martedì 19 marzo 2013

Il ritorno dell'eroe

Post in due parti, una più generale, l'altra più personale. Nato in modo del tutto random, ma lo sapete già: io non scrivo "articoli", "saggi", "manuali". Io mi lascio guidare da suggestioni e stream of consciousness.
Take me as I am.


Prima parte: qualcosa che ha a che fare con la scrittura

Qualche giorno fa ne parlavo con Luca Tarenzi - a proposito: buon compleanno ;-) -, pochi giorni dopo averci riflettuto una volta conclusa la lettura di Nessun dove, e proprio poco prima di incappare in questa immagine su Facebook. Insomma, quando la Dea mi manda tutti questi segnali in un'unica direzione, significa che è giusto seguirli.

A cosa mi riferisco: all'ultima fase di ogni storia. Il momento immediatamente prima dell'...And then there was silence*. Quello che, nel Viaggio dell'eroe - le "tappe" del percorso avventuroso vissuto dagli eroi mitici, così come, schematizzando, dai personaggi dei romanzi o dei film - è l'ultimo step, il "ritorno con l'elisir": quando il protagonista ha concluso la sua missione, ha sconfitto la forza negativa, e può rientrare al suo villaggio d'origine, portando con sé l'elisir che si è conquistato, e che può essere, sì, un "bene" concreto - la spada magica, per dire -, ma che spesso non si incarna tanto in un oggetto concreto, quanto nella conoscenza, nell'esperienza. Una conoscenza che può andare a beneficio di altri, oltre che del protagonista stesso. Ma - ed è il tipo di ritorno che ogni volta mi colpisce di più, che tocca le mie corde più profonde, che amo trovare come lettrice e che per me emerge sempre, in modo più o meno esplicito, più o meno intenso, nelle storie che scrivo -, l'aspetto meno immediato ma più intenso di questo ritorno è costituito dal cambiamento interiore che l'esperienza vissuta e acquisita provoca nell'eroe.

Alla fine di Nessun dove, Richard non riesce più ad adattarsi alla vita "normale" di un tempo, quella che per tutto il romanzo ha sognato di riconquistare. Ormai sa che c'è "qualcosa di più"; ormai sa che negli angoli, tra le ombre, negli anfratti, si nasconde una Londra diversa, con regole e pericoli ed emozioni diverse. E nessuno degli amici di un tempo può comprendere come Richard si sente: la scelta che gli resta è fingere di aver vissuto solo un sogno bizzarro, un'allucinazione, magari, oppure abbandonare, questa volta volontariamente e per sempre, la Londra luminosa e "reale" e tornare a immergersi nella Londra misteriosa e "folle", che ormai gli è entrata nel sangue, che ormai non può più scordare. Luca invece mi citava Il Signore degli Anelli, la scena del terzo film in cui Peter Jackson mostra gli hobbit che si guardano in silenzio, di fronte a un boccale di birra: e non servono parole, bastano gli sguardi, perché ora i quattro, che hanno visto e fatto e vissuto cose inimmaginabili, condividono un'esperienza che nessun altro hobbit potrebbe comprendere - imprese che hanno deciso in quale direzione sarebbe andato il mondo, e di cui nessuno, in quella campagna pacifica e sonnolenta, si è reso conto. Sono parte, ora, delle leggende e delle canzoni che verranno ripetute intorno ai fuochi, per sempre.

E anche se, da lettrice che tende al fangirleggiamento senza vergogna, vorrei lo spudorato happy ending per i miei beniamini - così come lo vorrei per i miei ragazzuoli, i miei personaggi, per i quali ugualmente tendo al fangirleggiamento -, devo dire che questi momenti di malinconia sono per me forse quelli più emozionanti, più belli, quelli dotati di maggiore resonance, quelli che mi fanno vibrare nel profondo. Quando i protagonisti di un romanzo sopravvivono alla storia, ma non possono scordare le cicatrici che ora portano, le perdite che hanno subito; quando sono cambiati, e si rendono conto che anche le gioie future non avranno lo stesso sapore di prima. Ce ne saranno, e saranno bellissime: ma loro le vivranno con un'altra consapevolezza, le potranno apprezzare di più e allo stesso tempo non potranno scordare che c'è anche altro, intorno a loro - il caos, il mistero, le ombre, il pericolo. Aspetti che si possono esorcizzare, per un po', ma mai allontanare per sempre: il "mondo ordinario" da cui parte l'eroe si frantuma, nel corso dell'avventura; e se è vero che si può ricomporre, non sarà mai integro come all'inizio; le visioni, le scoperte, i fuochi e il ferro che l'eroe ha sperimentato, combattuto, ammirato, temuto, resteranno sempre in un angolo della sua mente e del suo cuore. E saranno come... come un vetro leggermente oscurato, attraverso cui osservare il mondo: un mondo che ha più ombre di quello che lui credeva, ma non per questo meno bello.
Sarà per questo, forse, che, fin dai tempi del liceo, quando ancora non avevo nemmeno un decimo della consapevolezza che ho ora come autrice e come persona, già mi ero innamorata - un po' grazie agli Iron Maiden che hanno scritto una canzone in proposito, un po' grazie a una meravigliosa prof di inglese - della Rime of the ancient mariner di Coleridge, alla fine della quale l'ospite del matrimonio che ha ascoltato il racconto del vecchio marinaio viene definito a sadder and a wiser man, un uomo "più triste e più saggio". Per me è sempre stata la chiave di ogni storia come si deve, il motivo per cui ho sempre amato leggere e scrivere.


Seconda parte: qualcosa che invece potete saltare - a meno che vi interessi un giro nei meandri della mia mente contorta, pseudomistica, eminentemente weird e fondamentalmente stramba.

Da piccola ero quella che voleva lasciare la finestra aperta per Peter Pan, pensando "col cazzo che tornerei indietro dall'Isola che non c'è, io". E sono quella che si sente sempre l'outsider, quella che scrive sperimentando una tale schizofrenica dissociazione da identificarmi di volta in volta con i miei personaggi - non sono loro che assomigliano a me, sono io che mi immergo nella loro personalità e nella loro vicenda, io che li "recito" e di conseguenza vivo quelle avventure con ancora maggior intensità rispetto a quando tifo e soffro e mi emoziono per i personaggi di film o romanzi altrui.
Questa dissociazione è un'altra cosa di cui parlavo con Luca. Il modo in cui uno scrittore - lasciamo da parte qualsiasi giudizio sulla qualità di ciò che si scrive, i generi, il talento eccetera - vede il mondo è particolare. E col tempo lo è sempre di più: non subentra l'abitudine, né la noia, né la consuetudine. Piuttosto, la consapevolezza di certi meccanismi cresce, e si vivono con ancora maggiore intensità. Si ritrova l'aspetto mitico nel quotidiano, il viaggio dell'eroe nel percorso di vita, il misticismo in ciò che sembra banale, si inseguono gli e se? a ogni bivio.
 
Col tempo mi sono convinta di una cosa, semplicissima, ma che forse non viene spontaneo mettere in questi termini: il ritorno con l'elisir lo viviamo tutti, ogni giorno - o, almeno, lo possiamo vivere. Il vecchio "imparare dai proprio errori", insomma, che circondato da quest'aura mitica ha molto più fascino, no?
Nella vita si può andare avanti e lottare per crearsi l'esistenza che desideriamo, oppure restare immobili e seguire la corrente, subendo ciò che accade. Io ho passato la mia fase da naufraga - immersa in un oceano che non riuscivo a controllare, davo bracciate convulse che non mi portavano mai dove volevo andare, nuotavo con un peso alla caviglia che mi sbilanciava. Poi sono annegata - proprio così, chiaro e semplice: sono annegata, sono morta, sono rinata. Anche questa è una fase tipica dei romanzi, "l'esperienza di morte" che fa parte dell'"arco di trasformazione dei personaggi". Sono morta, sprofondata negli abissi, ho riaperto gli occhi e sono risalita seguendo correnti del tutto diverse. Ho imparato a bilanciare il peso che mi porto dietro - o quanto meno a non farmi frenare nonostante la fatica. Ho esplorato nuove correnti e nuove acque - perché in fondo l'acqua è il mio elemento (se credete nell'oroscopo, sono Pesci).

E se le piccole cose restano quelle importanti (le piccole gioie, i piccoli passi, le esperienze memorabili, i luoghi da scoprire, i brevi momenti - così pochi e sempre brevi, quelli più dolci e intensi e meravigliosi e sensuali e perfetti, le conquisti che già portano la paura della perdita, le parole giuste con gli amici e le amiche, i secondi che spazzano via interi giorni di dolore, ma sempre con la speranza di rinnovarli in futuro, sempre con la malinconica bellezza del ricordo, che nessuno può portare via), una piccola cosa dopo l'altra si crea l'avventura, e l'avventura non è solo quella dei romanzi. Io sono sempre più convinta che non esista la banalità, non esista la noia, se non nella mente delle persone, nell'"occhio di chi guarda", come la bellezza: perdere la capacità di stupirsi, perdere la passione, perdere il desiderio, perdere il gusto per ciò che si ama, questo è ciò che rende banale e noiosa la vita. Forse non serve allora la lettera di Hogwarts o la chiamata di Gandalf - forse l'avventura la stiamo già vivendo.
Non che uno stregone alla mia porta mi spiaccia, eh, anzi. Ma le avventure non sono solo quelle.

Mi rendo conto che suona un po' come il contrario di quello che consigliano i saggi: l'atarassia, la liberazione dalle passioni, la calma zen... Ma, mi spiace, non fanno per me: io non voglio un paradiso di canti sulle nuvolette, non voglio l'immobilismo, non voglio l'indifferenza, non voglio fermarmi, una volta tornata a casa con una goccia di elisir. Io voglio ascoltare la Dea che mi parla di caos e danze sfrenate, voglio ogni giorno costruire qualcosa e fare un piccolo passo, voglio raggiungere un obiettivo e pensare già al successivo, voglio continuare a scoprire. Il che non significa non accontentarsi, né non saper apprezzare le piccole cose di cui sopra: significa che quelle piccole cose - per me, il piacere di ascoltare mille volte una canzone che mi esalta, il brivido di scrivere una scena che mi emoziona, i fremiti di un bacio appassionato, le risate durante un'uscita al pub con le amiche di sempre... - non smetteranno mai di sembrarmi splendide, non mi stancheranno, non mi annoieranno. Le vivo e voglio continuare a viverle con la stessa meraviglia, con la stessa intensità, proprio perché non so dove il prossimo passo del viaggio mi porterà; e raggiunto un obiettivo, ne avrò sempre un altro di fronte a me. Mi hanno detto tu non sei capace di essere felice senza un po' di malinconia, vero? Eh già, è così. Di nuovo: take me as I am. Qualcuno mi apprezzerà per come sono e avrà il mio affetto e la mia devozione incondizionati. Qualcuno non capirà, e la cosa non mi interessa più. Qualcuno vorrà vivere questo viaggio accanto a me - sono armata di spada e corazza, ma ho bisogno di dolcezza e sorrisi e comprensione, per recuperare le forze e combattere ancora: ogni tanto incontro persone che mi dicono quanto io sia "forte", l'unica che non lo crede affatto sono io - e allora quegli amici e quelle persone speciali avranno tutto l'affetto e l'aiuto e la presenza, tutto quel che nel mio piccolo sono, per ricambiare.
Mi piacerebbe avere qualche certezza - sapere che le cose e le persone che amo continueranno a far parte della mia vita: l'ansia mi ferisce nel profondo e non riesco mai ad affrontarla del tutto. Ma siccome la sicurezza non esiste, prendiamo le piccole cose, appunto, un poco per volta, momento per momento. Anche questo è un saggio consiglio da stregone, e io che non sono maga, non sono saggia, non sono speciale - non sono altro che qualcuno che scrive e cerca e desidera -, devo imparare a seguirlo. Keep tryin', keep hope alive.

*Questa magnifica e magniloquente canzone.

On air:
In Flames, A new dawn.
Sì, lo so che ve l'ho linkata già ieri, ma è la canzone perfetta per quello che provo mentre scrivo questo post.

I dreamed that you had died, I'm forever alone
I'm weakened, I'm frightened
This place's about to change
Things you said to me
Believe and the things you might find will turn into a march

I stand alone and breathe again
I won't stop until this is through

And I can't wait to see the sunrise again
(Its moments like this)
I am what you'll never be
To better what I am
You won't hear lies from me

Feel the sudden aches, time to get moving
Getting somewhere with no directions
I swear to you it will never be the same
Its astray, but the road lies open
Leaving all tears behind

Erase darkness from my mind
Last remaining night
From here to everywhere

I stand alone and breathe again
I won't stop until this is through

And I can't wait to see the sunrise again
(Its moments like this)
I am what you'll never be
To better what I am
You won't hear lies from me

2 commenti:

  1. Il finale di ISdA (il libro) è calcato sull'Odissea, infatti sono convinto che PJ abbia fatto male a risolverlo così frettolosamente, dilatando altre parti più noiose. Il ritorno di Odisseo è il perfetto esempio del fatto che in natura esiste ben poco di reversibile. Chiamiamola entropia, se vogliamo.
    Davvero una bella riflessione!

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    1. Grazie ^^ PJ ha mantenuto il sapore malinconico del finale, almeno; capisco il tuo paragone con l'Odissea, ma penso che per i non fan la conclusione originale sarebbe risultata come un'appendice piuttosto pesante, dopo un film già molto lungo.

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