lunedì 17 dicembre 2012

My Dying Bride + Talanas - Milano, Magazzini Generali, 12-12-12

Una volta non era pensabile tornare da un concerto entro mezzanotte: casomai occorreva stare attenti a non perdere l'ultimo treno... Ma i tempi cambiano, e, soprattutto, i Magazzini Generali, locale milanese spesso teatro di esibizioni metal, fanno iniziare gli show prestissimo (sette e mezza o giù di lì!), in modo che si termini entro le dieci. Mah! Diciamo che è comodo per chi deve alzarsi presto il giorno dopo.

Mercoledì 12 (12-12) ho finalmente visto dal vivo una delle band che più mi stanno a cuore, gli inglesi My Dying Bride. Li avevo in verità apprezzati live già alcuni anni fa, al Frozen Festival, dove però, non essendo headliner, avevano portato una scaletta limitata; ero perciò particolarmente ansiosa di godermi un concerto intero, nonché di verificare il loro stato di forma, considerato che l'ultimo disco... meh. Non mi ha convinto granché. L'ispirazione migliore è forse già lontana, per loro, ma restano comunque un gruppo grandioso: difficile dimenticare un loro show e di sicuro, quando torneranno la prossima volta, cercherò di non perdermeli.

Aprono i Talanas, gruppo progressive death britannico, guidano dal vocalist-chitarrista Hal Sinden, loquace, affabile - anche quando, dopo lo show, girerà tra il pubblico - e pronto a scherzare col pubblico tra un brano e l'altro, per alleggerire la prevista atmosfera funerea che la serata promette. Poco tempo a loro disposizione, ma abbastanza piacevole: non li conoscevo, dovrò sentirli su disco per approfondire. Peccato solo che, alle sette e mezza di sera, non sia ancora arrivata molta gente, ma quella che c'è risponde abbastanza bene allo spettacolo.

Il locale inizia a riempirsi - anche se non da tutto esaurito, credo - quando stanno per salire sul palco loro, i My Dying Bride. E qui vi avviso: non sono obiettiva e nemmeno voglio esserlo. Questo è un gruppo che ho nel sangue. Alcuni dei loro dischi mi hanno segnato - e se conoscete il loro doom-death, penserete mmm, allegria! Le loro canzoni sono per me eleganti e affascinanti come drappi di seta nera. L'atmosfera disperata, malinconica, romantica che sanno evocare modulando le emozioni come se le stessero cesellando nell'avorio è qualcosa che mi tocca nel profondo: per i violini, per il modo che ha questa band di mescolare parti rabbiose ad altre dolcissime, di danzare tra i toni più oscuri e di cantare la sofferenza. E la voce! Aaron Stainthorpe - che, ahimè, ha dovuto rasarsi, visto che stava perdendo i capelli: un minuto di silenzio per favore - è il perfetto cantore di queste emozioni, sia quando sceglie le vocals death sia quando usa il pulito - cupo, caldo, e, soprattutto, espressivo, perfettamente calato nel ruolo tanto che, sia ad ascoltarlo su disco sia a guardarlo live, è difficile separare il personaggio dalla persona. Durante le interviste o con i fan, è sì controllato ma anche gentile e disponibile - almeno per quel che ho verificato di persona dai filmati e incontrandolo dopo lo show al festival di qualche anno fa. Quello dei My Dying Bride non è un semplice concerto, è un teatro dei sensi, e Aaron è al centro della scena, senza bisogno di gesti vistosi, ma, semplicemente, perché con ogni movimento, con ogni nota lui è la sofferenza di cui canta, lui è l'innamorato che evoca la sua donna, lui è il dolore e l'oscurità - in fondo alla quale, forse, brilla ancora una luce. A volte.
Non posso che consigliarvi di sentire almeno i miei album preferiti: Turn loose the swans, Like Gods of the sun, The light at the end of the world, una triade imprescindibile (ma altri vi citerebbero anche The angel and the dark river... e così via).

A Milano, la scaletta è stata ben bilanciata, tra pezzi recenti (per esempio, Kneel till Doomsday, The poorest waltz, My body, a funeral...) e alcuni grandi classici che hanno infiammato il pubblico - e hanno segnato per me il confine tra piacere e pura estasi: Like Gods of the sun, meravigliosa; Turn loose the swans; She is the dark, uno dei pezzi che amo di più, l'opener dello splendido The light at the end of the world; The cry of mankind, altro brano storico e affascinante, malinconico e cupo come un lago nero. Il mestiere si sente, e non c'è una sbavatura nella prestazione dei musicisti. Aaron poi è addirittura chiacchierone, almeno secondo i suoi standard: l'altra volta avrà pronunciato dieci parole in tutto lo show, questa addirittura scherza - sempre in modo compassato, of course - con il pubblico. E siccome occorre finire entro una certa ora, a un paio di brani dalla fine dice "Di solito noi a questo punto usciamo, voi ci chiamate, noi torniamo fuori e facciamo il bis, ma siccome non c'è tempo, continuiamo semplicemente con lo show".
Carisma allo stato puro ed emozioni. Non c'è altro da dire.

Potete vedere tutte le mie foto nella mia pagina Facebook pubblica (anche se non siete iscritti, dunque). Qui sotto, un paio di brani che ho filmato (con la macchina fotografica, l'audio è quel che è, abbiate pazienza): She is the dark e The cry of mankind.




My Dying Bride:





I Talanas:

2 commenti:

  1. Sarebbe ora che si pensasse ai "poveri" lavoratori... Io rinuncio a molti concerti (non è che prima andassi così spesso, intendiamoci) perché iniziano presto e finiscono tardi, con la tendenza odierna a mettere 3/4 gruppi sullo stesso palco.
    Rigorosamente in settimana.
    Fastidio...

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    1. Eh, lo so. Uno deve prendersi le ferie anche solo per un concerto... In genere però finivano tardi, ma iniziano anche in orario post-cena. Sono i Magazzini Generali, mi hanno detto, che anticipano tutto.

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