mercoledì 17 aprile 2013

Le canzoni della mia vita #2: Moonspell, Alma mater

Nel primo post dedicato ai brani indimenticabili della mia vita - quelli che sono diventati mie canzoni-manifesto, che hanno segnato un momento o un periodo particolare della mia esistenza, che non riesco a sentire senza un brivido e un tuffo al cuore - vi avevo parlato dei Blind Guardian, una delle mie sempiterne fissazioni, e di The bard's song (in the forest): più che una canzone, una filosofia. Una melodia acustica, un testo che parlava di storie, e di chi le racconta. Potete immaginare da soli quanto mi colpisca nel profondo. E se non ricordate la canzone, rispolverate il post e rimediate.

Stavolta vi propongo un pezzo del tutto diverso, nonché più complicato da amare, se non siete già appassionati di musica di un certo tipo: siamo infatti in territori molto più metal, death e gothic. Se con Bard's song mi conquistavano la malinconia, la dolcezza, la magia, e le parole mi toccavano il cuore, con questa Alma mater dei Moonspell la mia reazione è tutta nella carne e nel sangue. Il brano, infatti, non ha una tematica a me vicina: si tratta di una dichiarazione d'amore per il Portogallo, la terra madre di Fernando Ribeiro, vocalist e leader della band. E per quanto io ami il mio Paese - ebbene sì, con tutte le storture, gli scandali, le cose che non vanno, amo la mia lingua, la mia cultura, la mia terra -, non sono "patriottica" nel senso consueto del termine. Tuttavia, questa canzone mi ha sedotto fin da quando ho scoperto la band e, nonostante la registrazione imperfetta e l'inesperienza degli esordi (Alma mater viene dal primo disco, 1995), è rimasta per me una spanna sopra tutte le altre dei Moonspell (discontinui ma affascinanti, tamarri ma carismatici).

Il riff iniziale è semplice, ma appena lo sento, un brivido mi fa venire la pelle d'oca. L'inseguirsi di musica e voce, la dichiarazione d'orgoglio pur nella caduta: Alma mater è il brano di chi in ginocchio tiene la testa alta, di chi sanguina ma si asciuga il mento col dorso della mano e guarda in faccia il nemico che lo ha percosso, di chi cammina estraneo e incompreso ma porta nel cuore l'identità che non intende uniformarsi. Ecco, forse, quello che mi dà i brividi in queste parole:

Mother Tongue speaks to Me 
In the strongest way I¹ve ever seen 
I know that she sees in Me 
Her proudest child, her purest breed 
She speaks to me in colours 
That I can¹t really understand 
I only know that they are ours 
And to those I¹ll proudly bend 
For I am your only child 
And you my dearest mystery 
From an ancient throne I defy the world 
To kneel before the Power within. 
For I am your only child 
And she is my dearest mystery 
World can¹t you see it? 
Am I alone in my belief? 

Aggiungete poi l'importanza dei Moonspell come bacino di canzoni-colonna sonora alle mie storie, in particolare una: uno dei romanzi che ho scritto e che amo di più è intessuto dei loro brani, delle loro atmosfere cupe e torbide, rabbiose e oscure, e allo stesso modo le storie che lo seguiranno (ne saprete di più in futuro; prossimamente vi renderò anche partecipi delle colonne sonore che vi cito così spesso, le playlist che creo per le mie storie). Non ho usato questa canzone in particolare, ma mi basta sentire la voce di Fernando Ribeiro perché si scatenino nella mia testa suggestioni, immagini, collegamenti a raffica.

Qui potete ascoltare il pezzo nella registrazione originale, da Wolfheart (1995), primo disco bella band, infarciti di pezzi storici e imprescindibile, nonostante qualche goffaggine e qualche momento ancora grezzo. Qui sotto, invece, la versione live con (il sempre gnokko) Fernando Ribeiro in carne, ossa e carisma, spesso imitato, mai eguagliato.

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