giovedì 14 giugno 2012

Being in it

Me lo chiedo, a volte, se ci sono cose che non sarei in grado di scrivere. E mi riferisco ovviamente non alla qualità del risultato, in questo caso, ma alla natura degli argomenti.
Scrivendo storie prevalentemente urban fantasy, ad esempio, è inevitabile raccontare di pericoli, insidie - e di conseguenza di morti. Pur ritenendo inutile "l'autocompiacimento del sangue" - ovvero rovesciare sulla pagina dettagli macabri e/o schifosi e/o splatter solo perché "uuuh, così il lettore s'impressiona" - non approvo nemmeno la timidezza: la posta in gioco per i personaggi dev'essere alta (altrimenti che cosa ci sarebbe di importante da narrare?), i pericoli reali, e le cose spiacevoli accadono; se accadono, non bisogna avere paura di descriverle (sfumare nei momenti più crudi può essere la scelta giusta a seconda del caso; ma non deve dipendere da timidezza dello scrittore, bensì da ragioni consapevoli e legate alla storia) né ritrarsi quando si tratta di maltrattare un personaggio. L'equilibrio è difficile, ma va trovato. E poi, diciamolo: sono una fan di film horror, quindi non mi tiro indietro quando si tratta di descrivere certe situazioni. L'importante è dosare il sangue: personalmente, lo preferisco in genere non a secchiate, ma a rivoli ben calibrati, e con un ritmo che abbia le giuste accelerazioni e gli adeguati indugi.

Ci sono piuttosto altre scene che mi hanno messo emotivamente in difficoltà. Uccidere sulla pagina degli animali, ad esempio; ahimè, a volte è necessario, ma è doloroso. Così come è doloroso trattare temi difficili (come ho fatto ne Il pupazzo di neve, per citare una storia che potete leggere on line). Nel mio caso, poi, io ritengo indispensabile/inevitabile, quando scrivo, empatizzare con i personaggi, tutti: protagonisti, comparse, "cattivi" - sì, anche quegli antagonisti che arrivo a detestare. Per descriverli devo "interpretarli", devo entrare nella loro pelle, nella loro mente, e spesso è arduo sopportare paure, traumi, debolezze dei personaggi; così come è quasi insostenibile ricreare - vivere, attraverso la pagina - la mentalità dei "malvagi". Cerco di far sì che non siano mai "Kattivi" da fumetto, che abbiano una psicologia complessa, ma è inutile girarci intorno: se ho per le mani dei personaggi bastardi, devo lasciare che si comportino di conseguenza. Anche quando compiono atti che mi fanno star male mentre li scrivo.
Così come mi fanno star male alcuni dei miei protagonisti, perché soffro con loro, tremo con loro, lotto con loro per superare gli angoli bui della loro vita, le paure che si annidano nella loro mente, la sofferenza del loro passato, oltre agli ostacoli che la storia pone loro.

C'è infine un altro tipo di scena che mi ha messo e mi mette in difficoltà, ovvero quelle legate al sesso. Da un lato sono problemi oggettivi: non c'è niente di più difficile che descrivere un rapporto sessuale - soprattutto se lo devi effettivamente mettere in scena, e non puoi "far calare il sipario" e ripartire dal mattino dopo - senza renderlo ridicolo/goffo/poco credibile/esagerato/melenso/compiaciuto eccetera eccetera. Su questo argomento tornerò tuttavia in futuro, perché ho avuto modo di stabilire alcuni personali punti fermi nel mio approccio a questo tipo di situazioni.
Dall'altro lato, oltre alle difficoltà legate alla scrittura, ci sono quelle connesse, diciamolo, all'imbarazzo, agli scrupoli, ai tabù. Non necessariamente personali: ho trent'anni (ARGH!), non sono una ragazzina, quindi non sono timida se devo parlare di sesso; ma è inevitabile pensare e gli altri cosa diranno? Un po' perché in fondo ci si immagina i genitori mentre leggono le tue pagine: cosa penseranno? Un po' perché ci si chiede e se vado troppo oltre? E se offendo la sensibilità del lettore? Anche perché, più ancora delle "normali" scene di sesso, di recente mi sono trovata a descrivere qualcosa di molto peggiore (e che mi ha fatto stare particolarmente male): uno stupro. Ho scelto di fermarmi, nella descrizione, a un certo punto - quanto bastava a rendere inevitabile ciò che sarebbe seguito; ma mi sono soffermata su tutto il prima, sui dettagli, sulla paura crescente, sullo stupratore che gioca con la sua vittima; non con il sadismo esagerato di certe (brutte) storie che ho letto, ma non ho risparmiato nulla di quello che quel personaggio avrebbe fatto in quella situazione. E nonostante il disagio, nonostante l'affetto che provo per la vittima della situazione (qualche volta empatizzare con i personaggi è uno schifo), non potevo tirarmi indietro.

Come prenderanno tutto questo i lettori? Non posso farmene una paranoia. Leggere comporta la predisposizione a sfidare i propri limiti, anche mentali, a lasciarsi colpire e sconvolgere, quindi non posso far altro che sperare nella fiducia del lettore, scrivere meglio che posso ed essere consapevole che comunque la si giri non si può accontentare tutti. Esprimere nel modo migliore quello che si desidera trasmettere: questo è lo scopo che detta le scelte di uno scrittore, a mio parere.
E poi, diciamolo: dopo aver lasciato leggere la mia scena di sesso più spinta a mia madre, dovrei aver fatto il callo almeno a quel tipo di imbarazzo no? Be', ni. L'importante è che l'imbarazzo non condizioni le scelte: esprimere nel modo migliore quello che si desidera trasmettere, dicevo più su; solo questo conta.



Immagine da qui.

6 commenti:

  1. Prima o poi tutti quelli che scrivono si trovano di fronte a questo dilemma. La volta che ho avuto i dubbi più forti, come è capitato a te, è stato quando ho dovuto descrivere uno stupro... fatto dal padre nei confronti della figlia.
    Ero indeciso... lo lascio solo intendere? lo descrivo? dico solo che è successo e passo oltre?
    Alla fine ho deciso di descriverlo perché, in questo modo, avrei aumentato lo spessore emotivo del personaggio principale (la figlia). L'intera vicenda girava attorno ai traumi della ragazza e... mi pareva assurdo soprassedere sulle cause di quei traumi, e credevo/credo fermamente che omettere quella scena avrebbe reso meno efficace il personaggio stesso. Per capire la sofferenza della ragazza, mi sono detto, il lettore deve vivere le sue stesse esperienze.

    Questa scelta è però pericolosa... viviamo in un mondo pieno di tabù. Non solo in Italia, ma ovunque. Basta pensare a Hunger Games, che ha scatenato (e scatena ancora) un putiferio enorme per la questione "di giovani ragazzi costretti a uccidersi tra loro per poter sopravvivere".
    Eppure viviamo in un mondo particolare perché, se da un lato ci sono i bachettoni pronti a gridare allo scandalo, dall'altro ci sono autori che realizzano storie e videogame come Bed of Roses, dove lo scopo è... per l'appunto... lo stupro di minorenni. O giochi come Carmagheddon, dove si guadagnano punti e bonus investendo i passanti con la propria auto.

    Alla fine, credo, l'autore deve mettere sul piatto della bilancia pro e contro, la propria coscienza e la coscienza pubblica, il pudore, i tabù, le trappole culturali... e poi fregarsene completamente e scrivere ciò che va scritto.
    Parola di Bolognese. Quando ho un dubbio, vado in San Petronio a vedere il dipinto dove Maometto è nel sesto girone dell'inferno.
    Chi ha fatto quell'opera (ora non ricordo il nome) ne deve aver subite di critiche... visto che ancora oggi è considerata un punto sensibile ad attacchi di terrorismo. Eppure l'ha fatta lo stesso! ^^

    RispondiElimina
  2. Far leggere le scene spinte a tua madre? Wow.
    Io sono stata quasi ripudiata alla scoperta dell'esistenza di contenuti sessuali e/o omosessuali nelle fanfiction, e senza neanche averle lette.
    Non credo che in famiglia leggeranno mai qualcosa di mio, quindi, per contro, questo problema:
    perché in fondo ci si immagina i genitori mentre leggono le tue pagine: cosa penseranno?
    Non mi si è mai posto XD
    Però l'imbarazzo un po' c'è sempre stato, anche per la roba che condividevo solo con quattro gatti. E' difficile essere del tutto immuni ai tabù.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io provo imbarazzo quando gli altri - chiunque - leggono le mie scene di sesso... perché temo il "no, non funziona, è ridicola"! Come per qualsiasi cosa che scrivo, vorrei che fosse resa al meglio delle mie possibilità.
      Mia madre è tosta ^_-

      Elimina
  3. Mi è capitato, qualche tempo fa, di voler scrivere un racconto ispirato a un sogno che avevo fatto. Ho buttato giù qualche appunto, ma quando si è trattato di iniziare a scrivere mi sono bloccato prima di arrivare al punto. Emotivamente ero molto coinvolto, anche se l'avvenimento non ha nulla a che fare con la mia vita (e meno male!), però il fatto di averlo vissuto, anche solo in sogno, tratteneva le mie dita sulla tastiera. Per cui non so, forse era necessario un po' di distacco. Ma saprei oggi, mi chiedo, raccontarlo in maniera adeguata? Sicuramente sono meno "in it" di allora.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bella domanda! Nella tua situazione credo che avrei buttato giù subito una prima stesura, ma anche se fosse passato del tempo proverei comunque. Però il distacco o il coinvolgimento sono qualcosa di molto personale e ogni autore ha bisogno dell'uno o dell'altro; infatti nei miei post parlo sempre delle mie esperienze, ma so di altri scrittori che hanno approcci del tutto diversi.

      Elimina
  4. Non posso dire altro che hai ragione. Io personalmente come scrittore ho iniziato per mettere "su carta" le avventure di alcuni miei gruppi del gdr. Già prima avevo scritto qualcosa, ma si tratta di racconti brevi e di natura comica e satirica riguardante la mia classe ( la nostra versione dell'Odissea sarebbe da pubblicare U_U)...
    Quindi effettivamente provo ciò che provano i miei personaggi, sempre. E spesso mi sento in colpa sia per quello che gli succede, sia per l'esaltazione che hanno gli antagonisti nel compiere ciò che compiono...

    Ma si sa, la scrittura è un poco schizzofrenia.

    RispondiElimina