martedì 10 luglio 2012

Storia vera

Scena: potrebbe essere un aereo, un treno, un bus, una panchina nel parco. Metteteci quello che preferite.
Io sto leggendo, ascolto musica con l'iPod. Non importa che giorno è, ma immaginate il sole, il caldo sulla pelle, la luce che mette di buon umore. La musica mi isola. Sono concentrata sul libro, che è in inglese, quindi oltre alla semplice lettura c'è anche il livello di concentrazione ulteriore per assimilare la lingua - non si finisce mai di impararla, di assaporarla, per farla diventare naturale. Aggiungete che è un manuale, quindi devo anche in qualche modo memorizzare i concetti. Pur concentrata sulla lettura, però, il mio cervello in questo periodo è "settato" sulla STORIA NUOVA, perciò è facilissimo che mi distragga a inseguire suggestioni, idee, dubbi.
Ecco. Durante una canzone che mi ispira - parte della "colonna sonora" della STORIA NUOVA - alzo lo sguardo, rimuginando. E vedo un'immagine che mi rapisce.
Sedute l'una accanto all'altra (immaginate voi: un aereo, un treno, un bus, una panchina nel parco, dicevamo) una ragazza e una mamma con il bambino in braccio. La ragazza ha una maglietta bianca a fiorellini blu, i lineamenti morbidi, i capelli corti e castani, splendidi occhi grandi e azzurri. Non ha il fisico da velina, è robusta, ma non troppo. Non ha la pelle di porcellana, anzi, la fronte e le guance hanno qualche brufoletto. Ma sorride, ed è bellissima. La mamma è una signora di colore, tra i trenta e i quaranta, una matrona con lunghe treccine avvolte intorno alla testa come il cerchietto di una dama medievale. Ha le palpebre abbassate, la testa appoggiata indietro, è contemporaneamente vigile - regge il bambino e lo tiene stretto a sé - ma anche bisognosa di riposo: mi sembra di sentire la stanchezza che le grava le spalle e le appesantisce le gambe, quella stanchezza che è anche gioia e amore per il figlio che ti prosciuga le forze e insieme ti dà una nuova vita.
Il bambino: non sono brava ad assegnare le età, credo sia un fantolino di forse un anno. Sveglissimo: calzoncini corti sulle gambette paffute, la testa che si muove a seguire ogni rumore, ogni immagine nuova.
A un certo punto, il bambino tocca la spalla della ragazza. Lei si gira, gli porge il dito, lui lo afferra. E lei sorride, e inizia a giocare: gli muove il braccino, tira indietro la mano e gliela lascia afferrare di nuovo. Il bambino ride, ciangotta, in una lingua tutta sua. Si sporge verso di lei, che, mentre la mamma sonnecchia, lo fa divertire, gli parla.
Vanno avanti per parecchi minuti. E io li osservo e mi accorgo di sorridere, e quella ragazza bellissima, quel bambino che non ha idea di essere considerato, purtroppo, troppo spesso solo come "lo straniero" - quella mamma che forse ricorda con nostalgia altri paesi, che forse fatica con una lingua non sua e si scontra con la scortesia dei commessi impazienti - ne ho visti tanti, tanti - ecco, quei tre sono un quadro umano che mi fa sentire bene. Che mi fa pensare che a volte le barriere - di età, di lingua, di cultura, di "razza", se ha senso davvero parlare di una cosa del genere - non contano proprio nulla. Che può essere così, nonostante ci sia chi cerca in ogni modo di convincerci che l'"altro" è il male, che "ognuno per sé" è meglio. C'è un fondo di tristezza, in questo sentimento: doversi stupire di una cosa del genere indica che troppo spesso invece vediamo intolleranza e rabbia, anziché solidarietà e il semplice legame che dovrebbe essere di ogni uomo, di ogni donna, sempre. Ma la ragazza sorride, il bambino le risponde, grida la sua gioia. E, allora, prevale la speranza.

Nessun commento:

Posta un commento