venerdì 8 marzo 2013

I'll be back

Pinned Image

"Preferisco i libri autoconclusivi, piuttosto che leggere dieci tomi per arrivare alla conclusione di una storia e conoscere il destino dei personaggi".
Questo l'ho detto io, svariate volte. Chiaro che si tratta di un discorso generale: se trovo una saga che mi ispira, sono ben contenta di leggerla. In generale, però, prediligo i romanzi singoli o le serie in stile Mondo Disco di Pratchett, composta da romanzi che, in generale, si possono tranquillamente apprezzare senza aver letto tutti quelli precedenti, con personaggi ricorrenti e altri nuovi.

Quello che non mi piace di tante saghe che mi è capitato di sfogliare sono due cose:
- le storie diventano presto trite e le situazioni si fanno stiracchiate e ripetitive;
- i personaggi si trasformano in "tipi", in macchiette di se stessi.

Puro e semplice.
Ma.
Ma naturalmente io scrivo serie. Ok, nel concreto non lo sapete ancora, ma fidatevi, avrò modo di approfondire la questione più avanti. E lasciamo da parte quei tre volumetti d'esordio di tolkienian-fantasy che ho pubblicato un po' di anni fa, perché ci vorrebbe un lungo discorso su quando li ho scritti, su cosa ritengo valido e cosa no in quei libri, su perché siano stati un'utile palestra ma, allo stesso tempo, non rappresentino affatto né lo stile né gli interessi che ho adesso come autrice. Quello che ora vi interessa sapere è che, al momento, io ho in ballo (svariati progettini abbozzati e ancora troppo informi per considerarli e) due serie principali di storie: chiamiamole A. e I./M. Suona come una contraddizione, visto quanto ho appena scritto, ma io non la vedo così per un semplice motivo: perché non scrivo nulla se non supero i problemi che mi rendono difficile sopportare certe saghe come lettrice.

Prima di tutto, perciò, l'intento mio è scrivere romanzi che siano il più possibile autoconclusivi. Quelli che legano le storie della serie A. e quelle di I./M. sono due aspetti:

- l'universo in cui sono ambientate: si tratta di urban fantasy, il setting è il "qui e ora", laddove il "qui" sono due città diverse, e, soprattutto, con una diversa mitologia di fondo;
- i personaggi ricorrenti. Nel caso di A. i protagonisti sono gli stessi, nel caso di I./M. la questione è un po' più complessa: i protagonisti di un libro sono comparse nell'altro, in un altro ancora i personaggi principali delle storie precedenti sono sullo stesso piano in un romanzo più "affollato" e così via.

Quest'ultimo punto in particolare per me è fondamentale, perché tutte le storie che scrivo sono per me characters-driven. Ovvio che la trama è importante, ma per scrivere un romanzo ho bisogno di innamorarmi dei personaggi, di poter entrare nella loro pelle a tal punto da averli vivi in mente, da non aver più bisogno di chiedermi "cosa potrebbe dire Tizio, chissà che reazione avrà Caio" perché, semplicemente, lo so. Ho bisogno di vedere il mondo attraverso i loro occhi, sapere che gusto di gelato mangia uno e dovermi mordere la lingua per non pronunciare le terrificanti battute che un altro farebbe. Ma non mi dilungo su questo perché ve ne ho già parlato varie volte. Nel discorso che mi interessa ora, l'importanza dei personaggi è ciò che rende possibile che io abbia voglia di imbarcarmi in un "sequel", o meglio, in un nuovo romanzo con gli stessi protagonisti. Se amo quei personaggi, se li sento ben riusciti, se hanno preso vita a tal punto da avere ancora qualcosa da dire, allora posso lavorarci. Senza timore - e ritorniamo a quanto dicevo all'inizio - che diventino macchiette prevedibili: perché si evolvono, cambiano, crescono, e quindi da un libro all'altro non saranno esattamente uguali, perché il bagaglio di esperienze che hanno conta. Come nella realtà, insomma. E quindi io ho ancora voglia di stare con loro, di scoprire come sarà la loro vita successiva.

I personaggi sono ciò che mi permette anche di evitare l'altro problema che ho evidenziato, ovvero le situazioni e le trame ripetitive. Impostare il romanzo in modo che sia autoconclusivo - anche in un contesto di più storie legate da protagonisti e ambientazione - è già un aiuto; ma i personaggi mi danno la spinta definitiva perché, quando cominciano a frullarmi in testa idee per vedere "i miei ragazzi" ancora in azione in una nuova storia, ciò che mi chiedo è: "come posso ribaltare tutto quello che considerano sicuro? Come posso rimescolare le carte?"

Vi faccio un esempio. Se in una storia ho un personaggio forte, che protegge gli altri, nel romanzo successivo posso partire da una situazione in cui è proprio lui che ha bisogno di aiuto, o che compie un errore fatale a qualcuno degli altri. Tutti i personaggi saranno spiazzati dalla situazione - drammatica e, allo stesso tempo, del tutto diversa rispetto a quella che hanno già affrontato; insomma, i "punti esperienza" acquisiti non bastano per risolvere il nuovo guaio in cui li ho ficcati, i ruoli sono rimescolati. E se i personaggi sono disorientati e devono faticare per rimettersi in sesto... la storia è di nuovo fresca, il lettore non ha la sensazione di sapere già come si svolgeranno i fatti, e io stessa trovo la faccenda abbastanza interessante - ma che dico? La trovo proprio figa! - da impegnarmici per scoprire come andrà a finire.
Per quanto mi riguarda, il trucco è tutto lì. Se i "miei ragazzi", alla fine di una storia, hanno imparato dai loro errori - e se sono ancora vivi, è così - benissimo: sono pronti per commetterne altri completamente diversi. E sarà meglio che si adattino in fretta alla nuova situazione, se vogliono salvare la pelle ancora una volta.

4 commenti:

  1. Io non so se riuscirò mai a scrivere saghe: troppo impegnative. Troppo tempo per finirle. Con la lentezza con cui affronto un romanzo, una saga è impensabile.
    Una trilogia, però, fatta di 3 romanzi autoconclusivi su una stessa ambientazione è più fattibile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Si tratta infatti del tipo di "serie" che preferisco io ^^

      Elimina
  2. Ciao Aislinn, mi affaccio ora sul tuo blog, e già mi sei simpatica ;)

    Volevo solo dirti di fare attenzione con i ribaltoni e il rimescolamento delle carte: la prima regola dei telefilm, e cioé che il telespettatore vuole veder riproposta sempre la stessa situazione, è valida anche per le saghe di romanzi!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per essere passato e per il giudizio positivo ^^
      Per il resto, io voglio scrivere romanzi che piacciano a chi già conosce i personaggi, ma che allo stesso tempo sorprendano; e che siano comprensibili anche a chi non ha letto il/i libro/i precedente/i... Ripetere una formula senza mai variare annoierebbe me per prima, e se non mi appassiono io a quello che scrivo, come posso pensare di convincere chi mi legge?

      Elimina