve pesare attentamente tutto quello che fa, ma la metafora direi che rende l'idea. Mi piace la tua similitudine tra scrittura e jazz; pianificazione e intuito sono ugualmente importanti, ma ciascuno scrittore le miscela a modo suo, in proporzioni personali e in momenti diversi del lavoro.

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  3. La frase dell'immagine mi suonava molto familiare, infatti è di Lemony Snicket ^_^ geniale!

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    1. Non lo sapevo! Grazie di avermelo detto ^_^

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  4. Questo intervento è oltremodo interessante!
    Io sono decisamente un giardiniere. I pochi tentativi di architettura sono in parte falliti, anche se devo ammettere che mi ha insegnato molto.

    Martin comunque ha sempre dichiarato di essere un "free writer". Questo lo frega, quando spera di portare a termine la sua saga, tant'è che si nota benissimo il momento in cui perde la via maestra e inizia a divagare. Diciamo che un po' di struttura avrebbe giovato, non tanto a lui ma ha tutti i fan di "A Song of Ice and Fire"!

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    1. Io sono più giardiniera, ma spero di riuscire a mantenere comunque le redini della storia: man mano comunque una certa dose di pianificazione la porto avanti e durante le molte revisioni mi accorgo di rimandi testuali, elementi che ritornano, "puntelli" alla struttura che basta rinforzare un po' e si rivelano molto utili per non far crollare tutto al primo soffio di vento!

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  5. Io ho sempre trovato pratica una via di mezzo. Una prima stesura di idee e schizzi su foglietti adesivi, che spesso cambiano di posto quando non si fanno rimpiazzare da altre idee, poi spesso ho una vaga idea del finale quando inizio la prima stesura.
    E poi i personaggi cocciuti mi dimostrano che il finale è tutto diverso e non avevo capito nulla delle implicazioni, regolarmente.

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    1. Ah, questi personaggi testardi!... ^___^

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