lunedì 26 novembre 2012

Allontanarsi dalla storia

Qualche giorno fa ho letto un post molto interessante da uno dei miei blog "affezionati", TalkToYoUniverse di Juliette Wade: lo potete trovare a questo link.
Nell'articolo, si discute di un momento molto particolare per uno scrittore, o scribacchino che dir si voglia, quello in cui occorre allontanarsi dal testo in lavorazione.
Solitamente, si pensa alla fase in cui, conclusa una prima stesura, ci si prende qualche tempo per staccare dalla storia - qualche giorno, meglio settimana, meglio un mesetto almeno, se avete la pazienza per farlo -, in modo da poterla rileggere poi a mente fresca. Si tratta di un processo da non sottovalutare: dopo aver faticato a lungo, ragionato, riletto già, magari, più volte diverse scene, o anche l'opera dall'inizio alla fine, per sistemare incongruenze, effettuare modifiche e così via, dopo aver preso appunti, vagliato strade diverse, e dopo, soprattutto, essere entrati nella storia, aver vissuto più in quel mondo che in quello reale - almeno con la mente e lo spirito, se non con il corpo - e aver imparato a muoversi in esso e a stare dentro la testa dei personaggi... Be', l'amore per la storia da una parte, e gli automatismi dall'altra, impediscono di accorgersi di quello che non va.
Cosa intendo? 1 - Per quanto mi riguarda, nonostante il "fa tutto schifo" inevitabile che mi accompagna sempre - lo stile va migliorato, questa scena fa pena, qui posso tagliare, questo è solo bla bla bla, quel personaggio non funziona ecc ecc - il mio rapporto con la scrittura in generale e con ogni singola storia in particolare è di amore, assoluto, totale, cieco amore. Da cui il rischio di scivolare nel "be', questa scena non serve, ma è così bella, potrei tenerla lo stesso", che è deleterio (kill your darlings, dice King: uccidete i vostri cari personaggi senza pietà; ma per me vuol dire anche... uccidete quello che piace a voi, se non serve alla storia, se è ridondante, se funziona solo per compiacere lo scrittore, ma non per catturare il lettore). 2 - Nessuno conosce la storia meglio dello scrittore, una volta conclusa (perché "una volta conclusa"? Perché prima, quando ancora i personaggi possono stupire con un'idea geniale che tu, autore, non avresti mai immaginato, quando una scena può rivelare un aspetto del conflitto, o un evento nel passato del protagonista, che non avevi considerato... be', in questa fase la storia si dipana, in parte, ignota quanto il futuro che viviamo nel "mondo reale"). Il fatto di conoscere storia e personaggi è importantissimo - e intendo conoscerle con tale profondità da sapere anche quello che nel libro non finisce, anche i gusti preferiti di gelato del protagonista, tanto per fare un esempio frivolo - ma in fase di revisione è un'arma a doppio taglio. Occorre avere uno sguardo il più possibile fresco, oltre che imparziale: sia perché l'occhio tende a correre veloce sulle frasi che già conosce, ed ecco perché scappano le ripetizioni anche dopo plurime letture ravvicinate, sia perché bisogna mettersi nei panni del lettore per sapere se lo svolgimento della storia è sufficientemente chiaro da essere comprensibile, ma non troppo da permettere di prevedere ciò che accadrà.

Nell'articolo che vi ho linkato, tuttavia, si parla di un altro modo di allontanarsi da una storia. La soluzione estrema quando, durante la prima stesura, il romanzo non funziona, s'incaglia, non vi convince davvero - non nel solito "fa tutto schifo", che è inevitabile (first draft of anything is shit, diceva Hemingway), ma perché sentite che qualche ingranaggio non gira nel modo giusto, la storia s'irrigidisce, vi suona sbagliata. Juliette Wade ha un consiglio perentorio: walk away.
Mollate la storia.
Per un po'.

Non sto dicendo di arrendersi. Ma ho sperimentato più volte, in prima persona, quello che la Wade racconta della propria esperienza personale: arriva il momento, a volte, per alcune storie (fortunatamente, ci sono anche quelle che filano lisce fino alla conclusione in una sorta di febbre e vi fanno chiudere una prima stesura in tre mesi), di metterle da parte. Dedicarsi ad altro, cambiare romanzo, occuparsi della revisione di un altro, quello che vi pare: continuare a scrivere, ma non la storia che si è bloccata, che non vi convince, che vi ha, forse, esaurito. Si tratta, in fondo, della ripetizione del processo iniziale, quello che per me precede qualsiasi stesura: in quel caso vuol dire lasciarsi colpire da un'idea, attendere che ne arrivi un'altra da concatenare, mettere insieme spunti, incontrare per caso un nuovo personaggio... finché tutti questi elementi consentono di partire con la storia che, prima, era solo una vaghissima suggestione; in questo, vuol dire concentrarsi su altro, rilasciare tensione, frustrazione, sensazioni negative che circondano il romanzo "incagliato", e attendere. Con pazienza. Attendere che arrivi una nuova idea che risolva l'empasse, un nuovo personaggio che intervenga al cuore del problema che ha congelato tutto, uno spunto che dia il via a una nuova partenza - o semplicemente, attendere di crescere abbastanza per capire cosa non va, e permettere alla storia di crescere con voi. Perché per ogni storia c'è il momento giusto. Anche quando si tratta di aspettare anni dal primo tentativo. Nel frattempo nuove suggestioni colpiscono, nuove esperienze di vita arricchiscono il background personale dell'autore, la pratica e lo studio della scrittura permettono di imparare qualcosa che prima mancava... e così via.
Se la storia è destinata a nascere, non vi abbandonerà. I personaggi resteranno con voi, gli eventi continueranno a sembrarvi interessanti, intriganti. E alla fine qualcosa vi scuoterà, vi farà capire che è ora di tornarci, arriverà la luce che chiarirà le zone d'ombra dove vi eravate impantanati. E  questo è uno di quei casi in cui mi torna in mente una lirica di Bjork - I'm no f***ing buddhist, but this IS enlightenment...
L'importante è non considerare mai la battaglia persa. Prendersi un momento di stacco dalla storia non dev'essere la scusa per nascondersi dietro un comodo "sì, sto scrivendo un romanzo" senza mai concludere niente. Se tenete a quella storia, se sentite che merita ogni vostro sforzo, ogni vostro sacrificio, se sapete che deve venire alla luce, allora pensatela come la Wade quando dice "When I get back to it. Not if". Quando tornerò su quel romanzo - non se. Una pausa non vuol dire smettere di scrivere. E sono ancora del parere che, se possibile, tuffarsi nella prima stesura e non mollarla finché è conclusa sia la cosa migliore. Ma, a volte, qualcosa non torna. E allora, a mali estremi, estremi rimedi.
Tanto, se la storia merita, saranno i personaggi a rompervi le scatole finché non tornerete a occuparvi di loro. Voi siate pronti a sputar sangue e sudore e accontentateli. Al momento giusto.



Volete, infine, un esempio pratico? Be', c'era una volta una storia che mi prendeva tantissimo. Legata a un'ambientazione e a personaggi che avevo già usato, che quindi già conoscevo e amavo. La prima metà del romanzo è filata come un treno: i guai per i protagonisti si accumulavano, le prime scene catapultavano nella storia, il plot mi sembrava intrigante...
Poi, puff. Tutto si è sgonfiato come un palloncino. Per due motivi: primo, uno dei miei protagonisti è un accidenti di testa di caz... ehm, mi crea problemi e non sa neanche lui cosa prova; e secondo, l'antagonista principale faceva schifo. Senza mezzo termini: avrebbe anche potuto essere interessante, ma... no, non lo era. Non lo sentivo, non mi colpiva, e se non colpisce me, come potrebbe funzionare per il lettore? Come potrebbe reggere il maestoso casino che stavo creando.
Ergo, walk away.
Per un paio di annetti, se ora provo a fare il conto.

E a un certo punto, bum.
Illuminazione.
Tizio Nuovo è arrivato. Ispirato dai soliti ascolti ossessivo-compulsivi. Con un prototipo bello e pronto. E un background che si è chiarito nel giro di pochi giorni. Nell'arco di una settimana, Tizio Nuovo mi ha: stravolto la storia, ammazzato un personaggio che io già vedevo invecchiare felicemente, provocato traumi, shock, fratture multiple a svariati altri personaggi, mostrato uno stile di combattimento tutto suo, ribaltato come un calzino le convenzioni che davo per assodate in quel certo mondo. E mi ha conquistato, by the way.
Così ora ho: voglia di concludere la storia - anche se, prima, ne ho un'altra in attesa, perché, anche se le due non c'entrano nulla l'una con l'altra, condividono l'ambientazione ed è saggio, lo so, procedere per cronologia. Ho per le mani un personaggio Simpatico & Bastardo senza rimorsi, ovvero il tipo più pericoloso, quello che mi fa empatizzare per lui, quello che è broken e quindi ha le sue giustificazioni, quello che, insomma, mi farebbe tifare per lui... se non fosse che è, appunto, l'antagonista. E ho ancora parecchio da capire, perché quella storia, anche per risolvere il problema con l'altro personaggio che mi crea guai, va ripresa dal principio, smontata e rismontata. Una faticaccia immane.
Ma oh, mentre ci penso sto ghignando.

On air:
Three Days Grace, Chalk outline e Misery loves my company.

2 commenti:

  1. Sono davvero d'accordo. Se una storia ha bisogno di tempo, diamole tempo. Ogni scrittore ama le sue storie, ma a volte c'è bisogno di una "pausa di riflessione" come in ogni storia d'amore che si rispetti, no? L'importante è poi tornare, tornare sempre alla propria opera.

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    1. Infatti. Prima o poi arriva il momento giusto in cui tutti i pezzi s'incastrano e la storia ha la sua occasione.

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