giovedì 18 ottobre 2012

Dal mio punto di vista

La settimana scorsa mi sono capitati sott'occhio due diversi post sull'uso dei punti di vista in narrativa, quello di Socia Vale e quello di TalkToYoUniverse, dove trovate diversi consigli utili da tenere presente.
Ho già toccato l'argomento qua e là (per esempio in questo post sulla terza persona limitata) e vorrei ora fissare qualche altra osservazione personale. No, non intendo spiegare per filo e per segno pro e contro di ciascun punto di vista, e come si usa, e gli errori comuni, eccetera: è pieno di manuali, siti e blog dedicati e se siete curiosi (se scrivete, me lo auguro) posso rimandarvi a questo post per un elenco di testi on writing oppure al blog di Michele Greco per una disamina concisa & precisa sui diversi tipi di point of view.

Quello che voglio fare qui è solo qualche riflessione, con il minimo di spiegazione necessaria a farvi capire quello che intendo. Insomma, non un mini-manuale, ma semplicemente la mia esperienza.
Sapete tutti che i punti di vista più usati sono la prima (un personaggio racconta direttamente la propria storia: "Io vidi, io andai" eccetera) e la terza, nella forma onnisciente (un narratore esterno che sa tutto di tutti i personaggi e di tutti gli eventi, ed è quindi esterno - divino, in un certo senso) oppure limitata (ancorata cioè nella testa di un singolo personaggio per scena/capitolo).
Sia da lettrice che da scribacchina, la mia preferenza va senza ombra di dubbio per quest'ultima, anche se non mi rifiuto certo di leggere un romanzo solo perché è scritto in prima, ci mancherebbe. Scrivendo, ho mosso i primi passi usando il generico narratore onnisciente che tutti abbiamo presente perché è quello di Manzoni e dei "grandi classici" dell'Ottocento; e dico "generico" perché, se vado a rileggere come utilizzavo il punto di vista fino a qualche anno fa, mi prenderei a sberle da sola. Ma nessuno nasce esperto e la conoscenza e la dimestichezza con questi meccanismi si costruisce col tempo, quindi cerco di non deprimermi troppo nel notare quante cose non sapevo quando scrivevo i miei primi tentativi di storia, e mi concentro invece su quanto so adesso - e soprattutto su quello che ancora devo imparare e dove ancora posso migliorare.
Anyway, dalla terza onnisciente alla terza limitata il passo è stato breve - ma enorme, per quello che ha significato per me. La prima invece non mi ha mai sedotto, nonostante si dica che sia il punto di vista più naturale (il che non significa meglio gestito) per i principianti.


Se provo a riflettere sui motivi di queste preferenze, be', posso solo dire che leggere "io" in un romanzo mi suona in qualche modo artificiale. E questo nonostante solitamente si dica che la prima persona garantisce la maggiore vicinanza possibile tra personaggio e lettore. Per me - e ribadisco: per me, in modo del tutto istintivo - è difficile abbandonarmi al fictive dream e accettare che il personaggio X si sia messo a scrivere la sua vicenda per filo e per segno, con i dialoghi riportati in modo preciso, le descrizioni e così via, a distanza di anni, oltre al fatto che questo implica sia sopravvissuto, e quindi parte della suspense se ne va. Anzi, nel sentire il personaggio-narratore che racconta gli episodi più avventurosi sforzandosi di mantenere il mistero su ciò che sta per accadere, io mi irrito. Che posso farci? Lo scrollerei per dirgli "falla breve, che tanto sai com'è andata!"
Allo stesso modo mi respinge e mi infastidisce la "seconda persona", un punto di vista usato molto di rado (e per fortuna, IMHO). "Avanzi lungo il corridoio, quando senti un rumore..." Nein! In questo modo non mi identifico col personaggio, mi accade esattamente il contrario: mi sento catapultata fuori dalla storia per notare quanto sia "finta" l'esperienza di lettura.
E se usiamo il presente? Per me, altro problema: non amo leggere le storie al presente, e a maggior ragione, se devo fingere di trovarmi direttamente nella testa di un personaggio che vive in questo stesso istante la sua storia, be'... mi suona ancora più innaturale. Come dire, la gente non pensa davvero così (in ordine, con frasi precise e ben costruite, spiegando, riflettendo eccetera): i pensieri sono piuttosto il guazzabuglio dello stream of consciousness e più si cerca l'immediatezza in questa maniera, più io mi rendo conto dell'artificio narrativo.

So però che questo è un problema mio; e ribadisco, leggo e apprezzo anche romanzi scritti secondo questo punto di vista. Ho pure tentato di usarla, la prima persona, addirittura accoppiata al presente che mi dà così sui nervi: ma solo per racconti brevi. Allora la vivo come un esperimento, e anzi mi serve per giocare un po' con le possibilità espressive: ad esempio, in Wait for sleep, il racconto selezionato per l'antologia Caduti del Premio Nero Angeli, ho utilizzato il presente per la vicenda principale e il passato remoto per i flashback; altrove, in romanzi, ho invece usato il presente per momenti di, diciamo così, coscienza alterata (visioni, sogni, personaggi sotto l'effetto di sostanze stupefacenti e così via), dove ho scelto uno stile concitato e spezzato per rendere, come nel flusso di coscienza cui accennavo prima, la particolare situazione e quello che capita nella testa dei personaggi, annullando i filtri.

Qual è allora la mia scelta ideale? Be', come ho anticipato, la coppia terza persona limitata (nella forma multipla: vario cioè il personaggio punto di vista quando cambio scena e/o capitolo - mai all'interno della stessa scena) + il caro vecchio passato remoto.
Perché? Partendo dal fondo, il tempo verbale passato è talmente connaturato alle storie che riesco ad accettarlo senza che strida minimamente con la mia sospensione dell'incredulità. C'è sempre qualcosa di artificiale in un romanzo - chiunque sia il narratore prescelto, qualunque tempo verbale usiamo - ma l'abitudine al passato remoto è talmente forte che neanche ci faccio più caso, e questo mi consente di immergermi nella storia che leggo senza la minima difficoltà; o, se sto scrivendo, mi viene spontaneo e semplice. E io ho bisogno di immergermi nella vicenda nella maniera più completa possibile, con meno distrazioni possibili.
Per quanto riguarda la terza persona limitata, invece, trovo che sia la persona che mi consente in maggior misura di immergermi nella testa del personaggio-punto di vista, evitando la supponenza e le intromissioni del narratore onnisciente, che mantiene sempre a distanza; e allo stesso tempo mi permette di vivere la vicenda come se fossi nella pelle del personaggio, ma senza dover ascoltare la sua voce che "mi parla". Non è il personaggio che mi dice ciò che pensa; sono io che origlio i suoi pensieri - che li faccio miei, che li vivo direttamente.

Questo, naturalmente, accade quando la terza persona limitata è usata davvero secondo tutta la sua potenzialità. Non si tratta semplicemente di "descrivere solo ciò che il personaggio vede/sente/sa/pensa". Si tratta di intessere la narrazione con la sua voce. Lo stile del personaggio non è più solo evidente nei dialoghi, quando parla direttamente; l'intera scena è imbevuta del suo lessico, delle sue esperienze, del suo modo di pensare, di vedere le cose. Questo è ciò che amo di questo punto di vista; questo è ciò che mi consente di conoscere davvero, al cento per cento, un personaggio, e di padroneggiare il suo stile, la sua lingua, la sua personalità.
E quando so di aver raggiunto un buon grado di conoscenza del personaggio in questione? Quando la prima riga di una scena dal suo punto di vista rende immediatamente chiaro nella testa di chi siamo, senza nemmeno bisogno di usare il suo nome. Perché quella prima frase già esprime tutta la sua personalità, la sua voce e il suo linguaggio. E non si può confondere con quella di nessun altro personaggio della storia.

Anche per questo mi piace ^^

L'immagine viene da questo articolo sulle caratteristiche dei punti di vista.

4 commenti:

  1. Due anni fa, aprendo un libro che inizia con "Mi chiamo..." l'avrei chiuso e rimesso sullo scaffale. La terza persona (onnisciente o limitata, il balzo è piccolo) e il passato remoto erano giusti. Punto. Oggi sono molto meno fondamentalista a riguardo. Ho scritto una o due storie in prima persona e mi sono stupito del risultato! Insomma, non mi scandalizzo più se una storia nasce in prima persona (dalla mia penna o già su carta). Trovo però che la terza onnisciente mi convince sempre meno. Ma non di per sé, dato che basta qualche capitolo per entrare in sintonia con il narratore, quanto nei momenti in cui l'onniscienza spunta a tradimento, quando fino a poco prima non ve ne era traccia. Insomma, sono le imperizie a infastidirmi, non l'impianto.

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    1. In realtà, il balzo da onnisciente o limitata è parecchio grande!
      Io non mi reputo una fondamentalista, leggo di tutto e sperimento di tutto quando scrivo; ma ho le mie preferenze... ^^

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  2. Proprio un bel post!
    Anch'io fatico a scrivere le storie al presente, mi sembrano poco naturali e se poi a raccontarle è il protagonista lo trovo ancora più innaturale. Poi tutto dipende! Mi piace provare e sperimentare e faccio anche queste cose per vedere che cosa ne viene fuori!
    Scrivo molto in prima persona, ma anche in terza persona limitata. Raramente uso il narratore onnisciente alla Manzoni.
    Resta il fatto che sono cose che variano molto in base al tipo di storia, quindi non saprei generalizzare!

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    1. Naturalmente anch'io sono pronta a sperimentare, anche in base al tipo di storia, come ho scritto. Ma le soddisfazioni maggiori me le dà la TPL ^^

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