mercoledì 24 ottobre 2012

Self-editing for fiction writers

Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Self-editing for fiction writers, la seconda edizione di un manuale incentrato, come potete intuire dal titolo, sulle tecniche di revisione del proprio romanzo. Autori sono Renni Browne e Dave King, entrambi editor. Purtroppo mi risulta che il testo sia reperibile solo in inglese (qualche editore che abbia voglia di tradurlo? Dino Audino, per esempio, che ha portato in Italia numerosi manuali utilissimi?) Lo trovate comunque facilmente su Amazon, edito da Harper.

Perché, sia detto subito: è un testo che vi consiglio, senza se e senza ma. Più agile e immediato rispetto a Revising fiction di David Madden (denso, densissimo), più puntuale rispetto a Revision & Self-editing di Bell, che è piacevole, ma è soprattutto un "bignami" di tutto quello che si dovrebbe tenere presente parlando di scrittura, e per quanto riguarda la parte di editing è piuttosto stringato.
Nel loro testo, invece, Browne e King permettono di toccare con mano il concreto lavoro svolto dagli editor sui romanzi, unendo le spiegazioni teoriche a numerosissimi esempi concreti, estrapolati sia da testi già pubblicati sia da manoscritti sottoposti loro in valutazione; ogni capitolo è concluso da un'utilissima lista di punti da consultare per analizzare il proprio testo dal punto di vista dell'ultimo argomento trattato, nonché da esercizi, con la soluzione (o una delle possibili proposte di soluzione, visto che si parla di scrittura e non di matematica) in fondo al libro. E qualche volta ci si diverte anche a "editare" brani presi da illustri classici, ad esempio Il grande Gatsby, perché, come giustamente sottolineano gli autori del manuale, la tecnica di scrittura si evolve, e inoltre, be', quale scrittore è sempre e solo perfetto?

Parlando di contenuti, il manuale è diviso in dodici capitoli ricchissimi di spunti e di consigli molto pratici, che spaziano da quelli apparentemente più banali e utili ai principianti (non che agli scribacchini di lungo corso non faccia bene un ripasso, ogni tanto...) fino a quelli invece più raffinati e meno intuitivi. Come per ogni manuale, non dovete seguire tutti i consigli e tutti gli avvertimenti proposti qui a ogni costo: piuttosto, lo scopo è porsi domande, prendere in considerazione metodi diversi, sperimentare, acquisire consapevolezza di aspetti magari mai considerati prima ed esercitarsi in modo pratico, per creare così il proprio metodo di lavoro. E chissà, magari trovare lo spunto giusto per risolvere una momentanea impasse della storia cui state lavorando da mesi, o farsi illuminare da una lampadina improvvisa, "ehi, a questo non ho mai pensato, magari funziona!"
Si spazia dall'immortale, famoso, imprescindibile show don't tell (consiglio di cui ormai tutti si riempiono la bocca, salvo spesso non avere idea di quello che significa davvero). Il "mostrare e non raccontare" non è considerato l'unica possibilità: gli autori si soffermano anche sui momenti in cui è meglio usare qualche riga di narrative summary, per esempio tra una scena e l'altra (quindi, se siete diffidenti, non temete: manuale non è sinonimo di assolutismo e catene). E propongono una sigla facile facile, ma oh quanto importante, come memento: R.U.E., ovvero Resist the Urge to Explain. Resistere all'impulso di spiegare. Per fare un esempio triviale, così su due piedi: se scrivete in un dialogo "Vaffanculo, stronzo!" non c'è bisogno di aggiungere subito dopo "Tizio era arrabbiato e offeso". Le parole pronunciate (e si spera anche i gesti del personaggio, il contesto ecc) bastano a mostrare quello che prova Tizio, perché appesantire il tutto con l'ovvio? Come si dice a p. 85, You don't want them to know the fact, you want them to feel the emotion, come autori non vogliamo che i lettori "sappiano" come si sente un personaggio, vogliamo che provino sulla loro pelle le stesse emozioni. Ecco qui riassunto perché è importante e non opzionale il "mostrare".

Si parla poi anche del modo migliore di caratterizzare i personaggi, di punti di vista, di dialoghi, di proporzione (concetto meno famoso dello show don't tell, ma fondamentale, IMHO, nonché più arduo da applicare di quanto sembri), perfino della suddivisione in paragrafi, e si conclude con diversi consigli per mostrare la propria professionalità e non essere scambiati per dilettanti allo sbaraglio (per esempio, evitare troppi punti esclamativi, stare attenti all'uso delle costruzioni in -ing, corrispondente all'insidioso gerundio, ecc.) e, infine, un capitolo dedicato a un concetto elusivo e ostico da definire, quello della "voce" di un autore. E anche se, come riconoscono gli autori, non è possibile "insegnare" a qualcuno qual è la sua voce, che dovrebbe essere unica e inconfondibile, anche qui però non mancano consigli e proposte che ho trovato molto interessanti per prendere coscienza della scrittura e acquisire dimestichezza con la propria "voce".
Non mancano aneddoti derivati dall'esperienza diretta dei due editor, e un po' di sana ironia per alleggerire il testo e renderne piacevole la lettura. E nonostante l'indubbia importanza della tecnica, la vediamo sempre al servizio della storia, dei personaggi, dell'obiettivo finale - scrivere il libro migliore possibile - e perciò, in definitiva, del lettore. Che magari non sarà mai consapevole del lavoro immenso dietro al romanzo che tiene tra le mani, né avrà idea di cosa significhi la parola "tecnica" riferita alla scrittura; ma godrà i frutti di quella fatica. In fondo, a technique that distracts the reader is never a good idea (p. 89), la tecnica non deve distrarre il lettore, deve anzi essere invisibile: solo così può essere efficace. Ecco perché, per esempio, infarcire un romanzo di paroloni eleganti in genere serve solo ad appesantire e snervare, perché richiama l'attenzione sull'autore come se stesse gridando "guarda quanto sono bravo, guarda che bel linguaggio so usare!", e perciò distoglie dalla storia.

Nota. Visto che in Italia si fa sempre polemica parlando di "critiche agli autori", di "rispetto", di quello che i lettori "possono" o "non possono" dire recensendo un romanzo e così via, cito da pagina 82 del volume la conclusione di un brano che Browne e King traggono dal New York Times Books Review, una recensione di un libro di Ludlum firmata da Newgate Callender: The book may sell in the billions, but it's still junk.
Detto così, senza mezzi termini, di un autore best seller, dopo ovviamente aver spiegato i motivi di questo giudizio.
E noi stiamo ancora a offenderci quando qualcuno fa notare che il tal libro è mal scritto.


2 commenti:

  1. Sembra molto interessante. Certo, il fatto che è disponibile solo in inglese può essere un limite, sia perché non tutti conoscono bene l'inglese, sia perché italiano e inglese hanno grammatiche e strutture sintattiche molto diverse e immagino che alcuni consigli non siano utilizzabili direttamente in italiano. Questo però non lo rende di certo un pessimo libro. Lo metto nel mio elenco. Grazie per la segnalazione.

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    1. Purtroppo il limite della conoscenza della lingua c'è, ma se c'è la possibilità consiglio di provare ad affrontarlo.
      Per quanto riguarda la grammatica, in realtà di punti in cui i consigli non sono trasferibili anche alla nostra non sono moltissimi, si parla soprattutto di tecnica, di stile.

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