sabato 23 giugno 2012

Make it simple - yet significant


L'ho citato fino alla nausea, il fondamentale precetto di Carver Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste. Fosse facile, già: ma è l'obiettivo.

La tendenza dei gggiovani autori, o anche dei meno-gggiovani-ma-gggoffi, è tristemente la stessa del ragazzino che scrive un tema in terza media: "c'infilo qualche parolone, uno o due egli o essi, così è scritto bene". Basta spulciare un po' di stralci disponibili su internet, qualche racconto messo a disposizione su siti e blog, qualche "estratto dal primo capitolo di": ne trovate a iosa, se volete.

Da un lato, è normale, agli inizi. Un po' perché si leggono i Mostri Sacri a scuola, per lo più libri con almeno un secolo di anzianità almeno e quindi, per forza di cose, un linguaggio lontano dalla nostra quotidianità; un po' perché, parlando specificatamente di fantasy, è quasi inevitabile attraversare la fase "fulminati da Tolkien" (io ho iniziato così, una quindicina di anni fa) che non rappresenta proprio la modernità verbale.
Il risultato è quell'impasto di Paroloni del Nonno & Inciampi grammatical-lessicali, perché nove volte su dieci gli autori a cui penso non sanno controllare la lingua che usano.


Attenzione: non sto dicendo "non leggiamo più Dante/Petrarca/Ariosto/Manzoni" eccetera. Sto dicendo leggiamo anche altro. E non sto nemmeno dicendo "cioè raga scrivete kome parlate quindi oh tipo non usiamo parole difficili ke fanno venire il mal di testa". Sto dicendo usiamo le parole adatte. Al tipo di libro, al suo argomento, all'ambientazione: una storia di fantasmi ambientata nell'Ottocento inglese vorrà un linguaggio diverso rispetto all'urban fantasy ambientato oggi, no? Inoltre, le parole devono essere anche adatte alla voce del personaggio-punto di vista (ma ne ho già parlato qui), e creare una rappresentazione coerente: un parolone infilato, magari a sproposito, in mezzo a un paragrafo impacciato, di tutt'altro tono, non lo salva affatto e non vi dà l'aura da ScrittOre, casomai fa l'effetto del classico pugno nell'occhio. E se poi usate lutulento*, ma nel contesto sbagliato, con il significato sbagliato, ci fate pure una figuraccia doppia. Proprio come inserendo dei termini in inglese... sbagliati**.


Personalmente, credo che la semplicità e la chiarezza (che non significa povertà) siano spesso la scelta migliore. Non c'è bisogno di paragoni mirabolanti, di ripescare termini in disuso dal Settecento per far vedere quanto si è bravi, di scrivere frasi di tre righe con quattro o cinque subordinate; soprattutto se lo fate per impressionare, per celare l'insicurezza ("Sarò abbastanza ScrittOre? Ecco, togliamo 'Lui rise' e mettiamoci "Egli cachinnò'"), perché "be' ma lo usa anche -inserireautorenotomortodaalmenomezzosecolo - quindi se lo faccio sarò figo". Tante volte, quando rileggo, mi rendo conto che piuttosto di usare sinonimi a sproposito che sballerebbero la voce del personaggio o il tono della scena, mi conviene riformulare la frase del tutto.
A mio parere, non occorre sfoggiare bravura. Se il lettore si distrae dalla storia per notare le vostre parole, non è un vanto. E non è nemmeno così difficile infiocchettare un testo di paroloni: è molto più difficile scegliere i termini adatti in modo che il testo scorra senza salti e senza incongruenze.

* Sì, cito sempre lutulento, quando parlo di queste cose, perché mi ha traumatizzato leggerlo, mesi e mesi fa, in un racconto infarcito di tutto quello che ho discusso qui: parole ad cazzum, andamento pomposo e così via. No, non dirò quale e non dirò di chi.
** Per la precisione, penso al titolo di un racconto che ho letto. Racconto italiano, con titolo in inglese - sgrammaticato. Epic fail. (Lo so, io sono fissata con i titoli in inglese, per questo la cosa mi aveva colpito. Tipo mattonata in testa).

L'immagine viene da qui.

11 commenti:

  1. Perfettamente d'accordo. Un po' come nella musica, non devi fare l'assolo alla Malmsteen di 30 minuti per dimostrare che sei bravo ed è necessario un controllo su quello che fai, o in questo caso, scrivi. Scandalosamente molti usano paroloni senza sapere bene cosa significano perchè non si sono mai presi la briga di aprire il dizionario e leggere cosa vogliano dire.
    Tanto più i titoli, le parole in inglese, c'è da rabbrividire...
    Ma fa tanto "cacio e maccheronI" sai...c'è una fetta di italianità media che è ben fiera di questa fiera del "parlo come mangio e del tu gust is megl ke uan", e questo si riflette sulla loro "arte" se qualcuno non li ferma.
    Fa tanto scrittore che viene dal popolo, che esplora le sue "origggini", che non nasconde le pecche.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quello che poi, oltre a lasciarmi basita, mi fa pure innervosire, è che spesso questi autori si offendono se gli fai notare che usano "parole a caso", o che creano un tono artificioso. No, se critichi sei tu che sei cattivo. Loro non sbagliano.
      Io invece dico: sicuramente mi capita di sbagliare e sicuramente ho moltissimo da imparare. Ci provo, quindi, e cerco di migliorare.
      Ma sono solo io che ho stretto le amicizie più belle con le persone che hanno criticato, motivando, quello che scrivevo anni fa, anziché con i coristi del "bello, bello" a oltranza?

      Elimina
  2. Tuttavia ancora non mi capacito di come si sia perso "egli/ella"!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io ne sono ben lieta XD "Disse egli, ella fece" sono terrificanti. Quando li leggo nei dialoghi di romanzi contemporanei mi vien da ridere. Chi mai dice sul serio "egli"?

      Elimina
    2. Beh, però non è così brutto. Non è da moltissimo che "lui" è stato sdoganato come soggetto. Scrivere "egli" non è sbagliato e, in un contesto formale, è ancora la forma corretta.

      Elimina
    3. Non è sbagliato, ma sopravvive solo nelle grammatiche e, come dici tu, in contesti estremamente formali. Personalmente, l'ho sempre sentito artificioso... non "vivo". È una delle mie idiosincrasie!

      Elimina
    4. Può essere utile per caratterizzare la voce di un personaggio, però, se occorre dargli un linguaggio di questo tipo ^_^

      Elimina
    5. Io ogni tanto qualche "egli" mi sa che lo metto... però nessun "lutulento"! (Che ho dovuto cercare sul dizionario, peraltro...)

      Elimina
    6. Be', povero "lutulento", non è che sia da cancellare... però, ecco, era un esempio adatto al discorso che volevo fare. Usi "egli"? E vabbe', vedrò di perdonarti! ;-)

      Elimina
  3. Concordo sul rabbrividire quando si legge egli/ella e aggiungo anche Esso. Chi cazzo usa più esso durante la vita di tutti i giorni?! Sono cose che mi fanno uscire pazzo da scrittore e da lettore: ogni volta che ti sembra che devi mettere uno di questi tre c'è sicuramente un altro modo per riscrivere il tutto senza usarli. Evitiamo di pomparci di super ego e scriviamo come mangiamo. Se non serve.
    Rabbravidiamo.

    Michael D. Acciaio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo.
      Questa è appunto la mentalità che fa male a molti aspiranti (e non solo): "uso paroloni perché così sono Artista! Parlo dei massimi sistemi e descrivo sublimi emozioni perché così sono Artista!"
      Così nascono romanzi a "concretezza: zero", infarciti di termini aulici che neanche Leopardi - usati in modo improprio, magari...
      "Esso" non si può vedere. Aaargh.

      Elimina