martedì 18 settembre 2012

Di conflitti, personaggi e cambiamenti

Benedette newsletter. Benedetti blog-che-si-possono-tenere-d'occhio. Stavolta, nel sito di Jeff Goins ho letto un articolo che parla dell'importanza del conflitto tanto nell'inizio quanto nello sviluppo di una storia. Lo avrete sentito ripetere in tutte le salse, "il conflitto è il nocciolo di un romanzo, senza conflitto non c'è storia", eccetera. Se tutti sono felici & contenti, che noia! Cosa ci importa? Noi vogliamo conoscere dei personaggi di cui possa importarci, che soffrano e se lo conquistino, il loro "happily ever after". Naturalmente, è qui che interveniamo noi della premiata ditta CBD (Creatrici Bastarde Dentro). Laddove essere CBD significa far soffrire i personaggi senza pietà, anche quanto tu stessa li adori, anche quando ti fanno gli occhioni da cucciolo per convincerti a risparmiarli, anche quando soffri con loro (Nota: inspiegabilmente, i personaggi non accettano questa attenuante. Solitamente quando dico loro "ma io sto tanto male per voi!" rispondono "E 'STI GRAN CAZZI, STRONZA!")


Più che sul conflitto in sé, tuttavia, oggi stavo meditando sulla maniera di mostrare questo conflitto. Lo so: se sulla scena entra un'orda di zombie affamati, forse i personaggi devono aspettarsi tempi duri, e la cosa non richiede molte spiegazioni. Ma non sempre il conflitto è così immediato, evidente e catastrofico. Soprattutto, cosa comporta per il protagonista?

Ho sempre detto che ciò che amo di più della scrittura è lavorare sui personaggi, la loro psicologia, il cambiamento che attraversano durante la storia. Si tratta di un'insieme di componenti e di svariate sfaccettature, e non basterebbe certo un post per trattare l'intero argomento, ma uno dei momenti che preferisco, e che considero fondamentali, è quello in cui il protagonista vede "frantumarsi" l'immagine che ha di sé. Non ricordo in quale manuale avevo trovato questo discorso, ma mi aveva molto colpito: ognuno di noi si auto-definisce in determinati modi, secondo "etichette" come moglie, madre, oppure timido, sicuro di sé, oppure ancora affarista di successo e così via. Il conflitto iniziale dovrebbe polverizzare queste etichette, non tanto, o non solo, agli occhi degli altri personaggi, quanto proprio per il protagonista stesso. Pensate a Una poltrona per due: quant'è doloroso per il personaggio di Dan Aykroyd ritrovarsi da ricco rampollo di una famiglia dell'alta finanza, fidanzato e circondato da amici, a persona abbandonata da tutti, povera e accusata di svariati crimini? E non solo dal punto di vista materiale. Perciò, se l'inizio della storia scuote le fondamenta della vita del o dei personaggi principali... benissimo. Goins scrive nel suo articolo we find our roles in the story by stepping into discomfort: ovvero, cerchiamo di privare il protagonista delle sue certezze, della sua quotidianità, della sua serenità... o della "consueta infelicità", se è quello il suo status; insomma, togliamogli le certezze, costringiamolo ad alzarsi dalla poltrona e mandiamolo per il mondo con un calcio nel sedere. Costringiamolo a lottare per ritrovare se stesso e riconquistare la propria vita - anche quando, magari, alla fine scoprirà di essere molto diverso da quello che aveva creduto; anche quando la vita che comincerà per lui alla fine della storia sarà molto diversa da quella che aveva pensato.
Sempre che ci arrivi vivo, alla fine.

Al momento lavoro a una storia dove il protagonista maschile è già nel bel mezzo della sua crisi d'identità, prima ancora che il romanzo inizi: man mano si scopre perché, e chi era prima, e quanto gli bruci ritrovarsi ridotto all'ombra di se stesso. Forse è un rischio, perché se il lettore non sa chi il personaggio era - e non lo ha visto comportarsi meglio rispetto a quanto stia facendo quando lo incontra -, come potrà affezionarsi a lui? Non posso limitarmi a dire "ma sappiate che prima era una persona meglio, eh" (non è un errore di battitura, sto citando il benemerito Maccio Capatonda). Quello che intendo sfruttare è il disagio del personaggio - diciamo pure: la sua sofferenza - e la rabbia che prova, i ripetuti tentativi di tornare in carreggiata, gli insulti a se stesso (no, non se li risparmia) quando sa quello che dovrebbe fare se fosse ancora "lui", e invece non riesce. Se non scelgo di mostrarlo mentre precipita "dalle stelle alle stalle" e poi cerca di levarsi dai guai, posso però mostrarlo in tutta la sua fragilità mentre lotta per cambiare. L'importante è evitare il personaggio passivo e frignone; se ho un lottatore, per quanto debole, disperato e in crisi, spero che il lettore tiferà per lui.

Un'altra cosa che tutti gli aspiranti scribacchini hanno sentito ripetere da ogni parte è: il personaggio deve evolversi, deve cambiare, o, se vogliamo essere più "tecnici", ha un suo "arco di trasformazione". Eccetera. Perciò, se alla fine il protagonista si rende conto degli errori e pensa orgoglioso "sono cambiato", abbiamo fatto il nostro lavoro, no?
Non proprio. Nell'articolo di Goins mi ha colpito questa frase - che è anche quella da cui è partita la decisione di scrivere questa lunga tirata: A character changes when he does something he normally wouldn’t do. Che significa? To', ancora una volta show, don't tell: se l'autore dice che il personaggio ha capito i propri sbagli e ha deciso di cambiar vita, il lettore ha il diritto di non fidarsi. Un momento importante come il cambiamento ha bisogno di una scena che mostri gli effetti di questo cambiamento - che potrebbe anche essere inconsapevole, da parte del protagonista: descriviamo questo turning point, esemplifichiamolo. Con una scena-madre, oppure con un singolo gesto che aprirà la strada alla risoluzione, se si verifica prima del "gran finale", oppure che dimostrerà che il personaggio ha imparato la lezione ed è cambiato per sempre, se inseriamo la scena come conclusione del romanzo. Se, ad esempio, il mio protagonista è obeso e lotta per tutto il romanzo contro la voglia di dolci, se alla fine lo mostrerò mentre, a un buffet, rinuncia a servirsi della torta al cioccolato e sceglie l'insalata, non avrò bisogno di dire al lettore "hai visto? Guarda com'è cambiato!": il lettore lo capirà da sé.

Non so ancora quali saranno le scene che esemplificheranno questi cambiamenti, nella storia cui sto lavorando ora, perché sono ancora in una fase iniziale; ma posso pensare a un altro mio romanzo, questa volta concluso, dove uno dei personaggi fa per tutta la fase iniziale della storia "parte per se stesso", senza riuscire a provare empatia e aprirsi con gli altri "compagni di sventura"; nel momento in cui fa un passo avanti e si preoccupa di radunare gli altri, cercando di creare un gruppo e fare fronte comune contro il pericolo, eccolo: il cambiamento c'è stato. E non ho bisogno di dirvelo: il personaggio, per tornare a quello che diceva Goins, ha "fatto qualcosa che normalmente non avrebbe fatto", qualcosa che prima non voleva compiere, e che ora invece fa senza essere costretto.
E il bello è che, se si lavora bene sui personaggi, queste scene e questi momenti decisivi emergono quasi da soli, in maniera naturale, proprio perché sono frutto di un'evoluzione coerente, e non di una decisione dell'autrice "perché sì, perché voglio così".

Immagine da Pinterest.

4 commenti:

  1. cerchiamo di privare il protagonista delle sue certezze, della sua quotidianità, della sua serenità... o della "consueta infelicità"

    Questa è una di quelle cose che raramente mi riesce in prima stesura. Di fatti, nemmeno nel draft in corso sto centrando il bersaglio.
    Vabbe', c'è tempo :)

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    1. Appunto. Just get it done: poi si sistema tutto, per il solito "you can fix a bad page, but you can't fix a blank one"^^ Poi, il "terremoto" che scuote il protagonista e lo costringe ad affrontare una situazione di cambiamento non è necessariamente la prima cosa che succede.

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