mercoledì 20 giugno 2012

Pieces into place


Una delle cose che amo dello scrivere storie è che, quando arrivo alla parola "fine", tutto ha un senso, a differenza di quello che succede normalmente nella vita reale. Attenzione, non voglio introdurre un discorso del tipo "i libri sono una fuga dalla realtà" eccetera; semplicemente vorrei fissare (raccontare a me stessa, in fondo) alcuni pensieri sul meraviglioso meccanismo della costruzione delle storie.

Personalmente, amo creare un puzzle dove, alla fine, tutti i pezzi s'incastrino armonicamente e senza lasciare parti incomplete; anche grazie a diversi modi di creare "coesione interna" (rimandi da un capitolo all'altro, oppure un personaggio che compie un certo gesto all'inizio e alla fine della storia, ma con qualche piccola differenza che alluda al suo cambiamento interiore, oppure ancora oggetti/colori/situazioni che ritornano in punti diversi della storia e così via). A volte questi rimandi nascono in modo del tutto spontaneo e naturale, e io stessa me ne accorgo solo in fase di rilettura (con un inebriante senso di fuck yeah!); a volte li inserisco volontariamente; in entrambi i casi, in fase di revisione lavoro per sottolinearli nel modo giusto, limarli, renderli armonici, né troppo spudorati e scontati né troppo criptici ed esili.

Che voi siate religiosi o meno, che crediate nel karma o no, nel fato o nel caso, spesso nella vita si prova la situazione di non avere nelle mani il proprio destino, o almeno non del tutto, vero? Facile che i personaggi la pensino allo stesso modo, dunque; e tuttavia, riprendendo questo bel post di Senza errori di stumpa, come ricorda Emma Coates Mettere i personaggi nei guai per coincidenza è fantastico. Toglierli dai guai per coincidenza significa barare. Ovvero, quando si tratta di far andar male le cose, tutto è ammesso (nei limiti di verosimiglianza e buon senso: cerchiamo di evitare magari i polpettoni stile soap opera); ma il personaggio deve poi tirarsi fuori dai casini con le proprie forze, perciò bando ai deus ex machina, che sono quanto di più irritante si possa trovare in un libro. Ok, vi anticipo: magari si possono trovare le eccezioni anche in questo; ma in generale la penso così.

Il fatto che, in un romanzo, la realtà acquisisca un ordine e un senso è una delle tante cose che adoro della scrittura. Perché anche la sofferenza più atroce ha davvero uno scopo, e fa crescere i personaggi (almeno quelli creati come si deve); ogni prova che si riduce a un disastro per il protagonista è comunque un gradino all'interno di un doppio percorso (di nuovo: nelle storie come si deve), quello esteriore degli eventi e quello interiore del personaggio, che può rendersene conto, oppure no. Io preferisco di no, per una questione di mimesi della realtà; eccezioni possono essere, come esempio estremo, personaggi così religiosi da menarla davvero con la Provvidenza in stile Manzoni. D'altronde, come vi diranno tutti i manuali, in genere all'inizio di una storia "l'identità", ovvero "l'immagine di sé" che ha un personaggio, viene frantumata dagli eventi scatenanti (esempio banale: il buon padre di famiglia che scopre di essere odiato dal figlio e deve quindi porre in discussione il loro rapporto), e la storia lo porterà o a ricostituire quell'immagine, o a crearsene una nuova.
Lo scrittore invece è in genere consapevole di questi percorsi, di questo "dare forma al caos del reale", io credo, o almeno dovrebbe esserlo; e il lettore anche, o comunque può percepirlo inconsciamente, se la storia è scritta e costruita come si deve. E forse è un'illusione, ma penso che in qualche modo, almeno in parte, sia questa la catarsi.

L'immagine viene da qui.

6 commenti:

  1. In verità, a me, a volte, piace non sciogliere tutti i nodi al pettine. Sono in un periodo storico in cui le trame dove tutto si chiude come un gioco a incastri mi suona "artificiale" ^^

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    1. Secondo me dipende tutto dal "come" si risolvono le cose (o non si risolvono). Come dici tu, la conclusione di un romanzo non deve suonare artificiale, ma deve anche essere "soddisfacente"; possono restare incertezze e dubbi, ma all'interno del quadro complessivo anche quegli spazi ambigui dovrebbero avere un senso, non essere piazzati semplicemente "perché sì" (o, peggio, perché l'autore ha messo troppa carne al fuoco e non è riuscito a gestire tutto quello che ha iniziato).

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  2. No, beh, io non condanno a priori il deus ex machina. Certo, in alcuni casi proprio non si può vedere, come nel finale di una nota serie televisiva SF.

    Piuttosto, sul finale ci sarebbe molto da dire. Non sono di quelli che vogliono tutto spiegato, tutte concluso, ogni singola traccia che conduce alle ultime pagine. Il ciclo di Hyperion era così bello prima che Dan Simmons lo rovinasse con l'interminabile scampagnata di un boy scout.
    Ed era un finale aperto (però, ok, abbastanza stretto), dei più belli.

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Io apprezzo i finali aperti; quando però dico che ogni pezzo va al suo posto intendo che il lettore non resta insoddisfatto, non ha la sensazione di incompiuto, non dice "mbe'? Questo e quest'altro l'autore se li è dimenticati?" Ogni parte della storia deve dare la sensazione di essere "giusta", se capisci cosa voglio dire.

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    3. Oh, beh, su questo, da lettore, sono concorde. Anzi, forse il problema di finali posticci è proprio quello che, pur concludendo tutte le trame e sottotrame del caso, il lettore ha la sensazione di... boh? Cos'è 'sta roma? Un attimo che rileggo... Ma che diav...
      E così via.
      Ma ci sono anche dei controesempi. Insomma, l'importante è che funzioni!
      E se funziona, nel lettore avviene quel "clack" (l'opposto del tuo "mbe")che riporta ogni cosa a suo posto.

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