sabato 30 giugno 2012

Dust in the wind


È questo che manca oggi, troppo spesso. È questo che determina la situazione del cazzo che stiamo vivendo a livello locale, nazionale e mondiale. E chi decide per tutti - con le tasche comodamente piene di soldi - dice a noi che dovremmo apprezzare la precarietà, che la sicurezza è noiosa.
Fuck.
Io, per mia natura, detesto l'incertezza. Non sono una che programma ogni dettaglio, no; ma il pensiero di guardare avanti e non vedere nulla - solo nebbia, solo buio, come se non stessi proseguendo lungo una strada, ma in un labirinto di continue svolte, con i muri che mi impediscono di vedere cosa troverò fra solo pochi passi - mi devasta. Di alcune cose, al momento, non mi frega nulla. Ma di altre sì, ad altre tengo, eppure non posso mai dirle veramente mie. Non si pretende tanto, ma anche quel poco è una lotta. Allora ti dici, fidati delle persone. Ma anche le persone ti pugnalano. Svaniscono. E tu costruisci e qualcuno distrugge. Costruisci e interviene il destino a buttare giù tutto. Costruisci e le cose crollano su se stesse. Costruisci e ti senti così insignificante rispetto a tutto ciò e a tutti coloro che consideri importanti. Così superfluo in confronto all'indispensabile. E qualche volta ti sembra di non avere abbastanza forza per continuare a inseguire i sogni, per sopportare di non sapere cosa accadrà domani, fra un mese, fra un anno. Qualche volta la paura è enorme.
Però si va avanti. Si continua a lottare, a spargere semi, ad aspettare che qualcosa cresca, e si prova, almeno si prova, a vivere solo il presente.

I close my eyes

Only for a moment, then the momen't gone
All my dreams
Pass before my eyes, a curiosity
Dust in the wind
All they are is dust in the wind Same old song
Just a drop of water in an endless sea
All we do
Crumbles to the ground, though we refuse to see
Dust in the wind
All we are is dust in the wind, ohh Now, don't hang on
Nothing lasts forever but the earth and sky
It slips away
And all your money won't another minute buy
Dust in the wind
All we are is dust in the wind
All we are is dust in the wind Dust in the wind
Everything is dust in the wind 
Everything is dust in the wind
The wind 

On air: Kansas, Dust in the wind
Immagine da Tumblr.

venerdì 29 giugno 2012

A volte ritornano

Sembra che da It di Stephen King verranno tratti due film per il cinema, almeno secondo quanto si leggeva qui non molto tempo fa. Come vi ho scritto in un vecchio post, It è uno dei libri cui sono più affezionata, mentre non ho mai apprezzato la riduzione televisiva in più puntate: goffa, senza un briciolo della tensione, dell'orrore, del terrore infantile, della raffinatezza, della malinconia con cui viene ricordata l'infanzia e della genuinità con cui viene rappresentata, che invece appartengono al romanzo. Della serie salverei solo Tim Curry, sempre straordinario come villain. Per questo, non sono in linea di massima contraria alla realizzazione di questi due film: se dividere la storia in due servirà a rendere giustizia alla ricchezza del romanzo, da cui molto forse si può tagliare, ma molto altro non merita di essere sacrificato; se l'orrore verrà rappresentato in tutta la sua forza, senza diluirlo; se il romanzo, insomma, il suo cuore, la sua atmosfera, verranno rispettati.
Non so se sia per il fatto di aver letto questa notizia, ma negli ultimi giorni, nella pausa tra la fine di una lettura e l'inizio di un'altra, mi è venuta voglia di risfogliare proprio It. Periodicamente mi capita - come mi capita anche con L'ombra dello scorpione, ad esempio, per restare in ambito kinghiano. Così, in queste ultime sere ho riletto alcune delle mie scene preferite, ne ho riscoperte altre che ricordavo meno bene. E anche se credo che, in effetti, a volte King si lasci un po' andare all'accumulazione, al gusto di sviscerare sfumature e dettagli fino a divagare dal focus, resta il fatto che raramente come in It (e nell'Ombra dello scorpione già citata, appunto) il buon Stefano riesce a delineare con tanta intensità, con tanta profondità la meraviglia e le atrocità dell'essere bambini - spesso in balia degli adulti e delle loro paure, violenze, paranoie -, così come la meraviglia e le atrocità di crescere, con tutto quello che si perde e che si guadagna. I giorni di quell'estate del 1958 narrata da King sono epici e tristi, incoscienti e magici, anche al di là dell'elemento sovrannaturale, It, appunto, incarnazione di tutte le paure, di tutte le streghe cattive, di tutti i lupi feroci, di tutti i mostri e di tutte le fobie. E a volte, nel mare magnum del romanzo, King lascia scivolare delle vere gemme, dettagli delineati in pochi tocchi così vividi e sublimi, da diventare universali, da entrarti dentro e riverberare con una forza che...
... che tutti gli scrittori dovrebbero inseguire. Sta nei dettagli la chiave per rendere una storia indimenticabile, sta in una singola parola, in una singola frase, quella potenza che fa brillare l'intera pagina - l'intera storia.



martedì 26 giugno 2012

Make it simple yet significant - part 2

Capita, per caso, di leggere qualcosa che richiama proprio quello che volevi dire:

Don't overwrite. Avoid the redundant phrases, the distracting adjectives, the unnecessary adverbs. Beginners, especially, seem to think that writing fiction needs a special kind of flowery prose, completely unlike any sort of language one might encounter in day-to-day life. This is a misapprehension about how the effects of fiction are produced
Sarah Waters

È il discorso che stavo facendo nel post di qualche giorno fa. Forse mi sta tanto a cuore, il tema della semplicità, perché ho letto fino alla nausea prose ridondanti, cervellotiche, finto-colte, che per creare atmosfera ricorrevano all'accumulo di aggettivi e alla ripetizione ossessiva dei concetti, che s'ingarbugliavano in periodi contorti dove grammatica, reggenze e lessico risentivano di scivoloni terribili. Purtroppo, mi è capitato in particolar modo (anche se non solo) leggendo fantasy. Ripeto, anch'io sono passata attraverso la fase "tolkienizzante" e questi stessi errori li ho commessi in prima persona (be', l'errore di ridondanza e di "troppo detto". Grammatica e lessico cercavo di non stuprarli già ai tempi dei primi raccontini, una quindicina d'anni fa, perché fortunatamente ho sempre letto moltissimo, e di questo sì posso essere felice, perché mi ha aiutato davvero). Ho avuto la fortuna di mettermi a studiare, di continuare a provare, di avere qualcuno che mi faceva notare quegli stessi errori e con cui potevo confrontarmi. Ho avuto la fortuna di pormi sempre un sacco di dubbi.

E allora meglio deporre un po' la spocchia da Giovane GeGno Che Sa Tanti Paroloni. E metterci un po' di sacra umiltà: è la storia, l'importante, non l'autore dietro la storia. Io voglio che i lettori si innamorino dei miei personaggi, non di me. E vorrei riuscire a farli innamorare con un sostantivo e un verbo azzeccati, non con quattro o cinque aggettivi più svariati avverbi per comunicare in sostanza uh sapessi quant'era terrificante quel mostro, eh? E quel guerriero era taaanto tormentato. Fidati! Te l'ho detto io.

Per i lettori che hanno anche l'account Twitter, non posso che consigliarvi questo profilo, e il sito collegato Advice To Writers, che propone sempre link e citazioni interessanti dedicate al mondo della scrittura, come quella qui sopra. E be', se volete, trovate anche me.


Immagine da qui.

lunedì 25 giugno 2012

Jurassic Park - la trilogia [Turn the Page]


Oggi ripesco per voi, dai meandri del mio blog precedente, un pezzo risalente all'ottobre 2011. Turn the page!

Per un motivo o per l'altro - sapete quelle infinite serie di coincidenze, che ti portano davanti agli occhi sempre lo stesso argomento? Ecco - in quest'ultimo periodo mi sono rivista di fila i tre film della serie di Jurassic Park. Blockbusteroni, certo, ma che fanno parte della mia infanzia - quanto meno il primo - e poi, diciamolo chi non si diverte a vedere T-rex, raptor e quant'altro in azione?
Ero curiosa di verificare che effetto mi avrebbero fatto questi film, dopo tanto tempo dall'ultima visione. E mi faceva piacere rivedere in azione due attori che apprezzo molto, Sam Neill (grandioso, ad esempio, ne Il seme della follia di Carpenter) e Jeff Goldblum, tanto bravo quanto carismatico e affascinante. Il tipo di attori che, prima o poi, mi piacerebbe proprio "usare" come modelli per qualche personaggio, quando arriverà la storia giusta...

Il primo Jurassic Park nasce dall'omonimo romanzo di Michael Chricton, che lessi e trovai piuttosto buono - molto più complesso rispetto alla versione cinematografica, nonché più drammatico: un paio di personaggi importanti che nel film sopravvivono, nel libro muoiono... compreso uno che ritorna nel romanzo successivo, Il mondo perduto, la qual cosa mi ha seccato da una parte (avete presente Kathy Bates in Misery non deve morire? "Non è andata così!") ma dall'altra mi ha fatto piacere per il personaggio - il mio preferito...
Ricordo ancora la versione in videocassetta (eh, già, niente dvd, ai tempi...) con la custodia in "finta roccia", che un mio compagno (alle elementari! 1993... Quanti anni fa!) mi aveva prestato. Rivedere il film ora ha su di me un po' l'effetto che mi ha procurato il nuovo capitolo di Indiana Jones: un ritorno all'epoca in cui il cinema era la magia spettacolare che ti faceva restare a bocca aperta, senza tante pippe su dialoghi, verosimiglianza e così via. Divertimento puro. Certo, ora le stupidaggini, le esagerazioni, i momenti traballanti li ho notati eccome...
Eppure, vedere finalmente gli enormi dinosauri svelati, in compagnia di Alan Grant (Neill), Ellie (Laura Dern), Ian Malcolm (Goldblum) e gli altri, non provoca forse sempre meraviglia e stupore? Certo, ben presto il tutto si trasformerà in una serie di inseguimenti, tentativi di nascondersi, uccisioni e così via, con tanto di bambini da salvare, idiozie da parte di vari personaggi, momenti prevedibili... eppure, il meccanismo funziona, se si è un po' indulgenti; le musiche trionfali sono entrate a far parte di quei themes che tutti sanno fischiettare, e chi non rammenta con un brivido lo sguardo gelido dei velociraptor? Ho sempre amato il dottor Grant, più a suo agio tra i fossili che con le persone, e il contrasto con il matematico Malcolm (sì, il mio preferito), che praticamente ha semplificato e fatto digerire la teoria del caos alle masse.


Il ruolo minore, rispetto alla coppia protagonista, di Malcolm viene ampliato nel seguito, Il mondo perduto, dove troviamo Jeff Golblum protagonista, insieme a una Julianne Moore che, mi spiace, ma sopporto proprio poco: insipida. Nuova isola, niente recinti (vabbe', tanto anche nel primo saltavano subito), mercenari & affaristi contro scienziati & ecologisti è il match che porterà a: lotte contro i sempre più letali & intelligenti, uh mamma quanto sono intelligenti Velociraptor, la simpatica morte di un sempre bravo Peter Stormare, impegnato con un personaggio disprezzabile in contrasto con il "cacciatore coraggioso" - per la serie, "sì, siamo contro la caccia, ma costui è figo & nobile" - Pete Postlethwaite,  fughe ancora più rocambolesche, un'estenuante scena di salvataggio da una roulotte sospesa sul baratro (e il poveraccio che fa tutta la fatica viene pure mangiato! Che sfiga!), i raptor a banchetto tendendo agguati tra l'erba alta che rende impossibile individuarli prima. E, sopratutto, la bellezza di un tirannosauro in giro per San Diego, tra i giardini e le villette, le strade e i palazzi di una tipica città americana. Quando mangia qualcuno, viene quasi da gridare ooolè! Non per le vittime, poverine: solo perché accidenti, come si fa a non amare un tirannosauro? E' per le sue fauci e i suoi ruggiti che stiamo guardando il film, suvvia...
Insomma, perso il fascino della novità, persa la complessità del romanzo da cui il film è tratto, senza riuscire ad evitare del tutto le due trappole più insidiose per un sequel - "esagero ogni cosa così ottengo il doppio della suspence/avventura/emozione ecc", "ripeto lo stesso giochetto finché il pubblico non si stufa" - Il mondo perduto è tuttavia un film tutto sommato godibile, e la faccia di Jeff Goldblum che va nel panico al solo sentir nominare i dinosauri, la sua incapacità di relazionarsi in modo "normale" con fidanzata & figlia, certi tocchi d'ironia del suo personaggio aiutano a non notare troppo i primi segni di stanchezza.


Stanchezza che invece si sente tutta in Jurassic Park 3. Torna stavolta Alan Grant-Neill (e a distanza si nota ancora la sua rivalità - quasi da complessato - con Malcolm), che, ohibò, non vive felice con la compagna del primo episodio, Ellie-Laura Dern, sposata e con figli da un altro, ma sempre amica. Siamo di nuovo nella seconda isola, alla ricerca di un marmocchio smarrito - sopravvissuto per otto settimane, già, per quanto sembri inverosimile. Come al solito è impossibile lasciare l'isola senza aiuti, come al solito i dinosauri sbudellano e divorano a destra e a manca, come al solito ci sono new entry: lo spinosauro, che si candida al ruolo di mostro maximo al posto del T-rex, e gli pterodattili, poiché si ricicla l'idea della voliera, finora non sfruttata, ma presente nel primo dei romanzi di Chricton. E, ehi!, i raptor sono ancora più intelligenti (parafrasando Maccio Capatonda, guarda proprio una cosa mai vista, sarebbe un peccato fermarli). E mostrano qualche accenno di "piuma" in testa - già, i veri raptor erano piccoli & piumati.
Certo che i soliti inseguimenti, il solito ragazzino, un po' di moralismo (il giovane paleontologo che dovrà riscattarsi da un errore, i genitori separati - William H. Macy e Tea Leoni, sprecati in ruoli quanto più banali si possa immaginare - che ovviamente devono tornare insieme) non giustificano l'ora e mezza persa nella visione. Peccato per Alan Grant.

In un mondo ideale, un nuovo Jurassic Park riporterebbe lui e Malcolm a battibeccare, con dialoghi scintillanti e sceneggiatura come si deve... In questo, meglio che la saga si fermi e riparta se e solo se sarà possibile rinfrescarla con una ventata di novità e buone idee.

domenica 24 giugno 2012

Wait

L'universo complotta contro di me. Sotto forma di insetti.


Qualcuno di cui non farò il nome, naturalmente, cerca in ogni modo di aiutarmi a superare il mio ribrezzo per gli insetti. Trasformandolo in una vera e propria fobia, grazie a immagini come questa qui sopra. Veeero?
Ma non cederò. Quel qualcuno sa che la vendetta si consuma fredda... uahuahuah!
Nel frattempo comunque medito su un catartico trash-movie a base di insetti killer. Lo posso fare perché il mio è ribrezzo, appunto. Il mio povero personaggio entomofobico ("Entomoche?") non è affatto contento di doverselo guardare.
Comunque, sono innamorata della bromance che sta crescendo tra Chi So Io e Chi So Io 2 ^___^ E anche se non avete capito niente di quello che ho scritto, fidatevi. Enormi storie crescono.

A proposito di storie. Sto concludendo un compito faticosissimo che mi ha accompagnato da gennaio, e che sarà solo il preludio al lavoro vero e proprio, sulla Storia X (di cui mi sentirete parlare ancora, oh, sì). Nel frattempo, però, nella pausa tra la Fase Uno e la Fase Due, io ho ancora in fase preparatoria il Romanzo Nuovo (quello di cui vi ho parlato qui). È una cosa che uccide, a volte, quanto siano lunghi i "tempi dello scrittore" (o scribacchino, come volete). Tutto il prima, tutto il durante, tutto il post-con-revisioni-multiple, e poi le attese, e se arrivi alla pubblicazione si aggiungono gli elefantiaci tempi editoriali ecc. Anyway, Think it through / Once it bubbles, then what's to do? / Watch it close / Let it brew / Wait. E l'impazienza è un feroce nemico della scrittura (che si manifesta sotto diverse forme. Una delle quali è "ma sì sono quasi alla fine risolvo tutto in poche righe perché non c'ho voglia di sbattermi ancora", untipo di scorciatoia su cui avrei aneddoti divertenti da raccontarvi... in futuro).
Senza divagare, io sono in quella fase di "mi prudono le dita per la voglia di scrivere MA sono ancora troppo incerta su troppe cose". O anche "mi ronzano in testa una quantità di idea/personaggi/possibilità, ma devo farci ordine". E infine "inizierei solo che... prima devo impormi di finire il resto".
Comunque, tutto sobbolle.

In conclusione, potrei raccontarvi molte cose ancora. La stupidità umana mi lascia sempre basita (sarò ingenua) e questa settimana ho collezionato tutta una serie di incontri ravvicinati con imbecilli al di là di ogni tipo. Persone isteriche. Persone maleducate. Dinosauri che non si accorgono di essere estinti. Fallomarmocchi della peggior specie (definizione della mirabile pergamena Esclamazioni antiquate). Roba che potrei trarne un'intera sezione di nuovi post solo per sviscerare questi diversi casi umani.
Comunque, saggiamente mi auto-censuro e vado avanti, che è la cosa migliore. Come si dice, non ti curar di lor ma guarda e passa...


Prima immagine da qui, seconda da qui.

sabato 23 giugno 2012

Make it simple - yet significant


L'ho citato fino alla nausea, il fondamentale precetto di Carver Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste. Fosse facile, già: ma è l'obiettivo.

La tendenza dei gggiovani autori, o anche dei meno-gggiovani-ma-gggoffi, è tristemente la stessa del ragazzino che scrive un tema in terza media: "c'infilo qualche parolone, uno o due egli o essi, così è scritto bene". Basta spulciare un po' di stralci disponibili su internet, qualche racconto messo a disposizione su siti e blog, qualche "estratto dal primo capitolo di": ne trovate a iosa, se volete.

Da un lato, è normale, agli inizi. Un po' perché si leggono i Mostri Sacri a scuola, per lo più libri con almeno un secolo di anzianità almeno e quindi, per forza di cose, un linguaggio lontano dalla nostra quotidianità; un po' perché, parlando specificatamente di fantasy, è quasi inevitabile attraversare la fase "fulminati da Tolkien" (io ho iniziato così, una quindicina di anni fa) che non rappresenta proprio la modernità verbale.
Il risultato è quell'impasto di Paroloni del Nonno & Inciampi grammatical-lessicali, perché nove volte su dieci gli autori a cui penso non sanno controllare la lingua che usano.


Attenzione: non sto dicendo "non leggiamo più Dante/Petrarca/Ariosto/Manzoni" eccetera. Sto dicendo leggiamo anche altro. E non sto nemmeno dicendo "cioè raga scrivete kome parlate quindi oh tipo non usiamo parole difficili ke fanno venire il mal di testa". Sto dicendo usiamo le parole adatte. Al tipo di libro, al suo argomento, all'ambientazione: una storia di fantasmi ambientata nell'Ottocento inglese vorrà un linguaggio diverso rispetto all'urban fantasy ambientato oggi, no? Inoltre, le parole devono essere anche adatte alla voce del personaggio-punto di vista (ma ne ho già parlato qui), e creare una rappresentazione coerente: un parolone infilato, magari a sproposito, in mezzo a un paragrafo impacciato, di tutt'altro tono, non lo salva affatto e non vi dà l'aura da ScrittOre, casomai fa l'effetto del classico pugno nell'occhio. E se poi usate lutulento*, ma nel contesto sbagliato, con il significato sbagliato, ci fate pure una figuraccia doppia. Proprio come inserendo dei termini in inglese... sbagliati**.


Personalmente, credo che la semplicità e la chiarezza (che non significa povertà) siano spesso la scelta migliore. Non c'è bisogno di paragoni mirabolanti, di ripescare termini in disuso dal Settecento per far vedere quanto si è bravi, di scrivere frasi di tre righe con quattro o cinque subordinate; soprattutto se lo fate per impressionare, per celare l'insicurezza ("Sarò abbastanza ScrittOre? Ecco, togliamo 'Lui rise' e mettiamoci "Egli cachinnò'"), perché "be' ma lo usa anche -inserireautorenotomortodaalmenomezzosecolo - quindi se lo faccio sarò figo". Tante volte, quando rileggo, mi rendo conto che piuttosto di usare sinonimi a sproposito che sballerebbero la voce del personaggio o il tono della scena, mi conviene riformulare la frase del tutto.
A mio parere, non occorre sfoggiare bravura. Se il lettore si distrae dalla storia per notare le vostre parole, non è un vanto. E non è nemmeno così difficile infiocchettare un testo di paroloni: è molto più difficile scegliere i termini adatti in modo che il testo scorra senza salti e senza incongruenze.

* Sì, cito sempre lutulento, quando parlo di queste cose, perché mi ha traumatizzato leggerlo, mesi e mesi fa, in un racconto infarcito di tutto quello che ho discusso qui: parole ad cazzum, andamento pomposo e così via. No, non dirò quale e non dirò di chi.
** Per la precisione, penso al titolo di un racconto che ho letto. Racconto italiano, con titolo in inglese - sgrammaticato. Epic fail. (Lo so, io sono fissata con i titoli in inglese, per questo la cosa mi aveva colpito. Tipo mattonata in testa).

L'immagine viene da qui.

mercoledì 20 giugno 2012

Pieces into place


Una delle cose che amo dello scrivere storie è che, quando arrivo alla parola "fine", tutto ha un senso, a differenza di quello che succede normalmente nella vita reale. Attenzione, non voglio introdurre un discorso del tipo "i libri sono una fuga dalla realtà" eccetera; semplicemente vorrei fissare (raccontare a me stessa, in fondo) alcuni pensieri sul meraviglioso meccanismo della costruzione delle storie.

Personalmente, amo creare un puzzle dove, alla fine, tutti i pezzi s'incastrino armonicamente e senza lasciare parti incomplete; anche grazie a diversi modi di creare "coesione interna" (rimandi da un capitolo all'altro, oppure un personaggio che compie un certo gesto all'inizio e alla fine della storia, ma con qualche piccola differenza che alluda al suo cambiamento interiore, oppure ancora oggetti/colori/situazioni che ritornano in punti diversi della storia e così via). A volte questi rimandi nascono in modo del tutto spontaneo e naturale, e io stessa me ne accorgo solo in fase di rilettura (con un inebriante senso di fuck yeah!); a volte li inserisco volontariamente; in entrambi i casi, in fase di revisione lavoro per sottolinearli nel modo giusto, limarli, renderli armonici, né troppo spudorati e scontati né troppo criptici ed esili.

Che voi siate religiosi o meno, che crediate nel karma o no, nel fato o nel caso, spesso nella vita si prova la situazione di non avere nelle mani il proprio destino, o almeno non del tutto, vero? Facile che i personaggi la pensino allo stesso modo, dunque; e tuttavia, riprendendo questo bel post di Senza errori di stumpa, come ricorda Emma Coates Mettere i personaggi nei guai per coincidenza è fantastico. Toglierli dai guai per coincidenza significa barare. Ovvero, quando si tratta di far andar male le cose, tutto è ammesso (nei limiti di verosimiglianza e buon senso: cerchiamo di evitare magari i polpettoni stile soap opera); ma il personaggio deve poi tirarsi fuori dai casini con le proprie forze, perciò bando ai deus ex machina, che sono quanto di più irritante si possa trovare in un libro. Ok, vi anticipo: magari si possono trovare le eccezioni anche in questo; ma in generale la penso così.

Il fatto che, in un romanzo, la realtà acquisisca un ordine e un senso è una delle tante cose che adoro della scrittura. Perché anche la sofferenza più atroce ha davvero uno scopo, e fa crescere i personaggi (almeno quelli creati come si deve); ogni prova che si riduce a un disastro per il protagonista è comunque un gradino all'interno di un doppio percorso (di nuovo: nelle storie come si deve), quello esteriore degli eventi e quello interiore del personaggio, che può rendersene conto, oppure no. Io preferisco di no, per una questione di mimesi della realtà; eccezioni possono essere, come esempio estremo, personaggi così religiosi da menarla davvero con la Provvidenza in stile Manzoni. D'altronde, come vi diranno tutti i manuali, in genere all'inizio di una storia "l'identità", ovvero "l'immagine di sé" che ha un personaggio, viene frantumata dagli eventi scatenanti (esempio banale: il buon padre di famiglia che scopre di essere odiato dal figlio e deve quindi porre in discussione il loro rapporto), e la storia lo porterà o a ricostituire quell'immagine, o a crearsene una nuova.
Lo scrittore invece è in genere consapevole di questi percorsi, di questo "dare forma al caos del reale", io credo, o almeno dovrebbe esserlo; e il lettore anche, o comunque può percepirlo inconsciamente, se la storia è scritta e costruita come si deve. E forse è un'illusione, ma penso che in qualche modo, almeno in parte, sia questa la catarsi.

L'immagine viene da qui.

martedì 19 giugno 2012

Running up that hill - Kate Bush & Within Temptation

Siamo nel 2003 quando i Within Temptation, dopo ben tre anni, propongono finalmente qualcosa agli avidi fan: Running up that hill, un singolo che sazierà in parte gli appetiti prima del successivo full-lenght The Silent Force. La canzone però è una cover, per la precisione di Kate Bush. Ecco il video dell'originale (sooo Eighty style):


Ecco invece il video dei Within Temptation, di tutt'altro stile:


Pareri? per quanto mi riguarda, questa volta non ho dubbi: voto per gli olandesini Within Temptation senza se e senza ma, e non solo per il video (un po' ingenuo qua e là, forse, ma nient'affatto male), naturalmente, ma anche per la rielaborazione (un po' di chitarre invece delle papponate artificiose Anni Ottanta - con tutto il rispetto per i fan della Bush), nonché per l'interpretazione. Di Kate Bush conosco poco, ma in questo caso preferisco senza alcun dubbio la voce, lo stile e le variazioni di Sharon Den Adel, che trovo più coinvolgente e vivace.
E voi cosa ne pensate?

P.S. Della stessa canzone esiste anche una cover dei Placebo (potete vedere il video qui). Questa versione non mi convince molto, devo dire, ma presenta un terzo modo ancora differente di presentare lo stesso brano, quindi ve la segnalo.

lunedì 18 giugno 2012

Notte [Turn the Page]

Un altro post "Turn the Page", ripreso cioè dal mio vecchio blog. Non una recensione o un argomento "esterno", musica, cinema o altro. Stavolta una riflessione notturna, ripescata dal dicembre scorso, ma sempre valida. Sempre intonata.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto...

La notte è il mio mondo e la luna la mia guida -
sognatore è colui che non sa trovare la via se non alla luce della luna, e il suo castigo è vedere l'alba assai prima degli altri, scriveva Wilde - e senza accorgermi mi trovo sveglia a quest'ora, il sonno lontano, il mio piccolo mondo qui tutto intorno. Libera di decidere che no, stanotte non dormo - non ancora e non per chissà quanto. Con la voglia di uscire e camminare per le strade vuote e silenziose, e ammirarla, quella luna.

Moonlight you keep me safe at night
And I know you're here if I fall
Starlight show me the way in the dark
And I know you're here when I call


E pensare e immaginare. Con la musica e la sensazione - magica, che dura pochi istanti ed è gioia e insieme un pugnale doloroso nel petto - di poter stringere i pugni e afferrare quel qualcosa d'importante che insegui, la sensazione che il futuro sarà speciale, che la vita sia un'avventura come nei libri che scrivi. Sinestesie d'impressioni, realtà e storie che si mescolano e sono importanti e vere allo stesso modo. E' quasi un viaggio, quando sembra che l'aria stessa vibri, quando ti pare di essere sul punto di esplodere in qualcosa di meraviglioso - distruzione e creazione che s'intrecciano. Se sola ma la stanza sembra affollata.


I believe in nothing
Not the end and not the start
I believe in nothing
Not the earth and not the stars
I believe in nothing
Not the day and not the dark
I believe in nothing
But the beating of our hearts
I believe in nothing
One hundred suns until we part
I believe in nothing
Not in sin and not in God
I believe in nothing
Not in peace and not in war
I believe in nothing
But the truth and who we are

Tutto s'intreccia, parole immagini, inglese italiano, familiare estraneo, tutto il mondo è qui, dentro questa stanza, e questa stanza è un granello di polvere, un istante appena. Sembra magia, l'istante prima di un Big Bang.
Finché non torna la compagna familiare, la paura. E quasi non ti riconosci: ti guardi allo specchio e non sai a chi appartengono quegli occhi e diventa strano, lo hai scritto e lo vivi e i confini si fanno incerti. Sei sul bordo e stai per volare - ma sai che tra un momento ti sveglierai, e ti sentirai stupida per tutti questi sogni.

Now we live, in a world of uncertainty
Fear is the key - to what you want to be


Pic from: Weheartit

Soundtrack:
Leaves' Eyes, Leaves' Eyes
30 Seconds To Mars, 100 suns
La poesia ovviamente è di Leopardi; la seconda canzone citata è Believe in nothing dei Nevermore, la terza Fear is the key degli Iron Maiden, le altre, nell'ordine, quelle inserite in soundtrack.

sabato 16 giugno 2012

Metal Fest - 5 giugno 2012 - Blind Guardian, Anthrax, Hypocrisy

Con un po' di ritardo arriva anche un commento agli show del primo giorno di Metal Fest di quest'anno, spostato dallo stadio di Monza all'Alcatraz di Milano; e considerato lo scarso pubblico, immagino perché.
Due gruppi mi interessavano in particolare, Blind Guardian e Hypocrisy. Il leader di questo ultimi, Peter Tagtgren, è un mio vecchio mito (l'uomo dalle occhiaie più profonde del metal, capoccia degli Abyss studio, firma di alcuni dischi death geniali con la band madre, nonché di un progetto solista, i Pain, che ha prodotto alcuni dischi interessanti prima di perdersi un po'). Non ero mai riuscita a godermeli dal vivo, e quando partono le prime note di Franctured millennium mi corre un brivido sottopelle: è quasi un ritorno all'infanzia, o almeno un salto indietro vertiginoso. Peccato che lo show sia troppo breve per riscaldare davvero, nonostante i musicisti siano impeccabili. Ma, dopo aver ascoltato vecchie perle come Killing art e la conclusiva Roswell 47, posso dirmi contenta di aver finalmente visto la band, anche se l'impressione è quella di un aperitivo interrotto troppo presto.

Dopo di loro (e incredibilmente in orario, una rarità per i festival italiani) gli Anthrax. Dei Big 4 del thrash sono il gruppo che ho seguito meno e non ho molta familiarità con le loro canzoni. Tuttavia, lo show si fa apprezzare per una grande energia, e questo lo rende sicuramente piacevole. Una decina di canzoni scarsa per una scaletta chiusa da Among the Living, Madhouse e I Am the Law; sono sicura che i fan della band saranno stati soddisfatti, anche se io, lo ammetto, mi sono distratta più volte a chiacchierare.

Infatti sto aspettando loro, i Blind Guardian. Ho perso il conto di quante volte li ho visti, ma è sempre bello ritrovarli, perché sono stati il mio primo grandissimo amore musicale, il gruppo che, quando è entrato nella mia vita e per un lungo periodo, ha sbaragliato tutti gli altri, per via non solo della musica - epica, originale, ricca di sfumature e di emozioni -, ma anche dei testi, per me importantissimi. Le parole di Hansi Kursch mi hanno accompagnato a lungo e mi accompagnano ancora.
Basta che inizi Sacred Worlds (quant'è fottutamente bella!) per perdersi completamente in un'altra dimensione. Tra passato (Welcome to Dying, Valhalla), grandi classici (Nightfall, struggente e meravigliosa, e Time Stands Still (at the Iron Hill)), con un'unica nota che considero stonata (Fly. Non è malaccio, ma mi sembra l'unica canzone che non riscuote i consensi delle altre tra il pubblica, nonché anche quella meno adatta alla dimensione live), si arriva a un momento in cui davvero mi commuovo: Last Candle, la mia preferita da Tales from the Twilight World (1991, accipicchia!), mai suonata in Italia. Il coro finale, che intreccia le voci del pubblico e quelle dal palco, si prolunga e accidenti, è magia. Si conclude con l'acustica A Past and Future Secret e la lunga Imaginations fom the Other Side. Prima del bis, almeno: l'intro War Of Wrath recitata dai fans, Into the Storm, l'attesissima e immancabile The Bard's Song - In the Forest, la splendida (e per me particolarmente significativa) Bright Eyes e infine il singolo, Mirror Mirror, la canzone che li consacrò, dal loro album più noto e riuscito.
I Blind Guardian sono invecchiati, è vero: basta vedere i capelli corti di un Hansi Kursch smagrito e non più pacioccone come un tempo (ma che voce, accidenti!), le rughe di André e Marcus (che resta comunque sempre figo, è inutile), il giovane Frederik dietro le pelli al posto dello storico Thomen. Sono invecchiati, sì, ma alla grande; con un disco, At the edge of time, che li riporta tuttavia in grande spolvero e ancora capaci di sfornare capolavori che altre band si sognano; con una passione e una capacità di coinvolgere il pubblico, affezionatissimo, che ogni volta trasforma i loro concerti in esperienze, di emozioni, di fratellanza, di sogni. Un po' malinconici, a volte, ma i Blind Guardian sono sempre stati bardi del crepuscolo.

Blind Guardian:






Anthrax:



Hypocrisy:


Potete vedere tutte le foto qui.

venerdì 15 giugno 2012

Voices

This chapter is about taking a look at all of the types of stories and the different voices we, as writers, adopt in order to tell these stories
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Dialogue - Techniques and exercises for crafting effective dialogue
Gloria Kempton

Ieri mi è capitato sotto gli occhi l'immagine che vedete sotto, uno dei soliti giochini di Facebook. Perditempo, più che altro; ma qualche volta hanno qualche utilità. Ad esempio, fornire lo spunto per questo post ^_^ Ovvero, la citazione in apertura.
Che, in fondo, si collega in parte a quello che scrivevo ieri sull'entrare nella pelle dei personaggi. Il libro di Gloria Kempton che ho citato è la mia lettura "manualistica" del momento, ma ancora non sono molto avanti e non posso dare un giudizio sul testo. Ma ho ritrovato fin dalle prime pagine un paragone che amo e che uso spesso anch'io, quello tra autore e attore che interpreta un personaggio.


Il problema (o la sfida, o la meraviglia?) è che lo scrittore si trova a dover gestire, di solito, almeno due o tre personaggi principali, oltre a un numero variabile di minori e di comparse; non parliamo poi di quando si scrive un romanzo collettivo, con tanti personaggi importanti (penso ad esempio a It o all'Ombra dello scorpione del buon Stephen King): solitamente anche in questo tipo di storie così "affollate" è possibile riconoscere un protagonista che spicca tra i numerosi co-protagonisti, aiutanti eccetera. Resta il fatto che l'autore dovrebbe:
- Rappresentare al meglio (e poi dirò due parole su quello che significa per me) il/i protagonisti, portando il lettore a empatizzare con loro
- Creare delle "spalle" credibili, personaggi secondari che non siano solo macchiette (o "tipi", ad esempio Il Migliore Amico, Il Genitore Stronzo ecc) utili a far risaltare il protagonista
- Possibilmente, rendere vividi persino le comparse, quelle che troviamo solo in una scena (il cameriere del ristorante, il tipo che chiede informazioni per strada e così via). Ovvio che di questi ultimi non si può fornire un background con vita, morte e miracoli, e nemmeno perdere una pagina a descriverli; ma azzeccare anche solo un dettaglio significativo, che li elevi a persone, non semplici manichini con appeso il cartello "Cameriere" o "Passante", è auspicabile.


Con i personaggi della prima e seconda categoria si può lavorare moltissimo, per quanto riguarda la caratterizzazione. Non pretendo di sviscerare tutto l'argomento in un post (anche perché il mio scopo non è fornire lezioni di scrittura creativa; se volete sapere come si usa la terza persona limitata, ad esempio, trovate già in rete un milione di articoli approfonditi a riguardo. Quello che desidero io è solo ragionare sulla mia esperienza, chiarire le idee a me stessa e confrontarmi con le vostre opinioni, sperando, chissà, una volta ogni tanto di fornirvi qualche spunto che vi sia utile). In questa sede vorrei piuttosto riflettere solo sulla "voce" del personaggio, ovvero sui suoi dialoghi (e pensieri), sul linguaggio che usa (e che si ripercuote non solo su quello che materialmente dice, ma su tutto ciò che si scrive dal suo punto di vista - ricordate quello che discutevo qui?)


Credo che non ci sia nulla di più difficile che rendere unica e distintiva la voce di un personaggio. Si tratta sia di evitare i dialoghi troppo verbosi - righe e righe di bla bla che nella realtà nessuno pronuncerebbe senza essere interrotto, a meno che non si tratti di un conferenziere; sia di evitare l'estremo opposto, ovvero dialoghi troppo simili al reale, ovvero disordinati, imbizzarriti, senza tensione, pieni di lungaggini e dispersioni inutili ("Be', cioè, io intendevo dire... ah, già, mi stavo dimenticando... hai presente Tizio? Ecco, be', dicevo, mi stavo dimenticando..." e frullati del genere); sia di trovare il delicato equilibrio che permette di sfruttare una possibilità preziosa del dialogo, ovvero fornire informazioni in modo più dinamico e meno noioso rispetto a quando si piazza mezza pagina di spiegazione-mattone, senza scadere in una forma di infodump ancora più grave, perché ridicola: se già è palloso leggere per dieci righe "Tizia era la figlia quindicenne di Caio e di Sempronia, aveva gli occhi così e i capelli cosà, le piacevano questo e quello", è palloso e irritante leggere "Tizio: 'Cara, hai visto nostra figlia Caia?" Sempronia: "Ah, da quando ha compiuto quindici anni le corrono dietro i ragazzi, con quei begli occhi così e i capelli cosà" eccetera.
Oltre a tutto questo, però, occorre curare allo spasimo la scelta delle parole, ma anche l'uso della grammatica, delle strutture linguistiche. Recupero l'esempio dei miei vecchi amici, Personaggio 1 e Personaggio 2 dal post WTF? (dove se volete trovate il frammento di dialogo completo): a domanda "E cosa ha visto poi?", le loro risposte erano

P1 - "Poco, nel senso che sono arrivato in fondo alla strada ed era già zeppa di gente..."

P2 - "Eh, ci sto arrivando. Sul momento non ho visto proprio un cazzo, cioè, era strapieno di gente..."

Uno risponde cortese, con l'ansia di spiegarsi, e usa termini più controllati come "zeppa di gente"; l'altro è più sul "non mi scassare", infila parolacce e parole più colloquiali come "strapieno", e così via. Di sicuro, non potremmo scambiare le due battute, perché P1 e P2 parlano in modo diverso.

Esempio banale e semplificato al massimo, lo so; ma giusto per far capire cosa intendo: quello che vorrei è che, se rimescolassi in un sacchetto tutte le battute di dialogo di un mio romanzo e poi ne facessi pescare una a caso, il lettore sia in grado di capire chi la pronuncia. Questo sarebbe l'ideale, ma insomma, è l'obiettivo cui tendere. E io non sento di conoscere davvero un personaggio finché non riesco a sentire la sua voce nella mia testa con una certa naturalezza. In prima stesura i dialoghi non saranno ancora caratterizzati in pieno, ma con le varie revisioni, dopo aver scritto tutta la storia, sarà possibile capire quando usare mangiare e quando pranzare, quando usare accidenti e quando cazzo!, quando scrivere Non è che ne sono sicuro di questo e quando Non è che ne sia sicuro e così via. Un aiuto  importante, soprattutto all'inizio quando la caratterizzazione è in fieri, è stabilire qualche particolarità evidente (ma non esagerata): un tic verbale, un vezzo, un'espressione ricorrente, un termine regionale se il personaggio viene da un luogo preciso che si può sfruttare in questo senso, e così via. Dà colore, rende le battute riconoscibili, e aiuta sulla strada del "Ok, Personaggio, conosciamoci meglio".


Sono tanti, tanti fili da intrecciare per ricavare l'arazzo giusto; o, cambiando metafora, è come far suonare un'orchestra senza sbavature, senza note stridenti, senza assoli imprevisti e fuori posto. Cosa i personaggi dicono, come lo dicono, quanto dicono... Tenere sotto controllo tutto sembra - ed è - un'impresa.
Ma nessuno ha mai detto che scrivere bene sia facile, no?



Like a scream but sort of silent

living off my nightmares
Voices repeating me
'Feeling threatened? 
We reflect your hopes and fears.'

On air:
Dream Theater, Voices


L'immagine viene da qui.

giovedì 14 giugno 2012

Being in it

Me lo chiedo, a volte, se ci sono cose che non sarei in grado di scrivere. E mi riferisco ovviamente non alla qualità del risultato, in questo caso, ma alla natura degli argomenti.
Scrivendo storie prevalentemente urban fantasy, ad esempio, è inevitabile raccontare di pericoli, insidie - e di conseguenza di morti. Pur ritenendo inutile "l'autocompiacimento del sangue" - ovvero rovesciare sulla pagina dettagli macabri e/o schifosi e/o splatter solo perché "uuuh, così il lettore s'impressiona" - non approvo nemmeno la timidezza: la posta in gioco per i personaggi dev'essere alta (altrimenti che cosa ci sarebbe di importante da narrare?), i pericoli reali, e le cose spiacevoli accadono; se accadono, non bisogna avere paura di descriverle (sfumare nei momenti più crudi può essere la scelta giusta a seconda del caso; ma non deve dipendere da timidezza dello scrittore, bensì da ragioni consapevoli e legate alla storia) né ritrarsi quando si tratta di maltrattare un personaggio. L'equilibrio è difficile, ma va trovato. E poi, diciamolo: sono una fan di film horror, quindi non mi tiro indietro quando si tratta di descrivere certe situazioni. L'importante è dosare il sangue: personalmente, lo preferisco in genere non a secchiate, ma a rivoli ben calibrati, e con un ritmo che abbia le giuste accelerazioni e gli adeguati indugi.

Ci sono piuttosto altre scene che mi hanno messo emotivamente in difficoltà. Uccidere sulla pagina degli animali, ad esempio; ahimè, a volte è necessario, ma è doloroso. Così come è doloroso trattare temi difficili (come ho fatto ne Il pupazzo di neve, per citare una storia che potete leggere on line). Nel mio caso, poi, io ritengo indispensabile/inevitabile, quando scrivo, empatizzare con i personaggi, tutti: protagonisti, comparse, "cattivi" - sì, anche quegli antagonisti che arrivo a detestare. Per descriverli devo "interpretarli", devo entrare nella loro pelle, nella loro mente, e spesso è arduo sopportare paure, traumi, debolezze dei personaggi; così come è quasi insostenibile ricreare - vivere, attraverso la pagina - la mentalità dei "malvagi". Cerco di far sì che non siano mai "Kattivi" da fumetto, che abbiano una psicologia complessa, ma è inutile girarci intorno: se ho per le mani dei personaggi bastardi, devo lasciare che si comportino di conseguenza. Anche quando compiono atti che mi fanno star male mentre li scrivo.
Così come mi fanno star male alcuni dei miei protagonisti, perché soffro con loro, tremo con loro, lotto con loro per superare gli angoli bui della loro vita, le paure che si annidano nella loro mente, la sofferenza del loro passato, oltre agli ostacoli che la storia pone loro.

C'è infine un altro tipo di scena che mi ha messo e mi mette in difficoltà, ovvero quelle legate al sesso. Da un lato sono problemi oggettivi: non c'è niente di più difficile che descrivere un rapporto sessuale - soprattutto se lo devi effettivamente mettere in scena, e non puoi "far calare il sipario" e ripartire dal mattino dopo - senza renderlo ridicolo/goffo/poco credibile/esagerato/melenso/compiaciuto eccetera eccetera. Su questo argomento tornerò tuttavia in futuro, perché ho avuto modo di stabilire alcuni personali punti fermi nel mio approccio a questo tipo di situazioni.
Dall'altro lato, oltre alle difficoltà legate alla scrittura, ci sono quelle connesse, diciamolo, all'imbarazzo, agli scrupoli, ai tabù. Non necessariamente personali: ho trent'anni (ARGH!), non sono una ragazzina, quindi non sono timida se devo parlare di sesso; ma è inevitabile pensare e gli altri cosa diranno? Un po' perché in fondo ci si immagina i genitori mentre leggono le tue pagine: cosa penseranno? Un po' perché ci si chiede e se vado troppo oltre? E se offendo la sensibilità del lettore? Anche perché, più ancora delle "normali" scene di sesso, di recente mi sono trovata a descrivere qualcosa di molto peggiore (e che mi ha fatto stare particolarmente male): uno stupro. Ho scelto di fermarmi, nella descrizione, a un certo punto - quanto bastava a rendere inevitabile ciò che sarebbe seguito; ma mi sono soffermata su tutto il prima, sui dettagli, sulla paura crescente, sullo stupratore che gioca con la sua vittima; non con il sadismo esagerato di certe (brutte) storie che ho letto, ma non ho risparmiato nulla di quello che quel personaggio avrebbe fatto in quella situazione. E nonostante il disagio, nonostante l'affetto che provo per la vittima della situazione (qualche volta empatizzare con i personaggi è uno schifo), non potevo tirarmi indietro.

Come prenderanno tutto questo i lettori? Non posso farmene una paranoia. Leggere comporta la predisposizione a sfidare i propri limiti, anche mentali, a lasciarsi colpire e sconvolgere, quindi non posso far altro che sperare nella fiducia del lettore, scrivere meglio che posso ed essere consapevole che comunque la si giri non si può accontentare tutti. Esprimere nel modo migliore quello che si desidera trasmettere: questo è lo scopo che detta le scelte di uno scrittore, a mio parere.
E poi, diciamolo: dopo aver lasciato leggere la mia scena di sesso più spinta a mia madre, dovrei aver fatto il callo almeno a quel tipo di imbarazzo no? Be', ni. L'importante è che l'imbarazzo non condizioni le scelte: esprimere nel modo migliore quello che si desidera trasmettere, dicevo più su; solo questo conta.



Immagine da qui.

mercoledì 13 giugno 2012

Meme's Eleven

Coinvolta da Paolo, mi aggrego a questo (faticoso, invero - diventano sempre più complicati?!) meme. Ringrazio comunque l'"untore" che mi ha contagiato ^_^ perché in fondo questi giochini non mi dispiacciono.
Questa volta il compiti vale quattro: dire undici cose di me, rispondere alle domande di chi mi ha coinvolto, inventare altri undici quesiti per i fortunati che seguiranno e selezionare, appunto, gli undici da nominare.

Dunque, nell'ordine: undici cose di me.

1 - ho gli occhi verdi. Di quel verde scuro che a me piace e che è abbastanza raro, ma per notarlo davvero dovete guardarmi negli occhi... ;-)
2 - empatizzo molto con gli altri. Pure troppo. Tendo così tanto a mettermi nei panni altrui che a volte scordo di pensare anche a me stessa.
3 - ho delle extension azzurre. Fino a prima di Pasqua erano rosse. Le prossime sarei tentata di provarle viola, ma in realtà credo che potrei rinnovarle proprio azzurre...
4 - ... perché l'azzurro è il mio colore preferito. Il che provocava sindromi da maschiaccio allucinanti, quand'ero bambina.
5 - Altra cosa che mi faceva guardare con sospetto dai miei compagni di scuola delle medie era la mia passione per Dylan Dog e per i film horror
6 - Il Paese che amo di più, tra quelli che ho visitato, è la Scozia, in particolare Edinburgh e le Orcadi.
7 - Il mio elemento è l'acqua. Portatemi al mare e non mi vedrete in spiaggia a rosolare (al massimo all'ombra a rilassarmi con un libro), ma persa tra le onde, possibilmente al largo, dove non tocco. Almeno finché non mi ricordo di aver visto Lo squalo.
8 - Ho una carnagione che definire pallida è dir poco. Mi piacerebbe una volta nella vita vedermi abbronzata, ma in genere al massimo mi scotto, o comunque la mia abbronzatura è molto, troppo leggera. Da cui anche quanto affermato al punto 7.
9 - Sono capace di ascoltare la stessa canzone di fila ennemila volte nella stessa giornata, se mi ispira, se ha l'atmosfera giusta, se è quella su cui è incentrata la storia/la scena che sto scrivendo al momento.
10 - Tendo all'umorismo, sconfinando qualche volta nel sarcasmo. In genere riesco a controllarmi e non eccedere, ma le battute abortite nella realtà... sono tutto materiale per le storie.
11 - We all have scars...

Le undici domande per i prossimi nominati:

1 - Colore preferito? (Lo so, domandona filosofica... ma in realtà qualcosa indica ;-) )
2 - Esiste un personaggio di libro o film (o telefilm, o opera teatrale...) con cui vi identificate?
3 - La vostra canzone manifesto: quella che ha il testo proprio perfetto per voi, le parole che corrispondono alla vostra filosofia di vita, o che dicono qualcosa di voi...
4 - Quale attore o attrice scegliereste per impersonarvi in un film su di voi? E per quale motivo? Perché vi assomiglia fisicamente, perché lo/la ammirate, perché credete che interpreterebbe al meglio i momenti importanti della vostra, perché vorreste assomigliargli/le, o altro?
5 - Se foste costretti a lasciare l'Italia, dove scegliereste di vivere e perché?
6 - C'è un evento indimenticabile cui avete assistito? Qualcosa di storico, di importante non solo per voi ma in generale. Magari escludendo l'11 settembre, che è comune a tutti noi "di una certa età".
7 - C'è un libro/una canzone/un film che vorreste aver scritto voi?
8 - Una vostra abitudine poco sana... che non avete alcuna intenzione di cambiare?
9 - Una mania incomprensibile al resto del genere umano, ma che voi proprio non potete abbandonare?
10 - Avete una fobia, e se sì, quale?
11 - Dimenticando i vampiri sbarluccicosi, gli zombie pieni di sentimenti e tutte le scempiaggini da paranormal romance... e pensando solo alle versioni serie, quale creatura vi spaventerebbe di più affrontare? Vampiro, zombie, mummia, lupo mannaro, spettro, alieno?

Ecco le domande di Paolo con le mie risposte:

1. Acqua o vino? Birra ^_^ Non sono un'esperta di vino e non ne vado pazza, quindi se l'alternativa è tra quello e l'acqua, normalmente scelgo l'acqua.
2. Mercatino dell'usato, trovi quel libro, proprio quello che ti sta facendo passare le notti in bianco nella disperata ricerca. Mentre lo afferri un'altra mano si sovrappone alla tua. Cosa fai? Vorrei rispondere che mi porterei a casa il libro, anche con la mano altrui attaccata. Temo che sia probabile invece che sul momento mi schermisca, ceda e poi mi insulti all'infinito.
3. Cosa rispondi a chi dice "tranquillo, capita..."? "E grazie al cazzo!"
4. Se dovessi scegliere un paese da nuclearizzare, uno solo, quale sceglieresti? No, nessuno. Certe cose non riesco a farle neanche per scherzo. Diciamo che nuclearizzerei certe mentalità, più che le persone in generale...
5. Fra gli inventori dei secoli passati, quale ti rappresenta meglio? Non ne conosco il nome. Il primo che si è seduto intorno al fuoco e ha pensato di raccontare una storia per scacciare il buio e la paura...
6. Sei sicuro di non essere dentro Matrix? Ho un deja vu! Cazzo!!!
7. Rocher o Pocket coffe? Rocher per la vita. E caffè (schiumato) a parte.
8. Sei un animale, quale? Gatto.
9. Due parole, quella che preferisci e quella che odi. Quella che preferisco è sogno; quella che odio è delusione.
10. Puoi esprimere un desiderio. Cosa chiedi? Non si rivelano i desideri, sorry!
11. Ti sei annoiato a leggere questo post? No, mi piacciono questi giochini, l'ho detto.

Infine, ecco gli undici blogger che voglio coinvolgere:

1 - L'ineffabile Sam
2 - Arcamalion
3 - Salomon Xeno
4 - Ale di On Writing
5 - Yaxara
6 - Nicla
7 - Lady Simmons
8 - Tabata
9 - Dana
10 - Lilly Aylmer
11 - Elledy

Ci sono poi care blogger che non ho nominato perché hanno solo una pagina privata, o perché in questo periodo non sono molto on line e non vorrei fosse più una scocciatura che un divertimento. Perciò, chiunque vuole accodarsi è il benvenuto!

UPDATE:
Aggiungo le risposte alle domande di Salomon Xeno, che mi ha coinvolto:

1. Sei su un'isola deserta. Hai portato con te il tuo libro preferito, che sei disposta a leggere e rileggere per quanto rimane della tua breve esistenza. Sull'isola arriva un altro naufrago e te lo chiede in prestito, avendo con sé solamente un iPod. Come reagisci? Sperando che l'iPod abbia musica decente, ci si può prestare a vicenda le cose.
Il problema è che l'iPod si scaricherà... Quindi sbrighiamoci. E poi si legge insieme, suvvia.
2. Tiri un dado. Che numero esce? E cosa esce a me? A me tre, a te quattro. Ma non ho idea del perché!
3. Hai l'Argo a tua disposizione per raggiungere un luogo qualsiasi. Quale rotta? Scozia!
4. Hai l'Argo a tua disposizione per raggiungere un non-luogo qualsiasi. Quale rotta? Il mondo di una delle mie storie, posto che poi possa restarci a una certa condizione (che non svelerò qui).
5. Quale potere (non super) ti piacerebbe avere? Come lo useresti? In che senso non super?
6. Un amico a cui hai appena passato il libro che stai leggendo (di tua proprietà) lo apre in malo modo e questo si rompe. Come reagisci? Argh! Minimizzerei a denti stretti per non farlo sentire mortificato, ma se l'ha proprio sfasciato mi aspetterei che me lo ricompri, eccheccacchio!
7. Ti hanno abbandonato su quella dannata isola! (Io non c'entro.) Come pianifichi la vendetta? Ehm. Stile Jack Sparrow, sbronzandomi in attesa di un colpo di culo?
8. Una coccinella si posa sulla tua tenda. Cosa pensi? Conto i puntini neri che ha, e per ognuno esprimo un desiderio. (Ehm. Voi non lo facevate, da piccoli?)
9. In che ruolo ti vedresti, se fossi il protagonista di un libro? Mmm. Ardua domanda! Potrei rispondere citandoti il nome di un paio di miei personaggi... Comunque, direi co-protagonista maldestro, oppure co-protagonista mezzo matto, sperando di cavarmela...
10. In che ruolo vedresti me? (Non necessariamente nello stesso libro!) Compagno di sbronze? Te gusta? ^___^
11. Rispondete a una tra le seguenti domande: Legale o caotico? Apollineo o dionisiaco? Neoclassico o romantico? A una sola? Romantico.

martedì 12 giugno 2012

Architetti e giardinieri

Ci sono, semplificando, due generi di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti fanno i progetti prima di piantare il primo chiodo, disegnano l’intera casa, dove passano le tubature, e quante stanze ci saranno, quanto saranno alti i muri. Ma i giardinieri semplicemente scavano un buco, piantano il seme e vedono ciò che spunterà. Penso che tutti gli scrittori siano in parte architetti e in parte giardinieri, ma tendono verso un lato o verso un altro, e io sono sicuramente più un giardiniere

George Martin

Ahimè, anch'io.
Dico ahimè perché qualche volta mi piacerebbe essere in grado di pianificare per bene una storia, con scaletta e schede dei personaggi e dei luoghi, e avere file di dati e blocchi di appunti bene ordinati su "tutto quello che mi serve" in una storia. Tanto più che ho ottimi esempi "societari", con le Ineffabili che da questo punto di vista sono decisamente più puntuali di me.

Ma è inutile, il massimo che come architetto riesco a costruire a priori è l'equivalente di una tenda da campo, non certo un gran palazzo. Anzi, forse assomiglia di più alle tende che da piccola drappeggiavo sulla scrivania, per dormirci sotto davvero (un gioco che adoravo e che quella santa donna di mia madre assecondava con pazienza).
Non che rifiuti di provarci. Ma "pensare e basta" alla storia, anche con blocco di appunti e penna pronta a schizzare scalette e note, mi porta solo fino a un (limitato) punto. Ho già scritto altrove che la fase pre-scrittura di un romanzo per me può durare qualche giorno, oppure qualche anno, in modo imprevedibile: ho bisogno di che un numero sufficiente di idee, impressioni e spunti si aggreghino fino a far scattare quel "qualcosa" che mi fa capire di non avere più solo idee, impressioni e spunti, ma una storia; e ho bisogno di tre elementi basilari, ovvero l'inizio da cui partire, la fine verso cui tendere, e uno o più personaggi che possa "sentire" e usare come voce, come punto di vista. Tutte e tre queste cose potranno ancora cambiare anche radicalmente, e di sicuro si arricchiranno, ma questo è, all'osso, ciò di cui non posso fare a meno.

In tutto questo, che ruolo ha per me l'"architettura" cui accenna Martin? In genere preparo una scaletta provvisoria (o più spesso una mezza scaletta, o tre quarti, a seconda di quanto davvero so di ciò che capiterà, oppure una scaletta "diradata" - dove ogni piolo, metaforicamente, dista un metro abbondante da quello che lo precede) che sarà poi rimpolpata e completata man mano. schizzo un po' di "archi di trasformazione" dei personaggi principali, anche se poi seguo molto l'istinto. Mi muovo essenzialmente usando tre fonti, quando ho bisogno di sapere quanto ci metterà a crepare un tizio ferito in un certo modo o come si cura un'ustione o quali sono i sintomi dell'astinenza da droga o che terapie si adottano nei confronti di coloro che hanno tentato il suicidio (sì, argomenti allegri, come vedete): 1-faccio ricerche su internet; 2- chiedo a chi ne sa più di me perché ha competenze specifiche in un certo campo (facendomi a volte guardare stortissimo); 3- leggo libri sull'argomento, che però fanno in genere parte della più o meno lunga fase pre-scrittura, mentre durante la stesura cerco consultazioni più rapide (tanto accumulerò altre letture durante le varie revisioni). Stranamente, è raro che prepari schede dei personaggi prima: le compilo piuttosto durante, perché ho bisogno che i dettagli emergano mentre ascolto parlare Tizio e guardo muoversi Caio. Buttarli giù in partenza non renderebbe sufficientemente vivi quei personaggi ai miei occhi: perciò, le mie prime note in merito sono molto scarne, e crescono poi finché di Tizio e Caio so data di nascita, aspetto fisico, gusti musicali, studi passati, cibo preferito, fobie & manie eccetera eccetera... finché in pratica me li vedo passare davanti per casa in (quasi) carne e ossa e non ho nemmeno bisogno di sforzarmi per scrivere i loro dialoghi, perché so cosa direbbe uno e cosa l'altro.

Insomma, appartengo decisamente alla categoria dei giardinieri. Pianto semi e lascio crescere le piante, per poi curarle meglio che posso. Perché il fatto di preferire un approccio in fieri, per quanto riguarda la documentazione, la pianificazione e così via, non significa che non siano importanti, anzi. Non sono una fanatica che se ambienta una storia a Milano va a contare quante guglie ha il Duomo, affatto; anche perché preferisco piegare i "miei" luoghi a seconda di quello che ho bisogno, che immagino e che mi serve, e quei "miei" luoghi assomigliano soltanto a quelli reali, mescolano, insomma, posti che ho visto con altri che invento perché quel pub lo voglio così oppure perché no non voglio che la gente lo trovi, questo posto. Ma ciò non toglie che tutto dev'essere progettato in modo coerente, verosimile, credibile.
D'altronde, perché una quercia rigogliosa stia in piedi le occorrono radici robuste, no?


La citazione di Martin viene da qui. Grazie ad Andrea che me l'ha fatta conoscere! Immagine da qui.

lunedì 11 giugno 2012

Nightwish - Imaginaerum [Turn the Page]


C'erano una volta i Nightwish "con Tarja"... La band finlandese non ha bisogno di presentazione; certo è che la loro carriera si può nettamente dividere in due fasi: gli "originali" caratterizzati dal cantato più lirico di Tarja e quelli "con Anette". La diatriba Tarja/Anette si fa spesso "calda" e allo stesso modo gli ultimi due dischi, con la nuova singer, spaccano i fan in due.
Ma sapete? Non m'importa molto di confrontare passato e presente, dei puristi e dei critici. Anche perché, lo ammetto, i primi Nightwish non mi sono mai andati giù. La voce di Tarja mi ha sempre respinto; unita alle melodie sinfonico-power della band, non mi coinvolge, non mi emoziona, per quanto non abbia nulla contro il cantato lirico. Per questo non ho mai seguito il gruppo, anche se ultimamente ho iniziato ad apprezzare il best of Highest hopes. Eresia, follia, pensatela come vi pare. Fatto sta che sono i Nightwish recenti, quelli dell'ultimo, intrigante Imaginareum , ad avermi convinto e a rappresentare la prima novità musicale di questo mio 2012. Ed è grazie a questo disco che sono andata a ripescarmi il precedente Dark passion play (del quale già adoro la suite d'apertura The poet and the pendulum , il singolo Amaranth - ricordo che, quando ne vidi il clip la prima volta anni fa, pensai to', per una volta non mi fanno dormire -, For the heart I once had e diverse altre). E sarà sempre grazie a questi Nightwish, se cercherò di dare un'altra chance a quelli precedenti.
Imaginareum è un ottimo lavoro, che a quanto pare sarà accompagnato anche da un film. Intriso delle atmosfere che piacciono a me (tematicamente, mi fanno tornare alla memoria le liriche di Imaginations from the other side, la canzone d'apertura dell'omonimo album dei Blind Guardian), denso di riferimenti ai personaggi di tante storie amate (Alice, Peter Pan...) Teatrale, capace di variare il proprio "sapore" tra melodia e aggressività, attimi da soundtrack e impennate di follia (la bizzarra e affascinante Scaretale , dove le voci azzardano un dialogo allucinato). Dopo l'intro in finlandese, il singolo Storytime è dinamico e ben presenta quello che seguirà, anche grazie a un video che sa di masquerade (avete presente il Parnassus di Terry Gilliam? Ecco) e riesce pure a essere divertente grazie ai frammenti di "making of"; il resto del "viaggio" non annoia mai - anche se i lunghi minuti di narrato alla fine di Song of myself si fanno saltare, dopo la prima volta - e si conclude con la strumentale Imaginaerum, riassuntiva e di nuovo da colonna sonora. In mezzo, troviamo la cupa Ghost river, l'insolita Slow love slow, che flirta con il jazz e sarebbe stata bene in una puntata di Cowboy Bebop, la bella I want my tears back, con quel sapore celtico che adoro e che torna anche nella malinconica Turn loose the meremaids; mentre The crow, the owl and the dove entra di diritto tra le mie ballad preferite uscite nell'anno 2011, chiudendo un poker per me indimenticabile (quali sono le altre? Fire and ice e Lost dei Within Temptation, da The Unforgiving , e Empty horizon dei Leaves' Eyes, da Meredead ). Infine, anche Last ride of the day merita di essere ricordata per il suo ritmo incalzante.

Qui sotto il videoclip ufficiale di Storytime , canzone di cui mi sono innamorata all'istante, per più di un motivo. Non sempre i video riescono ad accordarsi così bene con il mood della musica del disco da cui vengono tratti, ma in questo caso godetevi lo spettacolo: in una turba di personaggi stravaganti da circo maledetto si muovono Anette darkissima Biancaneve con una luce di follia nello sguardo, Tuomas sempre splendido, comunque lo si vesta o svesta, e portato per le parti da eroe, il piratesco Jukka Nevalainen alla batteria, i biondi "Emppu" Vuorinen e Marko Hietala, tutti bravi a creare un affresco che, per una volta, rende davvero l'energia del disco - e perché no, il divertimento del realizzarlo. Evviva.





domenica 10 giugno 2012

The Avengers

Non sono una fan dei "blockbusteroni con supereroi". Li vedo aspettandomi botti & effetti speciali, per passare un paio d'ore divertenti, insomma, ma spesso si rivelano deludenti anche quando si parte senza troppe pretese. Perché è facile eccedere con l'eccesso, se mi passate il gioco di parole; e anche il prodotto più mirabolante, più ricco di mezzi e di star, ha bisogno - ebbene sì - di una storia come si deve.

E arriviamo a:


Premettendo quanto sopra; premettendo che non ho mai letto i fumetti Marvel e quindi dei personaggi so poco o nulla; premettendo che anche dei film basati sui singoli personaggi ho visto poco - solo Thor, che non mi aveva entusiasmato... be', Avengers si è rivelato comunque un film godibile. All'inizio si avverte la fatica di presentare tanti personaggi - tutti quelli del posterone qui sopra, e anche qualcun altro - guidando gli spettatori e dando loro le informazioni necessarie dai film precedenti, e contemporaneamente presentare la storia di questo film. Subito tanta azione, subito tante esplosioni, come prevedibile. Il tutto resta però piuttosto sfilacciato, e se tra i "buoni" per ora emerge solo Tony Stark/Iron Man (con AC/DC di sottofondo), ovvero l'ineffabile Robert Downey Jr., attore di talento, simpatico e sexy da infarto (che volete, non sono mica una CVitica SeVia), a tenere le redini del film è il cattivo, Loki. God of Mischief, un trickster, insomma; ma anche senza scomodare la mitologia (anche perché mica vi aspetterete che un fumetto americano con Thor e Loki rispetti davvero i miti nordici?), Tom Hiddleston-Loki ha il giusto carisma, il fascino sottile (in contrapposizione al mondo di dei culturisti da cui proviene, ma ehi, "è adottato") e il sorrisetto bastardo per interpretare il ruolo alla grande. Perfino quando i suoi dialoghi diventano un po' troppo pomposi e stereotipati... Sì, da questo punto di vista si poteva lavorare meglio.
Il film si concentra molto sul legame Thor-Loki, con il biondone Chris Hemsworth che cerca con disperazione di salvare il fratello, di riportarlo sulla retta via, e Loki che lo frega regolarmente anche quando sembra vacillare. Ed è commovente, in fondo, l'affetto sincero che traspare dalle parole e dalle azioni di Thor, non facile da rendere in un film di questo tipo.


Ma chi sono, questi Vendicatori? Outsider, personalità eccezionali, e perciò del tutto incapaci di lavorare insieme: almeno per quanto riguarda l'"egoista, instabile" Tony Stark, "miliardario, playboy, filantropo, genio", dall'umorismo salace che, evviva!, salva il film in un più di un momento e neutralizza il noioso, piuccheperfetto, insopportabile Capitan America (che quando dice "Aspetta, non abbiamo un piano d'attacco!" si sente rispondere da Iron Man "Io ho un piano: attacco"). Pure i testosteronici Capitan Di Cui Sopra e Thor sono teste calde, e pure Hulk, nonostante come Bruce Banner lotti in ogni modo per impedire che si scateni la furia distruttiva del mostro verde. Meglio i due colleghi Occhio di Falco - almeno quando si libera del condizionamento di Loki - e Natasha/Vedova Nera (perché una gnocca ci vuole in ogni film).
Quando tutti quanti hanno finito di litigare (e di menarsi), finalmente potranno unirsi davvero, per vendicare la morte di un amico comune (no spoiler, sorry), in contrasto con le direttive dei capoccia che osteggiano la squadra e preferirebbero piuttosto nuclearizzare New York, sotto l'attacco di meravigliosi mostroni pieni di zampe, praticamente delle megablatte extradimensionali. E quindi sconfiggere, ovviamente, gli invasori e il cattivone Loki, che verrà affidato, con tanto di maschera per farlo tacere, allo sciantoso fratellone biondo. Ma non credo occorra specificarlo: sappiamo tutti che si libererà e creerà altri guai, vero? Basta dargli il tempo di architettare un nuovo piano diabolico.
Non appena qualche produttore sgancerà i soldi per il progetto.
In definitiva, grazie all'ironia e ad alcuni personaggi meglio riusciti di altri, Avengers è un film che si salva e diventa una visione piacevole, benché convulsa e qua e là frastornante, nella migliore tradizione "avanti con i botti!"


Nota finale: se siete fan di How I met your mother (e non so proprio come potreste non esserlo, se conoscete il telefilm), be', c'è una sorpresa per voi... Cobie Smulders (algida in un ruolo minore, purtroppo).



venerdì 8 giugno 2012

I must

"Should you be writing now?"
Sì, in effetti. Ottimo consiglio. Che dovrei seguire anche ora, invece che preparare questo post XD

Scherzi a parte, procrastinare, distrarsi, dire "non ho voglia adesso" - mascherato solitamente da un più "letterario" "in questo momento non sono ispirato" - sono i nemici più ostici per gli scribacchini come me. E sono nemici così insidiosi che rialzano la testa all'improvviso anche quando credi di averli sconfitti. "Sì, ormai ho preso l'abitudine, scrivo tutti i giorni, oh quanto mi sento professionale", e bam, arriva loscazzoilfilml'amicochetelefonailmalditestal'impegnoimprovviso. "Ma sì, farò domani".
NEIN!
Tenete duro. Lo dico anche a me stessa, perché anch'io passo momenti di crisi. Ma sono, devono essere momenti, e passare. Mettetelo nel culo allo scazzo. Ignorate i "tanto non sarò mai bravo abbastanza / tanto non pubblicherò mai /ma sì non ho fretta prima o poi finirò / quando non sono ispirato non riesco proprio" & tutte le scuse affini. The true writer is the one who doesn't quit, diceva Gardner. E non si molla neanche perché "oggi proprio non mi va". Neanche perché la vita si stravolge e si ri-stravolge ogni volta che pensate di poter stare tranquilli, la fine del mondo si avvicina, si preparano apocalissi & diluvi, esiste ancora il Moige. Nessuna catastrofe è una scusa sufficiente.

Poi che dirvi, forse sono solo io fanatica. Forse sono solo io che sogno come una ragazzina. "Tanto è un hobby, non m'interessa pubblicare, ho altro cui pensare". D'accordo. Ma scrivere, essere uno scrittore, non c'entra un tubo con il pubblicare e nemmeno con gli hobby. Se è una passione - se avete la testa piena delle voci dei personaggi e li trovate una compagnia più piacevole della maggior parte degli esseri umani, se siete affetti dallo "strabismo dello scrittore", quella strana sindrome per cui in tutto ciò che vi sta intorno e che vi capita sapete che può annidarsi l'idea per una storia, e ogni cosa lo vedete sotto la vostra luce ma anche sotto la luce del Personaggio X e di quello Y eccetera... Se vi rileggete e non rimpiangete il tempo passato da soli a riempire pagine, se avete la forza di sentire quelle vicende inventate come più reali della realtà... Se è una passione, dunque, datele - e date a loro, i vostri personaggi - tutto quello che avete. Sì, sarò fanatica, perché ogni volta che penso "ho questo romanzo nuovo da scrivere, ho queste altre storie da scrivere con la mia Socia, ho questi racconti da finire, ho quest'altra idea che chissà, vorrei sviluppare", be', io ci credo. e voglio farlo, e so che lo farò, finché mi resterà un briciolo di vita per battere sui tasti del pc, e lo farò ora, adesso, un pezzetto per volta, a costo di metterci vent'anni, ma partirò da ora, non "chissà quando, in futuro, forse, mah".
Scherzo su tante cose, ma su questo no.

Le storie e i protagonisti che avete inventato non vi tradirebbero mai. Non siate voi a tradire loro.



L'immagine viene da qui.