martedì 17 dicembre 2013

Her shadow


Capitano cose strane, a volte.
In periodi nei quali ti trovi a riflettere.
Il mio 2011 è stato sconvolgente. Il mio 2012 è stato faticoso ma si è concluso col botto. Il mio 2013 è stato... Inenarrabile. Se questa è la progressione, avrei motivo di essere ottimista. Se questa è la progressione, non oso nemmeno pensare a come sarà il 2014. Anche perché è inutile: tre anni fa, oggi, non avrei saputo prevedere niente di quello che poi mi è successo.
Men che meno avrei potuto immaginarlo ai tempi del liceo, o delle medie. Quando avere trent'anni voleva dire essere adulti, sistemati con casa e figli e lavoro. E io non sapevo cosa avrei voluto fare nella vita, a parte scrivere. Ma ero sicura che la vita in questione sarebbe proseguita come "doveva" - e quindi ci si "sistema", anche se non mi sarei mai sposata perché nooo, certo, figlia di genitori separati, quando mai avrei voluto fare una cosa del genere?
Poi qualche giorno fa rivedi la tua migliore amica di sempre, compagna di banco al liceo di cui sopra, e ne parli con lei, e ci rifletti, su queste cose. Su come i trent'anni sono arrivati in fretta e ti ritrovi cambiata. Sposata giovane e separata pure tu, prima dei trenta, ah-ah-ah, e nonostante la ferocia e il dolore e le cicatrici, cerchi di prenderla razionalmente, perché sai che hai sempre fatto quello che credevi giusto: ti sei sposata quand'era giusto e ti sei separata perché era giusto anche quello. Non cambieresti nulla. Tornassi indietro, faresti le stesse scelte.

Però ti fai domande. Ti chiedi che fine ha fatto quella ragazza che aveva deciso "no, a me non accadrà" e ci credeva davvero; per quella ragazza che una volta era l'ottimista della famiglia e adesso si fa paura da sola, quando vede nero, e anche quando vede rosso. Per quella ragazza che sognava e osservava le stelle, e che ora sogna ugualmente, ma con il cuore gonfio di incertezze e lacrime e paure.

Cerco di non guardare il futuro, perché mi fa troppa paura quello che posso prevedere.

E ci sono altre cose che non avevi immaginato. La crisi e il lavoro precario che "chissà come ce la caveremo". O che avresti scritto davvero, e soprattutto come e quando ce l'avresti fatta, e che il difficile sarebbe cominciato adesso, tu che pensavi che pubblicare fosse la fine dei problemi e, invece, è l'inizio di tutta una serie di casini nuovi. Oh, intendiamoci: giusto così, e sono queste le sfide che volevi. Questo il modo in cui vuoi vivere. Nessuna lamentela.
Solo, a volte, un po' di vertigini. Per tutte le cose che vedi se ti guardi alle spalle. Per gli incubi la notte e per il demone che ti attende negli specchi. Per quel percorso tortuoso che stai seguendo, tu nata in una classica famiglia cattolica, e poi ribelle a oscillare tra scetticismo a oltranza e il fascino della luna nonostante tutto, e infine, nemmeno sai come, circondata di segni e voci. Che tenti di vedere, di ascoltare. Che invece arrivano puntualmente quando non te lo aspetti, e ti prendono di sorpresa. Con un brivido.

Sono inquieta.

Ieri sera mi hanno chiesto perché dovrei aver paura di certe cose. Non sono riuscita a spiegarmi come avrei voluto. Quello che temo è perdere il controllo, forse, della parte più oscura di me. Che non vuol dire "cattiva", non sto parlando di Lato Oscuro della Forza o roba del genere. E nemmeno temo di perdere il controllo in generale: per come vivo io, ci sono momenti in cui è cosa buona e giusta farlo e non mi tiro minimamente indietro, che si tratti di esplorare il divino, di abbandonarmi a un romanzo da scrivere, di una notte di sesso o di scatenarsi a un concerto.
Ma non riesco a perdonarmi, se commetto un errore. E commetterei errori se mi lasciassi andare a quelli che sono i miei desideri più cupi, gli istinti più primordiali, la lotta per conquistare ciò che va bene per me indipendentemente dagli altri. Io non voglio essere egoista. Io non voglio mettermi prima degli altri. Ma qual è poi il confine...

Sono inquieta.

Mi hanno chiesto perché scrivo. Per dire che esisto. Ho bisogno di esistere. Ho bisogno di essere. Di essere la, non una.
Non capiterà mai, non a me, ma prima o poi ne verrò a patti. So che non dovrei dire mai, perché tanti mai della mia vita si sono invece realizzati. Ma certe cose le senti dentro. Che non farai, non sarai, non avrai. Che guarderai gli altri vivere, e vivrai in mezzo a loro, ma il tuo modo di essere felice non sarà mai il "loro". E sarai felice, qua e là. Ma sarai anche sempre una negazione: un non è, non ha, non può, non farà. Sono, ho, posso, faccio tante cose; ma a volte quelle negazioni pesano così tanto sulle spalle e sul cuore che non riesci a reggerle. Sposti il peso da una spalla all'altra e vai avanti a oltranza, punto e basta. Incontro a un destino che è grande e strano e diverso da quello che ti saresti aspettata. E non vuoi nemmeno lamentarti perché sei comunque così fortunata, più di tanti altri, che quale diritto hai di volere di più? Chi sei per volere di più? Sicurezze, certezze? Chi sei per pretendere i sicuro e il sapere e i per sempre e il certo?
Nulla. Sei nulla.

Sono inquieta.

Vorrei capire. Vorrei sapere. E mi sento stanca, troppo stanca per riflettere, troppo stanca per comprendere. Troppo stanca per accettare serenamente quello che non sarà e per avere fiducia in ciò che sarà. Troppo stanca per non avere paura del destino. Sono stati belli, questi ultimi anni, e positivi, e mi hanno portato dove sognavo e dove nemmeno sognavo. Ma sono stati anche così faticosi.
E mi sento così stanca che avrei voglia di dormire e basta. E miracolosamente svegliarmi con la forza di ripartire. Di controllare il cuore e la mente. Di non guardare ad altro che ai cinque minuti successivi e fregarmene di tutto il resto.

Sono inquieta.

Ho chiamato qualcosa e non so se l'ho fatto con le lacrime, le preghiere o la rabbia. Più lacrime e più rabbia di quello che vorrei ammettere, quantomeno. Ne ho paura e vorrei allo stesso tempo saperne di più. Impaziente che non sono altro... Ma ne avrei bisogno.
Perché io sono solo io. Io sono solo io e non mi sento la forza che dovrei avere.
Io sono solo io e non è abbastanza.
Non è mai abbastanza.

On air:
Omnia, Morrigan

2 commenti:

  1. Ho letto questo post due volte, in parte sorridendo, in parte identificandomi (sai i temi che si facevano a scuola "dove ti vedi a trent'anni"? uguale! :D ora ne ho 38 e mi sto organizzando per diventare la vecchia strega acida del paese :D ), in parte pensando (ogni tanto mi succede, ma non spargere la voce in giro, che c'ho una reputazione). Mi son piaciute tanto le parole che hai usato, al di là delle emozioni espresse, sono state delle parole... giuste, dall'inizio alla fine. Alla fin fine, la Dea ci dà quello di cui abbiamo bisogno e raramente quello che vogliamo, perché poi magari capiamo che non lo vogliamo veramente anche se abbiamo pianto e gridato fino a cinque minuti prima. In momenti come questi dobbiamo tornare da lei, sedere accanto a lei davanti al fuoco e semplicemente riposare. Siamo sempre così concentrati a perdonare gli altri che spesso dimentichiamo di perdonare noi stessi. Noi siamo abbastanza. In questo momento, e per questo momento, noi siamo abbastanza. Tra un'ora saremo abbastanza per quello che servirà in quel tempo. Facciamo quello che possiamo con quello che abbiamo, che sappiamo e che sentiamo. E qualche volta riusciamo ad essere migliori di noi stessi. :) Ma la pressione che ci mettiamo addosso perché dobbiamo essere, fare ecc. non ci fa bene. (e visto che hai messo il sottofondo al post, io metto il sottofondo al commento, mentre lo scrivevo ascoltavo Cradle of Filth con Nymphetamine, This is Gallifrey, colonna sonora di Doctor Who e La Dance Macabre du Vampire dei Theatre du Vampire ;) )

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    1. Ti ringrazio per quello che scrivi. Capisco cosa intendi, e spesso mi sento così.
      Ma, allo stesso tempo, la Dea con cui devo dialogare ora io non mi attenderà davanti al camino: la dovrò cercare nel sangue e nella lotta. Ora non devo parlare con la Madre: devo parlare con la Guerriera.
      Ora, però, non ho più paura di sapere ciò che mi chiederà.
      Ora non ho paura di cercarla.

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