mercoledì 11 dicembre 2013

Quel certo non so che

Lo sapete, ogni tanto mi metto a parlare di scrittura. Qualche volta vi cito i famosi/famigerati "manuali". Qualche volta finisco perfino a disquisire di terza persona limitata (che è un mio vecchio pallino).
Il problema con questi argomenti è che se ne parli sei spocchioso, se non lo fai sei un'incapace che non sa mettere in fila due frasi. Molto rumore per nulla, IMHO, ma in Italia è così. Ci sono fazioni, non opinioni; estremismi, non idee.

E io, come reagisco? Ebbene, nell'unica maniera possibile: me ne sbatto proseguo per la mia strada. Non leggo i manuali perché voglio dire "guardate quanto sono brava". Non scrivo per ricevere pacche sulla spalla da questo o quel circolino. Leggo i manuali perché mi piace scrivere e mi piace scoprire nuovi aspetti di quello che faccio. Parlo di scrittura perché mi piace condividere una mia passione e confrontarmi con la gente. Scrivo storie perché non posso farne a meno. Tutto qua.

Ma, detto questo, oggi lo spunto non è raccontare la rava e la fava sulla tecnica di scrittura xyz. Non mi interessa, non voglio fare la maestrina, non serve a niente che io ripeta qui roba che trovate in mille altri siti. A me piace riflettere un po', in base alle esperienze mie e degli scrittori che conosco, con la convinzione che scambiarsi esperienze porti a crescere e a conoscere prospettive nuove. E anche se vi parlassi del perché mi piace quel punto di vista piuttosto che di come ragiono sulle scalette di una storia, non lo faccio per dire "ecco la maniera giusta". Lo faccio solo perché è sulla mia esperienza che posso basarmi: niente di più.
E proprio in questi giorni discutevo di scrittura e manuali. E la domanda era: bastano, le "regole", a dar vita matematicamente a un bel libro? O anche: cos'è importante, la storia o il messaggio? La trama o il bello stile?

though if you can do both, so much the better

Un po' estremo? Be', forse. Ma di un romanzo, io credo, ciò che davvero colpisce è la magia del racconto e la "vita" che è stata infusa ai personaggi. Usare paroloni colti e periodi di cinque righe pieni di metafore non serve a niente, se l'unico scopo per il quale li si mette su carta e mostrare che conosciamo i paroloni e le metafore. Il difficile non è scrivere in maniera aulica e raffinata; il difficile è essere invece chiari ed efficaci, al servizio della storia che vogliamo raccontare. Il difficile, insomma, è essere semplici.
Allo stesso modo, è naturale che un romanzo possa anche affrontare temi complessi, problematiche di vario tipo, argomenti "scottanti" e così via. Quello che, personalmente, non sopporto, sono i romanzi "a tesi", dove trama, episodi, personaggi sono lì solo perché devono fare da "campionario" di umanità, devono servire all'autore a dimostrare un'idea. Il risultato sono quelle storie rigide, innaturali, dove troppo spesso i personaggi si lanciano in discussioni più o meno filosofiche, più o meno retoriche. Perché l'Argomento Serio richiede discorsi e controprove e dimostrazioni, no?
Be', no. Per quanto mi riguarda, il "tema" o i "temi" che un romanzo ha alla base saranno tanto più efficaci quanto più emergeranno in maniera naturale, in filigrana, in modo il più possibile trasparente, insomma.  Lo scopo ultimo è sempre e solo raccontare una storia. Conquistare il lettore con il potere della storia: che si porterà dietro, non temete, il suo senso, i suoi significati profondi. Senza bisogno di puntarci contro i riflettori. Non è un saggio, non è una conferenza. Si tratta di una storia.
E i manuali che dicevo sopra? Basta seguire le regole per arrivare senza fallo e senza incertezze al buon libro? Sempre a mio modestissimo parere, no. Non fraintendetemi: non sto dicendo di scrivere come viene, di buttar giù di corsa una storia in stile sciatto e spiattellarla ai lettori così com'è in prima stesura. Non sto nemmeno dicendo che basta il sacro fuoco dell'ispirazione: ci vuole anche tanto sudore, tanto lavoro, tanto impegno; occorre imparare, migliorare, mettersi alla prova, riscrivere cento e cento volte. Ma, detto questo: scrivere un romanzo, un bel romanzo, non è come risolvere un'equazione. Sì, c'è la tecnica, sì, ci sono i metodi per affrontare la scrittura in maniera professionale - che sia o meno il vostro lavoro, va trattato come se lo fosse, con serietà. Ma la tecnica non basta, IMHO. Occorre "qualcosa" in più - talento? Passione? O cosa? Difficile definirlo: per me è la "vita" che si infonde alla storia, ciò che permette al lettore di sapere che sì, hai lavorato sodo per terminare quel romanzo, ma lo hai anche amato; ciò che rende i personaggi reali; ciò che ti permette di raccontare qualcosa di solo tuo, qualcosa che nessun altro potrebbe dire alla stessa maniera.
Mi rendo conto che non è facile, definire cosa sia quel "qualcosa". E come lo si conquista? Come si diventa capaci di trasmetterlo a una storia, il "qualcosa"? Per quanto mi riguarda, io so solo che ho iniziato a scrivere circa quindici anni fa - anzi, di più ancora - e non ho più smesso. E ho tentato. E ho continuato. E ho cercato le mie storie. I miei personaggi. Solo con tenacia ed esperienza - e quest'ultima arriva con gli anni e dopo aver cestinato chissà quanti romanzi, punto e basta - il "qualcosa" lo si trova. Vogliamo chiamarlo, come dicevo più su, "passione"? Va bene. Occorre che i romanzi trasudino passione. Vogliamo chiamarlo "talento" e "mestiere"? Vanno bene anche queste parole. Perché arriva un momento in cui si odia il maledetto romanzo che lotti per concludere, e vai avanti solo per tenacia, e pazienza, e mestiere, appunto, e il talento che hai accumulato, l'esperienza che hai messo insieme. Passione e "ispirazione" e idee non bastano - altrimenti le migliaia di aspiranti scrittori che abbiamo in Italia sarebbero tutti bravissimi (e no, così non è. Fatevelo dire da chi quei manoscritti non pubblicati li legge per lavoro). Tecnica senza passione nemmeno, perché di un perfetto show don't tell in una scena che è fredda e rigida come un inverno non me ne faccio nulla.
Mettiamo insieme le due cose. Il fuoco dell'ispirazione che ti fa dire devo scrivere e il cervello per rileggere le pagine buttate giù sull'onda dell'entusiasmo e ammettere ok, meglio risistemare questo disastro. L'umiltà per essere consapevoli che non basta essere amici delle Muse e il cuore per sapere che nella scrittura non sempre 2 + 2 fa 4. Il cervello per cercare di scrivere al meglio delle proprie possibilità e anche - gridiamolo forte - il piacere di raccontare una fottuta storia.
Non mi sembra un sacrilegio e non mi sembra un delitto di lesa maestà. Mi sembra semplicemente amore per quello che si fa e curiosità per scoprire come farlo. E continuare a provare e sperimentare senza dare per scontata alcuna verità.

5 commenti:

  1. Wow!
    Credo che sia una delle cose più difficili di cui parlare. Io, naturalmente, parlo in qualità di lettore. Ritrovo la differenza tra fancy, il massimo che uno scrittore può raggiungere facendo uso degli attrezzi (le tecniche) messi a disposizione, e immaginazione, vera e propria imitazione della realtà - se vogliamo, il tuo infondere "vita" nelle storie. Questa distinzione andava bene ai tempi di Coleridge e funziona tuttora. Può essere una delusione, perché un aspirante scrittore sa in partenza che non basta imparare una serie di "regole" per scrivere bene, ma questo del resto è vero anche nelle discipline scientifiche - alcuni problemi (quelli reali) non si risolvono seguendo la scaletta proposta dal libro di testo o dal professore.
    Se mi passi l'analogia scherzosa, ti ricordo che: "2+2=5 for very large values of 2". :)

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  2. Io ho un vero e proprio pallino per i manuali di scrittura. Quando ne vedo uno sullo scaffale di una libreria (che non abbia già) lo compro. Credo di averne collezionati un discreto numero; mai contati e forse è meglio se non lo faccio. Come dici tu, non è tanto per quanto riguarda tecniche segrete e/o formule magiche che mi porteranno a scrivere un romanzo stellare, che li leggo; ma, quando mi colpisce il blocco dello scrittore, a volte prendere un manuale e rileggere un passo può accendere quella scintilla che può farmi ripartire.
    Poi ci sono i saggi sulla scrittura scritti dagli scrittori, ad es. Il mestiere di scrivere di Raymond Carver, che mi piacciono perché è come fare una chiacchierata tra scrittori, sì, insomma, conoscere il loro pensiero.

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    1. I saggi come quello che citi li adoro, è esattamente come dici tu: un dialogo con chi fa il tuo stesso mestiere. Leggo anche tutti i manuali su cui metto le mani, perché mi fanno sempre scoprire qualcosa in più a cui non avevo pensato; e anch'io li uso a volte come stimolo per superare qualche momento di crisi - per esempio, quando mi blocco su un punto della trama vado a rispolverarmi l'Arco del personaggio o il Viaggio dell'eroe per vedere se mi fanno venire qualche idea.
      Quello che non mi piace sono gli estremismi, sia in un senso - "basta leggere i manuali e si diventa matematicamente scrittori" - sia nell'altro - "niente manuali, scriviamo come capita guidati dalle Muse e basta".

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    2. Sugli estremismi hai proprio ragione. Anche io non sopporto questo genere di affermazioni categoriche. Anche perché c'è una parte della scrittura che è artigianato di cui ci si impadronisce solo facendo tanto tanto esercizio e provando e riprovando e riprovando.

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