giovedì 20 settembre 2012

Not so funny, after all

Come promesso, riprendo in parte il discorso iniziato l'altro giorno con questo post, una riflessione più o meno a ruota libera sull'importanza del conflitto nelle storie, e soprattutto su come mostrare l'evoluzione dei personaggi che affrontano i numerosi, terrificanti ostacoli predisposti da ogni CBD (Creatrice Bastarda Dentro).

Se la volta precedente lo spunto veniva da un articolo di Jeff Goins, in questa riparto da un post di Socia Sam, che parla di quanto sia divertente (ammettiamolo) far soffrire i poveri indifesi personaggi.
... Ma ne siamo poi proprio sicuri?


C'era una volta un tempo d'ingenuità e candore. Scribacchina alle prime armi, ancora ignara di una quantità spropositata di cose che avrei dovuto sapere sulla Vita, l'Universo e Tutto Quanto, oltre che sulla Scrittura, gasata ed euforica durante stesure, riletture & revisioni, mi divertivo a falciare personaggi con più zelo della Triste Mietitrice (sì, mi piace al femminile). Non che non mi ci affezionassi, ma non mi facevo scrupoli nel farli soffrire, trucidare amanti, figli, genitori, vecchi, bambini e quant'altro. Possibilmente in modi macabri (si vede che sono cresciuta a pane e film horror?)

Ma arriviamo ad oggi. Un periodo di self-inflicted paranoie ed equilibrio mentale precar... ehm, denso di pensieri e ispirazioni. Scribacchina convinta, ancora ignara di una quantità spropositata di cose che dovrei sapere sulla Vita, l'Universo e Tutto Quanto, consapevole che quello che ho imparato sulla Scrittura è solo una briciola rispetto a ciò che devo ancora apprendere, tanto gasata ed euforica quando "parlo" con i personaggi quanto ferocemente autocritica quando scrivo, leggo e riscrivo ("Non è male... NO, CHE DICO? IN REALTA' FA SCHIFO LO SOOO!") Falcio ancora personaggi con immutato zelo, e possibilmente con crudo realismo: se devo descrivere una morte, lo faccio senza autocensure, così come se devo descrivere una scena di sesso, le meraviglie di un personaggio che passa più tempo sbronzo a vomitarsi sulle scarpe anziché sobrio e così via. Nulla di diverso?

In realtà la differenza c'è. Mi sarei aspettata di diventare, col tempo, sempre più fredda, distaccata. Professionale, no? Non è questo che significa? Invece, col cavolo. Posso essere spietata nell'autovalutarmi, posso ripetere il mantra questa scena non funziona, la trama ha dei buchi, quel personaggio non è reso abbastanza bene, quella descrizione fa pena eccetera eccetera, ma è inutile: nel magico istante in cui mi affeziono a un nuovo personaggio, nel momento divino in cui quella figura prima nebuolsa prende vita e inizia ad agire senza bisogno che io mi chieda "che cosa farà?" o "come si comporterebbe in questa situazione?" (immaginate musica epica, afflato biblico, solennità d'atmosfera)...
... ecco, in quel momento io cado nel tunnel del fangirleggiamento.
Termine tecnico per indicare che sì, Personaggio, magari sei un figlio di puttana con la tendenza ad auto-distruggerti, sì, sei una testa quadra, e di sicuro sì, devo ancora limare, lavorare, migliorare il modo in cui ti ho mostrato agire e parlare, ma... ecco, caro Personaggio mio: nonostante tutti i tuoi difetti da creatura-ancora-in-evoluzione, io faccio gli occhi a cuoricino ogni volta che ti penso.

Non ridete. Guardate che è drammatico.

Ogni autore ha le sue ossessione, i suoi temi e generi prediletti, e anche la parte che preferisce, nello sporco lavoro di scrivere. Ideare l'ambientazione, inanellare eventi dal ritmo serrato per una trama che tolga il fiato al lettore, trovare il modo migliore di cacciare nel romanzo una "tesi" e dimostrarla (se è quello che volete... io ragiono diversamente, ma questo lo vedremo un'altra volta). Anyway, per quanto mi riguarda la parte migliore è dare vita ai personaggi, con tutto quello che ci sta intorno: sia il lavoro di caratterizzazione, cioè, sia quello sui dialoghi. Parte di questo lavoro è anche raccontarmi (o scoprire, scegliete voi) tutto quello che, magari, nel libro nemmeno finirà: che il Personaggio X ama una certa canzone oppure che Y prende sempre lo stesso gelato per un certo motivo, o ancora che Z si vede in un modo, ma cambia pelle solo con quella certa persona o in quella certa situazione... e così via. Una miriade di dettagli, particolari, sfumature; alcuni sciocchi, altri drammatici, altri ancora imprevedibili. Finché arriva il momento in cui, se qualcuno mi pone una domanda riguardo a un aspetto di un certo personaggio su cui non avevo mai riflettuto, la risposta arriva quasi da sola, in pochi secondi: perché semplicemente ormai so.

"Facile, li hai inventati tu!" E sicuramente è vero. Ma il personaggio non sono io, non più di quanto Viggo Mortensen sia davvero Aragorn o Simon Pegg sia sul serio Shaun (ma della creazione del personaggio come recitazione vi ho parlato anche altrovepiù di una volta). Soprattutto, non percepisco più i personaggi come "io che cerco di mettermi nei loro panni". Quando si arriva a quel magico istante di cui vi dicevo, posso vedermeli davanti, posso sentirli parlare (e solitamente rompono il cazzo con commenti a sproposito. Finché riesco a tenerli a bada bene, ma quando mi scappa una battutaccia in pubblico perché in quel momento ero distratta e pensavo al Personaggio X, hai voglia spiegarlo alla "gente normale" che mi guarda allibita...)
E allora, Personaggio, come posso trovare il cuore di ucciderli?

Semplice (non da fare, ma da spiegare, almeno): persisto nel far soffrire i poveri Personaggi, fino alla morte se è quello che devo, perché li - e mi - rispetto. Rispetto loro e la storia, e mentre giungo alla consapevolezza del personaggio, arrivo anche al punto di sapere qual è la conclusione "giusta" per quella certa vicenda. E se dev'essere tragica, mi vergognerei ad "addolcire la pillola" con una forzatura, anche se riuscissi a farlo senza che il lettore se ne accorga.
Ci provo, a salvarli. Ci spero, tifo per loro. A volte i personaggi trovano il modo, cambiano al momento giusto, mi stupiscono, si rifiutano di lasciarsi abbattere, e allora possiamo tutti gioire. A volte no, e allora deve capitare il peggio. Ci sto male, e non li dimenticherò. Ma non potrò salvarli, per quanto lo desideri. Così come non li torturerò in maniera gratuita solo "perché sì", perché ho voglia di gettare secchiate di sangue sulla pagina. Tutto quello che accade in una storia dev'essere inevitabile, necessario, importante.
E questo approccio è uno dei punti in comune che ho con Socia Sam. Ho sempre amato il sadder and wiser usato da Coleridge per definire il personaggio dell'Ospite del matrimonio nella sua Rhyme of the Ancient Mariner, perché racchiude l'essenza di quel viaggio - per me, per il lettore, per i personaggi - che è un romanzo: divenire più saggi e più tristi, magari, perché le esperienze vissute ci hanno cambiato. Lieta, malinconica o tragica, ogni storia ha la sua conclusione, e se è quella giusta la amerò comunque.

E lo so: ora mi direte è assurdo. Non è normale affezionarsi così a personaggi creati da me. Oppure commenterete una persona che vuole scrivere non può "fangirleggiare"! Come potrebbe essere obiettiva e severa? Che fine fanno razionalità, controllo, tecnica?...
E invece le due cose coesistono. Perché l'amore assoluto per i personaggi, il piacere di "stare" con loro, di ascoltare quello che hanno da raccontarmi, appartiene al puro gusto di scrivere, all'estasi della prima stesura, a quella corsa senza regole che è "riempiamo il foglio bianco e arriviamo a mettere la parola fine". Sono i personaggi che mi danno la forza di faticare e scrivere, anziché rigirarmeli solo nella testa.
L'obiettività, la severità, il rigore, l'attenzione alla tecnica, il mettere in dubbio ogni parola usata e ogni evento descritto fanno parte della fase due, quella della revisione. La fase durante la quale non ci sono "occhioni" e suppliche che tengano e nemmeno il mio personaggio preferito può sperare di farmi impietosire.
E se continua a sembrarvi tutto un po' folle... be', ragazzi, non ho mai detto che scrivere sia un'attività per persone equilibrate e "normali".

On air:
Moonspell, Ghostsong
Say what you are
Come here to haunt you
Say what you will
I am going haunt you
And protect you
I am going hurt you...

2 commenti:

  1. Magnifico post, Aislinn! Riuscire a provare queste sensazioni scrivendo è un dono, ed è proprio questo il motivo per cui ci siamo innamorate della pagina bianca e delle infinite possibilità che offre. Siamo creatrici di Universi, e allo stesso tempo vittime (compiacenti ^.^) delle nostre stesse creazioni...

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