mercoledì 29 maggio 2013

L'incanto di cenere - Laura MacLem

La segnalazione è doverosa, quando pesco un romanzo italiano interessante. L'incanto di cenere è infatti il prodotto di una penna tutta italiana, nonostante il nome in copertina sia Laura MacLem, e il libro esce per Asengard, casa editrice di Vicenza da sempre attenta agli autori nostrani.
Si tratta di uno dei due romanzi che ho voluto accaparrarmi al Salone del Libro, per poterlo avere autografato dall'autrice; in attesa di godermi L'età sottile di Dimitri, next in line nella pila sul mio comodino non appena avrò sbrigato le letture in corso, ho "consumato" L'incanto di cenere in un paio di giorni.
Il romanzo infatti è breve e si può divorare in fretta, ma il gusto che lascia in bocca è duraturo: ed è il sapore della cenere.
Di questi tempi sono frequenti le riletture delle fiabe in chiave "alternativa": che si tratti di modernizzarle, di stravolgerle, di ribaltarle, di vivificarle tramite l'ironia, di rimescolarne gli archetipi per mostrarne l'attualità anche nel terzo millennio. L'operazione investe la letteratura, ma anche cinema e televisione dicono la loro in merito (tralasciamo le due recenti Biancaneve cinematografiche percaritàdelladdea, ma citiamo almeno Once upon a time, la serie di cui vi ho parlato spesso in questo blog). E, a questo punto, avrete intuito a quale fiaba L'incanto di cenere si ispira: Cenerentola.
Ma.
Ma questa volta il punto di vista è quello di Genevieve, la sorellastra maggiore.
Ma questa volta la diafana bellezza di Cenerentola ha un che di molto inquietante.
Ma questa volta i topini non sono affatto graziosi.
Ma questa volta la fata madrina non è una signora paciarotta, smemorata e gentile...

Non dirò altro sulla trama. Posso solo aggiungere che dovete aspettarvi qualcosa di molto più horror rispetto alla versione disneyana della fiaba con cui tutti siamo cresciuti; una scelta che personalmente apprezzo, considerato che i racconti originali, prima che i genitori moderni si convincessero che i bambini debbano crescere in una realtà zuccherosa color rosa confetto, sono parecchio crudeli. Lo stile è piuttosto buono e i numerosissimi riferimenti alla fiaba ispiratrice e al lungometraggio Disney sono inseriti con intelligenza, fino a comporre un quadro completo e armonico; solo a volte paiono superflui o rendono possibile anticipare ciò che accadrà grazie alla conoscenza dei modelli, e anzi, alcune soluzioni sono particolarmente brillanti. Io ho apprezzato in particolare la scena del ballo, anche più del confronto finale.
Insomma, se volete dare una chance al fantastico italiano, try this.

lunedì 27 maggio 2013

La meravigliosa fase dell'editing

Passo la vita a scrivere, rileggere, correggere, cambiare, riscrivere, aggiustare, sistemare, rileggere ancora, e poi di nuovo da capo. E mi capita anche, a volte, di leggere, annotare, suggerire modifiche su testi altrui, ovviamente. Ho anche sempre detto quanto mi piacciano entrambe queste attività - l'editing, insomma. Se sono io a lavorare sui testi altrui è una sfida, un intrigante puzzle da risolvere - cosa si può migliorare, come può brillare meglio questa pagina? Il tutto, cercando di entrare in un testo che non mi appartiene, in meccanismi, preferenze, stili che non sono miei e andrebbero, idealmente, rispettati, com'è ovvio.
Se lo faccio per me stessa, be', è uno degli aspetti dell'essere scrittori. O scribacchini. Le domande e gli obiettivi sono gli stessi, solo che conosco la materia con cui lavoro come le mie tasche, la respiro, la vivo, è sempre in un angolo della mia mente anche quando sono lontano da pc e notes. Non sarò mai soddisfatta, e allo stesso tempo diamine, adoro quello che faccio. Non sarò mai abbastanza obiettiva, pure, e per questo servono gli occhi esterni, a me come a tutti.
In più, se parlo con altri autori devo essere diplomatica, gentile, professionale... oh, be', insomma. Se si tratta non di estranei ma di amici, c'è molta più disinvoltura, naturalmente. Se lavoro sulle mie pagine, posso invece spaziare dall'auto-insulto al nervosismo alla lamentela (da sfogare magari sugli amici di cui sopra, le Socie e così via).

Poi capita di lavorare all'editing di un mio romanzo, con un aiuto importante dall'esterno. Soffro, fatico, ma mi diverto - eccheccazzo, sono pur sempre innamorata di quella storia in particolare e della scrittura in generale. Finché arriva un primo feedback, con tutta una serie di note, osservazioni, consigli, domande eccetera eccetera.
Quello che, insomma, io infliggo agli altri, e le Socie hanno sempre inflitto a me negli anni. Quello che non vedevo l'ora di ricevere, anche. Ero abituata, quando leggevo le opinioni delle Ineffabili Socie, a essere un po' in imbarazzo, a battermi la mano sulla fronte perché "questo avrei dovuto capirlo da sola", a scoprire sfaccettature di cui non mi ero reso conta, ad accettare o rifiutare i consigli di volta in volta. Punto.
Per la prima volta, però, ora i suddetti consigli e le menzionate osservazioni arrivano dall'esterno, e per quanto io abbia ogni motivo di essere soddisfatta, per quanto sia riuscita a sistemare quello che volevo, per quanto lo scambio sia un arricchimento eccetera, per quanto, lo ribadisco, questo lavoro è esattamente quello che volevo per il mio libro... scopro che sbam. L'imbarazzo è centuplicato, l'adrenalina è a mille - da zero a mille in due secondi, peraltro. Insieme al vago senso di stordimento dato dal "ohmmiaddeah devo rileggere per la trilionesima volta ancora quelle dieci pagine".
Tutto normale, eh. Scopro l'acqua calda, come si suol dire. Ma ah, la teoria è una cosa. Provarlo sulla tua pelle è un'altra. Nulla cambia nel mio desiderio di lavorare al romanzo e renderlo il libro migliore possibile, però sono in fase "ohddea ohddea ohddea".

Però, evviva, io posso sempre confrontarmi con altri amici che scrivono no? Che mi faranno pat pat sulla spalla, no? Che mi sosterranno e condivideranno la mia vaga ansia-misto-eccitazione-misto-nausea-misto-voglia, no?
Telefono a Luca Tarenzi. Tra una chiacchiera e l'altra spiego la situazione. E, in tono lamentoso-agitato-eccitato (ve l'avevo detto): "Uaaah sto guardando le pagine mammamiaaa devo rivedere fare scrivere ponderare sistemare e sono fottutamente imbarazzata anche se è assurdo esserlooo!"
Risposta: una sghignazzata di cinque minuti.
Condita da "Te l'avevo detto! Cosa dicevo io quando qualche mese fa TU leggevi il MIO Godbreaker e ne parlavamo?"
Io (con gocciolina sulla fronte stile anime): "Ma... ma... è diverso!"
Sghignazzata. E conversazione che si può riassumere in un "col cazzo che è diverso!"
Per fortuna poi sono stata consolata: "Tranquilla, anche fra cinque libri sarà imbarazzante uguale."

Ah, gli amici.

domenica 26 maggio 2013

Compleanni

Ieri e oggi si festeggia il compleanno di due attori che stimo moltissimo: il 25 marzo sir Ian McKellen ha compiuto 74 anni. Attore di indiscussa bravura, che si batte contro l'omofobia, è Gandalf, è Magneto, è anche il criminale di guerra nell'inquietante L'allievo tratto da un racconto di Stephen King, è Freddie nella divertentissima serie Vicious, solo per citare alcuni ruoli nei quali ho potuto apprezzarlo.


Oggi invece è "Helena Bonham Carter Day" (iniziativa da cui apprendo qui): l'attrice, musa di Tim Burton, con una solida carriera personale e uno stile da gothic freak che io adoro, compie oggi 47 anni. Per celebrare questa splendida donna di vero talento, ripesco qui la breve recensione scritta ai tempi dell'uscita di Sweeney Todd, uno tra i miei film preferiti del regista, dal mio blog precedente.

"Tim Burton non mi ha deluso: la vicenda, drammatica e venata qua e là di tocchi di humor nero, vi sarà ormai nota - un barbiere ingiustamente condannato al carcere torna per vendicarsi. Io mi limito a sottolineare la straordinaria bravura degli attori: Johnny Depp, tormentato, a tratti apatico, a tratti pieno di furia, a mio parere da Oscar; Helena Bonham Carter, perfetta nel delineare tutte le sfumature di Mrs. Lovett, innamorata, gelosa, pratica, spesso il vero motore della storia, quando Sweeney si abbandona all'irrazionalità, senza scrupoli eppure capace di sentimenti d'affetto per il piccolo Toby; lo sgradevolissimo Timothy Spall e il morboso Alan Rickman. Ho adorato le scenografia - premiate davvero con l'Oscar, almeno loro - e i costui, il trucco degli attori e l'uso dei colori; e non posso smettere di cantare le canzoni, non semplici intermezzi come in alcuni musical, ma veri e propri dialoghi cantati, che raccontano la storia e delineano i rapporti tra i personaggi. In particolare, amo la potenza drammatica di My friends, durante la quale Sweeney si rivolge ai suoi rasoi senza ascoltare Mrs. Lovett, che invece indirizza a lui il suo amore; la visionarietà di Epiphany, durante la quale Sweeney rivolge la sua furia contro i cittadini ignari - in una realtà che esiste solo nella sua testa - lacerato a volte dal dolore che ritorna per la perdita di moglie e figlia; e la macabra allegria di A little priest, durante la quale prende corpo l'idea geniale di Mrs. Lovett... Non racconto altro, non voglio rovinarvi la visione: certo è che avrei voglia di vedere e rivedere questo stupendo film, doloroso ed emozionante, pregno e sanguinoso, crudele e triste."


Entrambe le immagini circolano su Facebook.

sabato 25 maggio 2013

Towel Day - 2013

Sapete che amo la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Ho letto tutta la serie, che prosegue tra alti e bassi fino a un finale sorprendentemente amaro, ma, senz'ombra di dubbio, almeno il primo libro, la Guida appunto, è da leggere. Per lo stile ironico, per le idee geniali e surreali disseminate a manciate, per i personaggi iconici e indimenticabili.
Perciò, approfittiamo del Towel Day per ricordare anche quest'anno l'autore scomparso troppo presto, e se ancora non avete letto la Guida, rimediate, accidenti!

As usual, quando parlo di Adams non posso non riportare la mia citazione preferita (pag. 211 dell'edizione Oscar):

La storia di tutte le maggiori civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte e ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove.
La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda Come facciamo a procurarci da mangiare? La seconda dalla domanda Perché mangiamo? E la terza dalla domanda In quale ristorante mangiamo oggi?



Grazie a Kobayashi Maru per aver condiviso l'immagine.
Grazie a Socia Vale invece condivido questa ricetta in tema.

venerdì 24 maggio 2013

30 Seconds to Mars - Love Lust Faith + Dreams

Una cosa è certa, i 30 Seconds To Mars si sono impegnati per mettere alla prova la fiducia e la fedeltà dei fan.
Attendo questo disco da un paio d'anni - ho iniziato ad ascoltare sul serio la band relativamente da poco - e il primissimo impatto con la ormai famigerata Up in the air è stato traumatico. "Le chitarre ohmmiaddea che fine hanno fatto le chitarreee?" è stato il primo pensiero. Poi ho accantonato la canzone per diverso tempo; né mi ha fatto ben sperare la copertina, che sarà anche un dipinto di arte moderna (Isonicotinic Acid Ethyl Ester di Damien Hirst), ma non mi aveva colpito particolarmente (diciamolo: non sono per niente appassionata di certa arte moderna...)
A iniziare il mio processo di riconciliazione è stata Conquistador, secondo brano che ho sentito grazie a un official lyrics video, scelto appositamente, secondo me, per mostrare ai fan l'altra faccia della medaglia di Love Lust Faith + Dreams: ovvero, va bene la sperimentazione elettronica, ma le chitarre, sì, le chitarre ci sono ancora, e Conquistador le piazza in bella mostra con suoni polverosi e dal flavour settantiano.
Poi?... Poi è venuto il videoclip di Up in the air, che mi ha di nuovo lasciato perplessa (Bartholomew Cubbins, pseudonimo di Jared Leto come regista della maggior parte dei videoclip della band, ha iniziato a farsi un po' prendere la mano con le immagini a caso, eh...) Peccato, perché finora i video dei 30 Seconds To Mars sono stati più o meno tutti splendidi, mentre questo... mah. E poi, sarà un caso, ma alcune parti usano polveri colorate come Now dei Paramore, uscito poco prima. Ma che, si sono messi d'accordo?
Finché poco tempo fa ho pescato le anteprime di trenta secondi di tutti i brani, su iTunes. E, per quanto fossero solo brevi frammenti, ho iniziato a cogliere cosette interessanti, qua e là, che mi hanno ridato un po' di fiducia in vista del momento fatidico: l'ascolto del disco intero.

Colpevoli di piacere alle ragazzine e di un breve periodo con look dark/emo - ma definire "emo" il gruppo è davvero riduttivo, please; odio le etichette, ma se proprio dovessi usarne una, credo che "alternative rock" renda meglio l'idea - i 30 Seconds To Mars si sono evoluti da un primo disco più ruvido e metal (il self-titled, con lo splendido inizio di Capricorn e la magnetica Buddha for Mary) a quello che probabilmente è il loro capolavoro, A beautiful lie, che infila almeno tre canzoni assolutamente indimenticabili (la stessa A beautiful lie, una delle mie canzoni-manifesto, The kill e From yesterday), fino al penultimo This is war, che flirta con le prime suggestioni elettroniche e si avvale dell'uso massiccio dei cori dei fan: Kings & queens, per esempio, è la perfetta canzone-conquista pubblico, come Closer to the edge è l'inno perfetto per i live; Hurricane è una delle canzoni più belle che abbia mai sentito, punto e basta, drammatica e carica di atmosfera; Stranger in a strange land mette in campo l'anima più oscura e inquietante di quel diavolo dagli occhi d'angelo di Jared Leto.

In quest'ottica, Love Lust Faith + Dreams è l'evoluzione naturale del cammino dei 30 Seconds To Mars. Abbiamo i suoni elettronici, abbiamo i richiami rock - emmenomale -, abbiamo i cori ruffiani. Abbiamo un disco diviso in quattro parti, ciascuna legata a uno dei quattro grandi temi proposti nel titolo; un disco che lascia una certa impressione di frammentarietà e mescola sound e suggestioni diverse senza arrivare a quel salto di qualità che trasforma un bell'album in un disco imprescindibile.
Eppure, dopo svariati ascolti, mi sento comunque di considerarlo un bell'album. Il singolo Up in the air, la già citata Conquistador e così via non hanno la potenza per trasformarsi in classici come le canzoni che vi ho citato dagli album precedenti, non azzeccano esattamente la melodia che una volta sentita diventa parte di te. Eppure, quello che paradossalmente si presentava come un disco commerciale, proprio per via delle suggestioni elettroniche di Up in the air, rivela comunque il fondo oscuro e drammatico che è tipico dei testi di Jared Leto. Io sono di parte, lo so: adoro quest'uomo, non solo, ovvio, per la bellezza assoluta che possiede (ora che, evviva, ha ripreso un po' di chili dopo essere dimagrito per un ruolo, e che si è fatto crescere i capelli, be', non mettetemelo tra le mani perché lo rovino), ma perché ha innegabilmente un suo stile in tutto quello che fa, e fa tanto: canta, suona, recita - ed è fottutamente bravo, poche storie: invidiosi alla larga - è regista e fotografo; e, inoltre, adoro la follia che traspare da tanti suoi atteggiamenti, a volte più, come dire, scanzonata, a volte più inquietante. Ed è proprio quel tocco inquietante che mi intriga: quello che in Stranger in a strange land lo faceva cantare Enemy of mine/I'll fuck you like the devil/violent inside/beautiful and evil; quello che in Love Lust Faith + Dreams abbina a un brano "commerciale" come Up in the air un testo che no, non è d'amore e no, non è nemmeno allegro come ci si aspetterebbe (I'll wrap my hands around your neck so tight with love, love...)
City of angels, Bright lights e Do or die sono i brani dai bei ritornelli che possono essere cantati dal pubblico, con i testi che esprimono speranza e voglia di lottare; City of angels, in particolare, è anche un testo apertamente autobiografico, con un esplicito accenno alla famiglia Leto (Bought my fate, straight from hell/A second sight has paid off well/For a mother, a brother and me), nonché, come vi dicevo ieri, quella frasetta magica che, quando l'ho sentita e letta, è immediatamente diventata uno dei miei motivational (our dreams aren't made, They're won).

Ma il mio personale gruppo di favorite comprende quattro brani che non vi ho ancora citato. Pyres of Varanasi è una delle poche strumentali che mi abbiano conquistato: bella, affascinante, ottima colonna sonora. The race è stato il brano che mi ha colpito di più ai primi ascolti: convincente, accattivante senza essere spudorato, e con un bel testo che, in questo momento, sento parecchio vicino (The lessons that I've learned/I promise you I said:/Never again! Never again! No never!/Hey! It began with an ending/Hey! We were fighting for the world/Hey! My desire never ending/Hey! The race. The race/Love is a dangerous game to play/Hearts are made for breaking and for pain...) tanto che medito se inserirla in extremis nella colonna sonora del romanzo cui sto lavorando ora (e poi, insomma, lo sapete che per me le lyrics e la musica hanno un grande potere).
Infine, vi segnalo ancora, tra le mie preferite, Northern lights che, pur semplice, azzecca un ritornello che ogni volta mi fa gonfiare il cuore; e, a sorpresa, End of all days, che ho trascurato all'inizio, per poi scoprire che ti cresce dentro e ha un sapore tragico che mi conquista. Oltre al fatto che Jared Leto che canta I punish you with pleasure/And pleasure you with pain non vi dico che pensieri mi fa venire...

In conclusione, Love Lust Faith + Dreams va ascoltato brano per brano, sforzandosi di dimenticare i dischi precedenti e allo stesso tempo consapevoli che siamo di fronte a un'evoluzione naturale, non a uno stravolgimento; senza pregiudizi, e pronti a consentire alle canzoni più di un ascolto, per arrivare a cogliere le sfumature dell'album, che sono molte. Un disco non facile, che non piacerà a tutti; un disco non riuscito al cento per cento, forse, ma che non è affatto il passo falso che io stessa, per qualche tempo, ho temuto.

Potete ascoltare gratuitamente Love Lust Faith + Dreams a questo link su Spotify.
Lyrics; videoclip ufficiale di Up in the air (versione breve e versione integrale. "Bart Cubbins" ha la mania dei video lunghissimi...)

mercoledì 22 maggio 2013

Quello che vorrei migliorare

Qualche mese fa ho partecipato ad alcuni dei post-riflessione proposti da Daniele sul suo blog Penna Blu, intitolati "Scrivere nel 2013". Oggi riprendo parzialmente uno di quei post, "3 parole per il 2013", che trovate a questo link. In quell'articoletto si parlava di "sintetizzare con tre vocaboli obiettivi, punti deboli da correggere, sfide da superare" per quanto riguarda la scrittura; io avevo scelto concentrazione (stendiamo un velo pietoso), curiosità di sperimentare (e ok, qualcosetta la sto provando) e coraggio (e nemmeno vi immaginate - non lo immaginavo neanch'io, quando ho scelto questa parola - quanto me ne occorra al momento per andare avanti per la mia strada. Ma il traguardo è lì per chi combatte - our dreams aren't made, they're won - questa frase da City of angels dei 30 Seconds To Mars è uno dei miei nuovi motti. I sogni non si fanno, si conquistano. Combattendo.).

Perché questo preambolo? Perché oggi vorrei invece parlare di altri punti deboli su cui vorrei lavorare - o di cui sono consapevole... e vanno bene così. La distinzione è delicata, ma ora cercherò di spiegare cosa intendo.
Ecco qui, comunque, alcuni dei miei personali crucci. Che, in qualche caso, stanno solo nella mia testa; anyway...

- Descrizioni. La parte che mi infastidisce di più quando sono in fase di revisione/riscrittura. In prima stesura scrivo le descrizioni ultra-rapidamente, giusto per fissarle un minimo, perché in realtà sto inseguendo il dialogo o l'azione che voglio buttar giù prima di scordarmi qualcosa, nella "febbre" del momento. Poi, in revisione, sistemo, correggo e rimpolpo le descrizioni, aggiungendo i dettagli, uniformandoli (per esempio, in M. sto continuando a modificare/arricchire la casa del protagonista maschile man mano che mi vengono in mente cose nuove, oggetti che mi servono in una scena, dettagli che riflettono la sua personalità e così via). La mia linea di pensiero è: 'fanculo le descrizioni lunghissime, i blocchi di venti righe per rappresentare il colore del cielo, la mezza pagina su vestiti viso e trucco di questo o quel personaggio. Meglio pochi dettagli vividi e originali che si fissino nella mente del lettore, il quale riempirà poi con calma il resto con la propria immaginazione. Certo, non è facile trovare il dettaglio giusto o quello originale, ma, idealmente, è così che per me dovrebbero funzionare le descrizioni, in generale (poi le eccezioni si possono trovare sempre).
Il problema è che non sono mai sicura di dove stia la linea sottile tra "dettagli essenziali" e "troppo pochi dettagli". Vorrei lavorare su questo e aumentare un pochino lo spazio che normalmente concedo a questa parte dei romanzi, ma senza diventare verbosa. Insomma, vorrei acquisire sicurezza nell'equilibrio che ricerco tra troppo e troppo poco.
Come diceva King, la descrizione comincia nella fantasia dell'autore, ma dovrebbe finire in quella del lettore.

- Documentazione. Quando in un romanzo devo trattare qualcosa che non so, la soluzione qual è? Andare di documentazione. Internet se ho poco tempo, saggi se ne ho in abbondanza, domande a esperti quando è possibile (non vi dico la mezz'ora a parlare con Luca Tarenzi delle possibili ferite che posso infliggere a un personaggio in M. per averlo indebolito ma non stecchito, o di quando ho fatto chiedere allo zio medico di una delle Socie quanto tempo ci va a suicidarsi tagliandosi le vene... la mia cronologia internet sembra quella di una maniaca depressiva).
Il problema è che a volte vorrei essere maniaca come quelli che contano anche i lampioni di una strada, prima di ambientarci una scena, ma non lo sono, è inutile. Per me prevale sempre la storia, quello che mi serve, è verosimile ed efficace nel romanzo che scrivo; e se ciò prevede che io mi inventi una chiesa di Milano che in realtà non esiste, lo faccio senza scrupolo alcuno. Se ho bisogno di un personaggio che sotto l'effetto di droghe si comporti così e cosà, ma non riesco a individuare la droga giusta, o su quella che scelgo non trovo abbastanza... 'fanculo, me ne invento una. Io considero le ambientazioni reali come un canovaccio e voglio essere libera di inventarmi posti, inserire bar dove in realtà non ci sono, se mi gira,e modificare i luoghi reali senza vincoli. E non scrivo saggi storici: posto che non metterei un orologio al polso di un antico romanzo, voglio che la mia scena ambientata nel Seicento sia convincente, non vera.
Chiamatela pigrizia, ok, ma io voglio prima di tutto essere libera di costruire una bella storia nel modo più coinvolgente possibile con i personaggi più "vivi" possibile. Il resto viene dopo. E se per non offendervi devo scrivere un disclaimer per difendere le mie scelte, d'accordo. Ciò non toglie che ammiri moltissimo le persone come Socia Vale, che invece è precisa e tecnica in tutto quello che riguarda setting e documentazione delle sue storie. Ma io, sorry, non sono così, e nemmeno mi interessa più di tanto esserlo.
Come dice Christopher Moore nella postfazione di Un lavoro sporco (parafraso a memoria, non ho il libro sotto mano ora), leggete di mostri e vampiri e soprannaturale e vi preoccupate che i nomi delle vie siano precisi?

- Programmazione e scaletta. Come già detto, sono decisamente una NOP, No-Outline Person, una "giardiniera"... Insomma, una volta che ho incipit e idea per il finale, il resto è un "sì, potrebbero succedere queste due cose in mezzo, e magari anche questa... vediamo come arrivarci". Insomma, zaino in spalla e seguiamo i personaggi, perché sono loro, con le loro reazioni, decisioni, paure e desideri, a formare la narrazione, a "far capitare" (o "farsi capitare") gli eventi. Le uniche scalette che faccio davvero sono quelle che mi servono quando ho due o più personaggi che agiscono indipendentemente l'uno dagli altri e ho bisogno di capire in quali giorni accade cosa, e quando le loro storyline si riuniranno, altrimenti non uscirei viva da certi romanzi. Perché ho la mania di avere tanti personaggi, le cui azioni si devono incastrare bene.
Questo è un caso in cui vorrei davvero essere capace di fare la brava "architetta" e programmare tutto con cura... ma non sono capace. Tante idee mi vengono in mezzo alla stesura, tante volte le scene prendono pieghe inaspettate o mi offrono spunti che non avevo previsto, a volte mi saltano fuori addirittura nuovi personaggi dal nulla. Ecco perché poi devo rivedere tutto, ordinarlo, tagliare e aggiungere per plurime stesure.

- Grafica. Questo non c'entra in sé con la scrittura, ma potrebbe essere un corollario importante... se, naturalmente, io possedessi un minimo di talento grafico. Invece non solo non so disegnare, non solo non so photoshoppare, ma nemmeno avrei il gusto per farlo. Se mi chiedono "che copertina vorresti per il tuo libro?" il massimo cui arrivo è "Boh, mi piacciono le scritte argento sul nero". Sono del tutto nelle mani di chi quel mestiere lo fa davvero. E invece adorerei essere capace di illustrare, di disegnare i ritratti dei miei personaggi, di farne dei fumetti. Mi dicono che si può sempre imparare, ma se aggiungo anche quello alle cose da fare posso rinunciare alle già scarse ore di sonno che ho.

martedì 21 maggio 2013

Salone del Libro 2013 - live fast & enjoy your time

Un Salone del Libro abbastanza pazzesco, per me. Con molte novità, molte esperienze, molte conoscenze, molti amici, vecchi e nuovi. I libri sono quasi passati in secondo piano, in effetti: perché, come già scrivevo qualche giorno fa, ormai i miei acquisti sono per lo più su Amazon. Qualcosina l'ho preso: L'incanto di cenere, visto che lo volevo autografato dall'autrice, Laura MacLem, che sapevo avrei incontrato al Lingotto; L'età sottile di Francesco Dimitri, per il quale nutro grandi aspettative; e ho finalmente recuperato la mia copia di In territorio nemico, visto che non avevo potuto averla alla presentazione di Milano che vi ho raccontato.
Questo Salone è stato di passaggio. Una transizione, tra una vecchia me e una nuova me, a studiare la situazione, incontrare persone, immaginare, osservare. Non posso raccontare tutto - che poi mi legge chi mi conosce ;-PPP e preferisco restare invisibile ancora un po'... abbiate pazienza - ma qualche impressione eccola:

- ho dormito in un Bed & Breakfast genialmente pescato da Luca Tarenzi su internet, un posticino tranquillo e lontano dal casino della grande città, ma a pochi minuti d'auto dal Lingotto; un Bed & Breakfast dove non ho fatto mai la breakfast, me dormigliona reduce da notti brave - che un po' mi ha ricordato i B&B scozzesi, con la famigliola che ti ospita. E c'era un gattone cicciosissimo, morbidissimo e coccolosissimo, Ugo, che si è intrufolato pure in camera a prendersi tutte le carezze che è riuscito prima che di venire riportato in corridoio. Le fusa di gatto!... *___*

Foto: Diventa Fan!- ho incontrato finalmente amiche e amici che aspettavo di conoscere di persona per la prima volta, o di vedere di nuovo, dopo tante chiacchiere via internet - non c'è bisogno che vi nomini, lo sapete...

- ho fatto follie. Mi ci sto specializzando, negli ultimi mesi. Devo un po' venire a patti con me stessa, in realtà, guardarmi e vedermi diversa, ma più ne capitano, di follie così, meglio è.


Gioco di sguardi con Linda Rando ^___^
- ho conosciuto una girandola di persone che mi ha fatto piacere incontrare fuori dallo schermo del pc: in ordine sparso, Chiara Codecà, Davide Morosinotto, Luca Azzolini, Luca Volpino (ma quanti accidenti di Luca conosco? Quattro solo presenti al Salone!) e una bella fetta di Writer's Dream, Linda Rando su tutti. Ho visto e rivisto compagni di mesi faticosi, compaesani di un tempo, amiche autrici.


- ho avuto un'illuminazione: Edoardo di Asengard (auguri auguri auguri per quello che sa lui!) assomiglia terribilmente a Simon Pegg in Shaun of the Dead. Sabato avrei avuto la tentazione di rompergli una penna con inchiostro rosso nel taschino della camicia. Ma non l'ho fatto, quindi spero non si offenda. Il paragone è inteso come un complimento!

Non solo libri: kemò-vad
- In mezzo al Salone, vicino allo stand Keltia, dimostrazione di kemò-vad  - emozionante... - e finalmente ho conosciuto anche Rosalba Nattero dei LabGraal.




- Finalmente ho conosciuto anche l'altro "capo SIC", Vanni Santoni, dopo aver conosciuto Gregorio Magini a una delle presentazioni milanesi di In territorio nemico. La cosa buffa è che mi ha riconosciuto proprio Vanni che non mi aveva mai visto dal vivo, mentre io ero in attesa al guardaroba di una festa e non li avevo ancora visti. Bello chiacchierare faccia a faccia, finalmente, e sentire il loro accento toscano ;-) anziché leggere solo mail.

- Sentirsi un'imbucata alla festa di cui sopra, anche se "il tuo nome è in lista" e nessuno ti può cacciare. Il trucco è trovare qualcuno che conosci e aggirarti con lui scherzando su quanto si è fuori posto in mezzo a gente in giacca e cravatta e vestiti eleganti e persone che riconosci e neanche credevi fossero "veri". Anche il vino rosso aiuta, devo dire. Grazie Greg, ottima idea ^___^ E tira fuori orgogliosamente l'accento toscano!...

- Poi correre sotto la pioggia - tanta, tanta pioggia - a un'altra cena, quella del Writer's Dream - mezza imbucata pure lì: ho l'account nel forum ma lo uso pochissimo, più che altro per lurkare -, ma tramite conoscenze, come sopra, vecchie e nuove ci son finita anch'io. Con molto piacere, aggiungerei ^^

Tra i padiglioni, anche jedi e soldati ribelli.
- ho capito che ogni volta che io e Luca Tarenzi ci consigliamo dei libri, questi sono fuori catalogo e introvabili (World War Z di Max Brooks e Le città senza tempo di B. Akunin da me, Il ritorno del dio Coyote di Christopher Moore e La bara di Richard Laymon da lui). Questo dovrebbe far riflettere... Sigh & sgrunt.

- Cappuccino e muffin in autogrill al rientro. E tante, tante parole, tanti, tanti momenti meravigliosi. Un Salone che è passato troppo in fretta. Un week end, soprattutto, che è passato troppo in fretta.

In men che non si dica arriveranno altre avventure...

Foto dal Salone.

On air:
30 Seconds To Mars, City of angels


All my life I was never there 
I'm just a ghost running scared 
Here our dreams aren't made, 
They're won 

Lost in the city of angels 
Down in the comfort of strangers 
I found myself in the fire burnt hills 
In the land of a billion lights 

Bought my fate, straight from hell 
A second sight has paid off well...

lunedì 20 maggio 2013

Le canzoni della mia vita #3: Three Days Grace - Life starts now

In attesa del gigapost sul Salone del Libro - lo avrei scritto subito, ma vorrei prima vedere se riesco a recuperare alcune foto che mi sono state fatte da altre persone - cambio un po' argomento, considerato che al Salone stesso ho dedicato gli ultimi due post.
Oggi vi propongo una canzone che è diventata significativa, per me, appena l'ho sentita e ho visto il testo. Nei post precedenti, tra quelli dedicati ai brani più importanti, quelli che hanno in qualche modo segnato la mia vita o comunque sono inestricabilmente legate a un periodo o un avvenimento del mio passato, ero risalita nel tempo fino alle origini della mia passione per il metal nelle sue varie forme e vi avevo citato The Bard's song (in the forest) dei Blind Guardian (genuflessione) e Alma Mater dei Moonspell (sguardo ammirato da fangirl). Questa volta, invece faccio un salto in epoca molto più recente: un anno, un anno e mezzo, quando trovai sulla bacheca Facebook di uno dei miei contatti Life starts now, la canzone che ha dato origine al mio amore per i Three Days Grace in generale e Adam Gontier (occhioni a stellina) in particolare. Che poi, proprio pochi mesi fa, Gontier e la band si siano separati, e nemmeno in modo molto amichevole, non cambia la faccenda.

Perché Life starts now? Già il titolo può farvi intuire l'argomento. Per me, questa canzone ha rappresentato una voce d'incoraggiamento, una mano tesa per rialzarmi mentre stavo ancora scavando tra le macerie per rimettere insieme una vita. Oggi posso dire che molto, moltissimo è migliorato per me - lo ripeterò sempre: nonostante casini, sofferenze, battaglie, sono fortunata -, ma Life starts now resta uno di quei brani che ancora oggi ho bisogno di riascoltare, a volte. Rappresenta ciò che sto ottenendo e ciò per cui continuo a lottare, le ceneri da cui risorgere e quello che... dovrei cercare di fare e ancora mi rifiuto. Rappresenta speranza, comunque.
La dedico a due Luca, "Loki" Colarelli che me l'ha fatta scoprire e mi ascolta sempre e Tarenzi che spesso mi dice più o meno le stesse cose; e la dedico a tutte quelle amiche che, allo stesso modo, mi tendono la mano quando serve.

You say you feel so down,
Every time I turn around
You say you should've been gone by now,
You think that everything's wrong, 
Ask me how to carry on, 
We'll make it through another day 
Just hold on 

Cause life starts now, 
You've done all the things 
That could kill you somehow 
And you're so far down 
But you will survive this 
Somehow because 
Life starts now 

I hate to see you fall down, 
I'll pick you up off the ground, 
I've watched the weight of your world come down 
And now it's your chance 
To move on, change the way you've lived for so long, 
Find the strength you've had inside all along 

Cause life starts now, 
You've done all the things 
That could kill you somehow 
And you're so far down 
But you will survive this 
Somehow because 
Life starts now 

All this pain 
Take this life and make it yours, 
All this hate 
Take your heart and let it love again, 
You will survive this somehow 
Life starts now, 
You've done all the things 
That could kill you somehow 
And you're so far down
Life starts now



venerdì 17 maggio 2013

LabGraal - Native ed eventi al Salone del Libro di Torino

Un sacco di musica, questa settimana, e un sacco di libri ed eventi. Con questo post vi parlo di entrambi: per segnalarvi non solo Native, il nuovissimo album degli storici LabGraal, ma anche un paio di presentazioni che vedono alcuni dei loro membri coinvolti al Salone di Torino. Due eventi a cui non potrò partecipare mannaggialamiseriamaledettiorari, ma che comunque vi riporto, nel caso voi siate in giro per il Lingotto in quei momenti:

- Il giardino dei giunchi. Nel sogno dell'antico Eden sulla soglia del vuoto. Presentazione del volume di Giancarlo Barbadoro, venerdì 17, ore 21, organizzata da Keltia Editrice, Sala Avorio;

- La mitica città di rama. Radici dell'Europa celtica nel Piemonte megalitico. Presentazione del colume di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, sabato 18, ore 20, organizzata sempre da Keltia Editrice, ancora nella Sala Avorio.

Io, come detto, sarò in giro per il Salone il sabato, ma per le otto di sera dovrò già essere altrove; spero comunque di incontrare i LabGraal durante il pomeriggio, anche perché non sono ancora riuscita a vederli suonare, né ho potuto conoscerli di persona, salvo per quanto riguarda uno di loro, ovvero Luca Colarelli (chitarra, backing vocals, bagpipes). Grazie a lui ho avuto il cd cui vi ho accennato prima, Native, uscito da poche settimane dopo una lunga gestazione che, almeno per una piccola parte, ho seguito a distanza nell'ultimo anno (cliccate sul link per saperne di più e ritrovare l'immagine che ho inserito qui sotto).
Di Native trovate un paio di canzoni nella mia playlist del momento, grazie a Spotify. Potrete così avere un assaggio della particolare fusione tra antico e moderno, rock e tradizione celtiche, proposta dalla band. Quello che mi piace di Native, infatti, è l'energia che si sprigiona da ogni brano, che ravviva le sonorità celtiche e le rende attuali. Signora del disco è assolutamente Rosalba Nattero, con la sua voce piena e vibrante, anche se, per il mio gusto, trovo che i passaggi migliori siano quelli dei duetti con Luca Colarelli. Here and now e Matty Groves i miei brani preferiti, Loch Lomond quello da magone (non riesco più ad ascoltarlo senza che il cervello mi parta in loop: Scozia, Scozia, Scozia!...), Witch dance quello più paganeggiante. Tra canzoni originali e arrangiamenti di brani tradizionali, io vi consiglio senz'altro un ascolto. Ed evviva internet, che mi ha permesso di scoprire questa band e, soprattutto, la passione e la profondità delle persone che ne fanno parte.


giovedì 16 maggio 2013

Salone del Libro di Torino - 16/20 maggio

Come ogni anno, da così tanti anni che nemmeno mi ricordo quando sia stata la mia "prima volta", andrò al Salone del Libro di Torino. Per la precisione, quest'anno sarò in zona per più di un giorno e conto di vedere anche qualcosina della città, non solo il Lingotto dove si svolge l'evento; ma, per chiunque bazzicherà il Salone, mi troverete in giro di sicuro il sabato pomeriggio.

Una volta, la fiera era l'occasione per girare a occhi spalancati, scoprire una tonnellata di editori e libri che in libreria non avrei mai trovato, quando ancora internet non esisteva (ebbene sì. C'è stato un tempo in cui blog, mail, chat e quant'altro erano termini mai sentiti o con un significato del tutto diverso. La prima volta che mi sono collegata a un sito facevo ancora il liceo...) Ora, i miei acquisti al Salone sono molto più limitati, come anche quelli in libreria, poiché Amazon (o in casi più rari Play.com o Ebay) mi mandano direttamente a casa, a prezzo inferiore, tutti i libri (e non solo) che desidero (be', almeno potenzialmente. Non basterebbe il bilancio di un piccolo Stato a prendere tutti i libri che vorrei).

Salone Internazionale del Libro di Torino

Ora, l'immenso "mercato" che è il Salone è per me più un'occasione di incontrare persone, salutare amici conosciuti durante l'anno, spesso, anche se non solo, proprio tramite la Rete, incontrare colleghi autori, editor & editori. Quest'anno, in particolare, ho una ricca agenda di impegni/incontri - e come al solito, all'ultimo momento metà salterà, un'altra metà verrà fuori del tutto imprevista). Se ci capitate, io sarò a Torino dal venerdì, ma credo che girerò tra gli stand solo il pomeriggio del sabato e schizzerò via per un impegno altrove prima delle otto (tante tante cose bollono in pentola). Sarò quella coi capelli lunghissimi, in mezzo a capelloni; quella in nero, in mezzo a gente vestita strana. Se mi vedete, fate come ha fatto un paio d'anni fa Ale (che lo racconta qui): fermatemi e salutatemi, che chiacchieriamo. Prometto di fare lo stesso, quando incrocerò amici, scribacchini, blogger, colleghi e così via; con la necessaria premessa che, causa congenita distrazione cronica e sindrome da sovraeccitazione libraria ("Uh, guarda quello stand! Ohddea devo prendere quel libro là!"), la stessa che m'impedisce di girare il Salone in modo ordinato senza perdermi, potrei tranquillamente non vedervi, se non venite a sbattermi contro. Mi scuso in anticipo, non lo faccio apposta: sono proprio stordita così.

Perciò, ecco il motivo per cui nel week end latiterò on line - ma recupererò con la prossima settimana, e in ogni caso ho già programmato qualche post che comparirà qui anche se non avrò internet; approverò al più presto possibile gli eventuali commenti lasciati in mia assenza (sorry, odio la moderazione, ma il frequente spam e saltuari troll mi costringono ad approvare i commenti prima di permettere che compaiano). Se siete in zona, o se ne avete la possibilità, un salto al Salone vi consiglio di farlo comunque; io vi racconterò come sarà andata lunedì o martedì. Ma in ogni caso e naturalmente:

mercoledì 15 maggio 2013

Amorphis - Circle

Il nuovo album degli Amorphis, Circle, è ormai fuori da qualche settimana e nell'ultimo periodo ho avuto modo di ascoltarlo più volte. in effetti, avrei anche dovuto segnalarvelo settimane fa, poi tra impegni, tra nononhovogliaadessononmiva e altri post che acquisivano diritto di precedenza, ho rimandato fino a oggi.

Che poi, in effetti: cosa ci sarà mai da dire di un nuovo album degli Amorphis? Si può ripetere che, nonostante alcuni fan della prima ora, ovvero del periodo più death, li abbiano abbandonati nel corso degli anni, i finlandesi hanno indubbiamente percorso un cammino di successo, e stiano vivendo una seconda giovinezza, nonché il loro periodo d'oro, da quando è iniziata l'era Tomi Joutsen (applausi). Si può altresì dire: Circle è un disco degli Amorphis, di questi Amorphis, perciò, se avete sentito anche solo uno dei precedenti dischi con Tomi Joutsen (applausi) alla voce (Epic, Silent waters, Skyforger e The beginning of times) sapete benissimo cosa aspettarvi.
Il che potrebbe anche essere un problema.

Sì, perché se Circle ha un problema è che non sorprende. Mai. Nemmeno per sbaglio. Nemmeno se ci si tappa le orecchie e poi le si stappa di colpo. Nemmeno se lo dai in testa a uno facendo "bubusettete!", per dire. Perciò, capisco chi lo ascolta e sbadiglia dicendo "ok, i soliti Amorphis".
Detto questo, però, se i soliti Amorphis vi piacciono, non avrete altre lamentele da fare. C'è la voce di Tomi Joutsen (ho detto applausi!) che disegna linee vocali limpide, calde, ritornelli che ti si piantano in testa senza mai essere "pop", un po' di parti growl, insomma, tutto il repertorio. Ci sono le chitarre melodiose - sì, un filino più tostarelle, magari, qua e là, e sì, non manca qualche riflesso un po' più death del solito, in fondo il produttore è Peter "sì sono un alieno perché non si vede dalle occhiaie disumane?" Tagtgren... ma non è che il suo tocco basti a far gridare alla rivoluzione nel sound, anzi. Ci sono le parti più rocciose. Ci sono le tastiere. C'è il flavour epico-malinconico (anche se questa volta il concept non è ispirato al Kalevala).
E ci sono dei gran pezzi, eccheccavolo. Va detto. Mission è favolosa. La prima canzone pubblicata on line, Hopeless days, era semplice ed efficace, una summa di Amorphicità; la seconda, Shades of gray, nonostante il famigerato titolo (nuuuooo!) apre il disco con un buon tiro e richiami death: bel lavoro di cattiveria di Tomi Joutsen (lo amo, perciò APPLAUSI!), che subito dopo inanella però uno dei soliti ritornelli per cui lo prenderesti a schiaffi da quant'è maledettamente accattivante.Bella, bella anche Into the abyss (riferimento agli Abyss Studios del buon Peter "ve l'ho dettooo sono un alieno" Tagtgren?), magnetica e particolare; Enchanted by the moon pure ha un'epicità disarmante; e A new day (che non trovo da linkarvi) chiude il disco con la giusta maestosità di un ritornello che è come un tuffo per slanciarsi tra le nubi.
Potrei citarvele tutte, in realtà, queste canzoni sempre bilanciate, sempre ricche di sfumature. Il disco è bello, punto e basta. Solo che, come detto, forse la formula è talmente collaudata che i dischi della nuova Amorphis-era finiscono per amalgamarsi tutti insieme. Un delizioso amalgama, però. Decidete voi se farvene conquistare.
Io sarò in prima fila al prossimo concerto in Italia, punto e basta.

martedì 14 maggio 2013

Serie tv: Once Upon A Time - season 2 - finale

(Warning: naturalmente, spoiler come se non ci fosse un domani.)

Ma porca di quella miseria.
Lo so, lo so. Il concetto stesso di "ultimo episodio della stagione" sta per "lasciamo tutti i personaggi in sospeso così DOVRETE guardare l'inizio della stagione successiva". E a differenza di quell'opera buffa che è The Walking Dead, Once Upon A Time, pur con alti e bassi e qualche contorsione di troppo (già era complessa in partenza, figuriamoci quando si aumentano i personaggi per inventarsi qualcosa di nuovo), non ha mai veramente deluso. Non si guarda questa serie tifando contro i personaggi, insomma, a differenza, appunto, di TWD che ti fa solo sperare nel trionfo degli zombie. Anzi: con poche eccezioni, in Once Upon A Time è complicato trovare personaggi da detestare. E anche quando pensi di avercela fatta (chi ha detto "quello gnokko di Hook" che ha osato sparare a Belle e farle perdere la memoria?), saltano fuori lati imprevisti, cambi di prospettiva, nuovi flashback che illuminano aspetti inediti dei suddetti personaggi.
Come Hook, appunto, che si è fatto odiare, ha tradito e ritradito, e all'ultima puntata riesce a mostrare il suo lato umano (be', d'altronde la sua sete di vendetta deriva dalla perdita della donna che amava, mica dal capriccio) e una possibilità di redenzione, tornando sui suoi passi per fare la cosa giusta. Come Regina, che dopo averla menata un po' troppo, a mio parere, col tira-e-molla "buona o cattiva", si sacrifica per gli altri... o meglio, è pronta a farlo, ma l'intervento di Emma (che fa un po' da deus ex machina, ormai, con 'sta faccenda dell'avere poteri magici "perché sì"... ovvero perché lo dice la profezia) salva lei e, nel più classico "l'unione fa la forza", l'aiuta a disinnescare la pietra magica che avrebbe presto distrutto Storybrook e ucciso tutti coloro nati nel paese delle fiabe. Ordigno attivato dai due nuovi cattivi, Tamara & complice, che prima avevano una motivazione, poi ne è saltata fuori un'altra, adesso ne è arrivata un'altra ancora... argh! Quando sapremo tutto? Ah, già. In autunno...

Per concludere, qualcosina che non mi è piaciuto e qualcosa che invece è stato da sbavo. Non ho apprezzato la fretta con cui tutti hanno dato Neal/Baelfire per morto, che puzza troppo di comodità per gli sceneggiatori: veniale, per carità, ma sono quelle cadute di stile che rendono un po' più opaco lo "smalto" della serie. Così come è frettoloso l'annullamento dell'incantesimo che sta per distruggere la città.
In compenso, come dice Socia Vale, il "dream team" che alla fine parte per salvare Henry rapito promette benissimo! Però, mannaggia a Rumple che lascia indietro Belle, uffa. Proprio lei deve stare in città e attivare l'incantesimo protettivo? Ma quand'è che quei due potranno avere un po' di pace?... Sigh sigh. Domanda retorica da fangirl, I know. Il loro ritrovarsi - finalmente! - con Belle che riacquista la memoria è terribilmente aaaw, e il loro bacio d'addio pure. Non resta che aggrapparsi alla speranza come Belle stessa fa.

Ma, soprattutto, è da sbavo la versione inquietantissima dei Bimbi Sperduti e di Peter Pan - il quale, in realtà, non si è ancora visto: abbiamo solo apprezzato la sua ombra, una puntata fa. Si tratta di una storia cui sono estremamente affezionata, quella di James Matthew Barrie; ma la rielaborazione di OUAT, per quanto infedele, promette talmente bene e si richiama così a fondo a quel lato oscuro, caotico, che è presente anche nell'originale, che non posso non pregustare ciò che verrà. E che Peter Pan possa essere il cattivo della prossima stagione... be', ragazzi: pare proprio che ne vedremo delle belle.

Alla faccia del bambino sperduto...

lunedì 13 maggio 2013

Cover a confronto: Everything counts - Depeche Mode & In Flames

Canzone storica, oggi: Everything counts dei Depeche Mode, per me inesorabilmente associati ad atmosfere malinconiche, dark, tra rock, elettronica, alternative (e tutta una serie infinita di definizioni che non riporto, perché, cheppalle, che bisogno c'è di etichettare sempre tutto?) Un gruppo che chiunque prima o poi coverizza, perciò potrebbero fornire materiale a questa rubrichetta per infinito tempo (e magari lo faranno anche).
Dovendo scegliere una canzone sola, oggi propendo, come detto, per questa Everything counts, anno 1983 (cioè, mi rendo conto ora, è quasi mia coetanea. La cover che propongo in questo periodo rientra nella mia playlist, per svariati motivi, non ultimo il fatto che da qualche mese ho un buon rapporto con gli svedesi In Flames, i quali l'hanno registrata nel 1997, in Whoracle.
Ecco qui le due canzoni: giudizio? In questo caso, a me piacciono entrambe. Sento forse più affinità con le sonorità Swedish, ma, a seconda dell'umore, ascolto l'una o l'altra.
Potete sentire originale e cover qui sotto o cliccando sui link.


sabato 11 maggio 2013

Di serie tv e CattoPaesi

Della notizia che in questi giorni sta facendo il giro della Rete, ovvero la protesta di un'associazione di cattogenitori contro l'"oscenità" della serie tv Game of Thrones, vorrei evitare di parlare. Mi sono detta trattieniti. In fondo, non ho mai guardato la serie - progetto di recuperarla, così come diverse altre che ho in lista.
Solo che qui non sono i contenuti il vero problema, ma il concetto stesso di "censura" di un prodotto culturale perché offende non si sa chi. Forse perché fantasy (un'ipotesi che solo a pensarla mi fa montare una rabbia di proporzioni apocalittiche), forse solo perché di successo, forse perché il vento ha soffiato nel verso sbagliato, fatto sta che il semplice fatto che in Italia scoppino polemiche del genere mi indigna nel profondo. In realtà, anche apprendere che GoT va in onda in orari notturni in versione integrale, ma tagliuzzato in prima serata, mi indigna, perché personalmente, piuttosto che guardare un film semicensurato, non lo guardo: ecco perché ho detto basta alla televisione e ormai reperisco tutto su internet o tramite dvd.
Perciò, vergogna. Il prossimo passo sarà tornare a censure di stampo controriformista, con i capolavori della letteratura "purgati" o riscritti in chiave cattolica e il divieto di mostrare in fascia protetta qualsiasi cosa che non sia targato Disney o abbia contenuto approvato dal Papa? Troppo difficile pensare che gli adulti abbiano tutto il diritto di guardare quel che cavolo pare a loro, e che se i bambini vengono mollati di fronte alla tv senza controllo, il problema non è in quello che passa sullo schermo? O che, se un adolescente è abbastanza grande da essere lasciato a casa da solo, allora è anche abbastanza grande da guardare GoT?
In questo momento sono così inviperita che potrei nuclearizzare i geni che saltano fuori con queste proteste allucinanti.

Il che si collega con la segnalazione che avevo in mente di farvi questa settimana: Vicious, una serie tv inglese nuovissima, che ho scoperto grazie a Luca Tarenzi chiacchierando dopo la gita al Monumentale. Per ora trovate in line solo i primi due episodi, da guardare sottotitolati per godervi tutta l'interpretazione dei due protagonisti, ovvero Sir Ian McKellen - sì, Gandalf & Magneto - e Derek Jacobi. I quali interpretano Freddie e Stuart, una coppia gay che vive insieme da ben 48 anni (ma Stuart non ha mai rivelato all'anziana madre perché. "I'm waiting for the right time"). Accanto a loro anziani amici, come Violet (Frances de la Tour), e il giovane e aitante Ash (Iwan Rheon), nuovo vicino, che si ritrova stordito di fronte alle avances tanto di Violet quanto di Freddie.
Che altro dirvi? Si ride. Tanto. Grazie a dialoghi feroci, all'umorismo tutto inglese, alle interpretazioni di McKellen e Jacobi, straordinari con ogni sguardo e ogni frecciata velenosissima. Le trame sono esili, ma in fondo servono giusto come traccia per permettere agli attori e ai dialoghi fulminanti di colpire nel segno.
Vedremo questa serie in Italia? Dunque... attori anziani, nessuna gnocca seminuda, una coppia gay che, addirittura, alla fine del secondo episodio osa scambiarsi un bacetto sulle labbra (casomai non si capisse, sono ironica).
Spero tanto di sbagliarmi, ma dubito che potremo mai godercela nel nostro Paese cattolico, ignorante e omofobo. Un Paese che spesso, all'umorismo raffinato e intelligente, preferisce le battutacce triviali da cinepanettone.
Pessimismo & fastidio.

Ecco comunque lo spot su Youtube.


giovedì 9 maggio 2013

Less is more (tra stesure, editing e revisioni)

Un libro ben riuscito non è fatto di quello che c'è dentro, ma di quello che è stato lasciato fuori
Mark Twain

Qualche giorno fa ho pescato su Twitter la citazione in apertura. Pensavo che l'avrei usata per un generico post sull'importanza di eliminare il superfluo nei romanzi (su cosa sia questo "superfluo" tornerò tra poco - lo specifico prima che qualcuno mi salti alla gola), e invece si adatta alla perfezione a un esempio pratico che mi tocca molto da vicino. Perché tocca M., il romanzo cui sto lavorando al momento.

Ultimamente mi è capitato spesso di leggere testi di esordienti, o aspiranti tali, che avrebbero potuto essere senza remore sforbiciati di almeno un terzo, eliminando le scene dove, letteralmente, "non succede nulla", o dove il personaggio X ripete quello che anche Y e magari pure Z hanno già detto. Certo, non tutte le scene devono contenere omicidi ed esplosioni, e certo, esistono anche le scene il cui scopo principale è caratterizzare un personaggio, o creare un'atmosfera... Ma ecco: se anche, per esempio, volete far conoscere il protagonista nel suo "mondo ordinario", ovvero calato nella sua quotidianità, per mostrare com'è prima che gli capitino fra capo e collo le mille disgrazie e le infinite avventure che avete in serbo per lui... non è necessario dedicare dieci pagine alla sua routine casa-colazione al bar - ufficio - di nuovo casa. E poi un altro paio per descrivere tutti i dvd che ha sugli scaffali o come abbia frequentato nuoto per dieci anni raccontando per filo e per segno tutte le sue gare. A meno che questi siano dati utili in seguito, ma, anche in questo caso, cercate di inserirli all'interno di scene interessanti, vivide, che abbiano del conflitto, della tensione.
Il criterio che uso io è: è una scena indispensabile? Se non è indispensabile, è almeno utile? Se non "serve" a portare avanti la trama, a caratterizzare il personaggio, a dare informazioni essenziali e così via, può essere tagliata. Se resta, però, oltre che utile dev'essere anche interessante, ovvero deve tenere il lettore avvinto ed essere ben scritta. Ahimè, prendo con le molle il criterio del gusto personale: come tutti gli scrittori, credo, anch'io mi affeziono a certe scene o dettagli o dialoghi, ma il fatto che piacciano a me non significa che non meritino di essere tagliati senza pietà, se sono superflui. Chiaro che in un racconto è indispensabile badare all'essenziale, in un romanzo ci si può permettere qualche eccezione in più. Ma sempre con misura.
In genere, per quanto mi riguarda considero migliori le scene che assolvono a più di uno scopo (ebbene sì, questo è un consiglio da manuali) perché limitano i rischi: per esempio, se oltre a scrivere un dialogo per trasmettere alcune informazioni al lettore utilizzo le parole dei personaggi per rappresentare un conflitto o portare avanti la trama, è meno facile che il dialogo suoni come infodump allo stato brado (il tipico "Come sai, mia adorata moglie da vent'anni, nostra figlia, che ha gli occhi verdi..." ecc ecc). Se non in fase di prima stesura - quando l'importante è arrivare alla fine, punto e basta -, di sicuro rileggendo e lavorando alle millemila revisioni necessarie per avere il testo finito cerco di stare attenta a cogliere cosa posso tagliare e cosa invece va aggiunto o espanso per delineare meglio ciò che posso aver buttato giù troppo in fretta nella "febbre" (nonché incertezza da "mo' scopriamo che capita" tipica mia, dato che le mie scalette preliminari hanno più buchi di una rete da pesca) da first draft.


Ciò che va tagliato e ciò che va meglio spiegato sono due aspetti cui dovrò fare particolare attenzione nelle prossime settimane, dedicate a un editing particolarmente importantestressantecomplesso che sarà il centro della mia attenzione nel prossimo periodo, e su cui - sorry - manterrò il riserbo sia perché è un lavoro per me delicato e fondamentale, sia perché riguarda un progetto di cui vi parlerò solo, presumo, in giugno o luglio. Insomma, ho bisogno di stare nel bozzolo, lavorare, sudare, smadonnare, stressarmi e stressare: perché voglio che esca fuori un libro fottutamente bello. Punto e basta. Perciò sia in fase di modifiche, aggiustamenti, spostamenti strutturali, sia poi quando dovrò concentrarmi sulla lingua, voglio che venga fuori il massimo di ciò che posso dare. Con tutti i travagli che hanno preceduto questa fase, con tutto quello che ancora deve venire, voglio esserne orgogliosa.

All'inizio del post, tuttavia, vi ho accennato a come il discorso sul superfluo tocchi da vicino M., il romanzo nuovo cui mi sto dedicando al momento. Sapete da qui che la stesura va a singhiozzi, con accelerate e frenate continue. Orbene, complici due fatti, sono improvvisamente in vista della fine.
Partiamo dal secondo evento (sì, in perfetto disordine temporale): l'editing di cui sopra. Che mi richiede concentrazione impegno riflessione e bla bla bla. E di lavorare su file, naturalmente. Io però mi ritrovo spesso in giro, armata solo di notes e lettore ebook. Normalmente leggo, e butto su notes gli appunti indispensabili per fissare le idee che a volte mi vengono mentre vagolo distratta ascoltando musica sull'iPod. Questa settimana, invece, per pura e semplice reazione alla prospettiva di dover dedicare il mio tempo all'editing, la mia voglia di scrivere M. ha preso un picco. E così in pochi giorni ho buttato giù pagine e pagine - a mano, perciò da ricopiare su pc risistemando tutto - e sono alla GigaScena finale (GigaScena perché, solitamente, conduco al finale tutti i fili ancora da riannodare nel tessuto della trama, ho diversi personaggi in scena, e un enorme conflitto da risolvere, perciò il mio "finale" può durare in realtà diverse pagine. D'altronde troverei riduttivo concludere un romanzone di 400 pagine con una scenetta di due).
Ma perché sono già al finale? Perché nel week end si è verificato il primo fatto, ovvero: un'illuminazione (pepepepeee! Trombe trionfanti stile JD quando Elliot gli propone di essere compagni di sesso - pepepepeee!) Un'illuminazione comoda, oltre tutto, che ha spazzato via alcuni dei problemi che stavo trovando per concludere il romanzo.
Per semplificare: il mio Protagonista doveva fare una cosa (A), recandosi in un posto. Poi un'altra (B), a casa, quando fosse andata da lui la Co-Protagonista, la quale sarebbe poi tornata nel posto di prima, dove il Protagonista l'avrebbe raggiunta per la GigaScena finale (C) di cui sopra. Chiaro anche così che fosse una faccenda complicata, no? Soprattutto perché tutti questi spostamenti e fatti avrebbero dovuto svolgersi nel giro di poche ore, e con una serie di difficoltà pratiche che da mesi cercavo di risolvere pigliando a testate il muro.
La risposta me l'ha data il prezioso less is more. Non volevo tagliare i tre eventi importanti, A, B e C. Mi piacevano tutti e tre, e inoltre B e C sono indispensabili. Mentre meditavo se sacrificare A ("ok potrei semplificare il passaggio togliendola, non è così fondamentale, ma A ME PIACE!!!"), l'illuminazione: non tagliare, ma condensare. In pratica, posso tranquillamente incastrare A, B e C in un'unica sequenza, nella stessa ambientazione. E così ho risolto le difficoltà pratiche, la necessità di trovare giustificazioni per alcuni comportamenti dei personaggi, ho accelerato il ritmo (eccivoleva, alla fine di uno dei miei solitamente lunghi romanzi), ho spazzato via l'impasse in cui mi sentivo, ho ritrovato slancio.
Se poi aggiungiamo che tra ieri sera e stamattina ho anche risolto un altro problema che mi porto dietro fin dall'inizio della storia - non di trama, stavolta, ma di modalità: "come rappresento questa cosa senza scadere nell'inverosimile/esagerato/ridicolo?" - posso dirvi che mi sento a cavallo. Concluso il finale, resta tutto il lavoro di sistemazione, aggiunte, tagli e modifiche cui accennavo nell'altro post. Ma il dannatissimo first draft sarà portato a termine. Anche se solo su carta, in attesa di traslare tutto su file.

Ma prima, come ho detto: editing.
Fight!

On air:
Leaves' Eyes, Melusine (dalla soundtrack del progetto M.)
Bjork, Alarm call (la mia colonna sonora da "illuminazione!", come vi ho raccontato qui).

mercoledì 8 maggio 2013

Between life & death


Io amo i cimiteri.
Quelli scozzesi, con le lapide storte e i fregi celtici e i gatti che passeggiano tra le tombe, sistemate su collinette spruzzate di erica. Ma anche quelli "nostrani" come il Cimitero Monumentale di Milano, un posto dove ormai sono stata più di una volta, ma che non visitavo da anni quando ci sono tornata ieri pomeriggio insieme a un amico amante dell'arte cimiteriale quanto me - anzi, molto più esperto: Luca Tarenzi. D'altronde, il Cimitero Monumentale ricorre sia nei suoi libri - Le due lune - sia in uno dei miei che... be', abbiate pazienza ancora un po' ;-)

Don't blink!
Un bel giro, dunque, tra tombe di famiglia, statue, nomi noti e sconosciuti, con qualche foto da scattare e gli inevitabili "Quello sembra uno degli Angeli Piangenti di Doctor Who!" (Sì, io seguo la serie da poco e sono solo alla terza stagione - quindi NIENTE SPOILER PLEASE -, ma giusto pochi giorni fa ho visto la prima puntata fra quelle dedicate ai weeping angels). Come si dice, don't blink!

Ieri il cimitero era quasi deserto e abbiamo potuto quindi passeggiare senza fretta e con tutta la tranquillità che si poteva desiderare. Qui vedete giusto una manciata di foto, ma qualcuna in più - mie o courtesy of Luca - le potete trovare a questo link (è una pagina di Facebook, ma pubblica, perciò dovreste poterle visualizzare anche se non siete iscritti). Una delle mie preferite, comunque, è quella che vedete qui sotto: assolutamente magica.
Progetto di girare ancora un bel po' per Milano, comunque. Ci sono molti posti che voglio vedere e molti altri che ho visto e in cui voglio tornare. In parte per via dell'ambientazione della storia cui ho accennato sopra, ma non solo.






Dopo il Cimitero, un altro giro, questa volta in centro, dalle parti del Duomo, all'Ossario di San Bernardino, che invece non conoscevo e dove non ero mai stata prima che mi accompagnasse Luca ieri. Anche in questo luogo si svolge una scena delle Due lune, e devo dire che anche alla piena luce del giorno, la suggestione di questo ambiente raccolto, decorato con ossa e teschi a memento mori, è grande.



Ok, alla fine c'è pure una foto mia ^___^


lunedì 6 maggio 2013

Videoclip: Amanda Palmer - The killing type

Questa volta vi propongo un video piuttosto particolare. Si tratta di The killing type, singolo di Theatre is evil, di Amanda Palmer & The Grand Theft Orchestra. Amanda Palmer è moglie di Neil Gaiman e rivaleggia con lui in quanto a personalità e stile tutto perculiare, come vedrete subito appena farete partire il video. Con un'avvertenza: l'inizio relativamente soft e il bianco dominante non vi ingannino... perché proseguendo le immagini si fanno parecchio più forti e disturbanti. Siete avvisati: a me, cresciuta a pane e horror, il video non crea problemi, ma se siete sensibili alle visioni sanguinose... occhio ;-)
Nonostante apprezzi solo certe canzoni della Palmer - molte sono piuttosto lontane dai miei gusti - questa mi intriga moltissimo (grazie Socissima Ale per avermela fatta scoprire ^___^). I'm not a killing type, ma la prospettiva da cui la Palmer parla d'amore in questa canzone è originale e... well, posso capirla. Tanto che sto meditando se inserire la canzone nella soundtrack di una mia storia.
Ultima particolarità: il disco da cui il brano è tratto è stato finanziato con Kickstarter.

I wouldn't kill to win a war
I don't get what they do it for
It's all so terribly vague
I see the pictures from a thousand years of battle
And I think it's such a bore

I walk New Orleans with a knife
Like Mackie hidden out of sight
But I'd be useless if they jumped
I'm really not the killing type

I'm not the killing type
I'm not the killing type
I'm not, I'm not
I'm not the killing type, I'm not

I've got a picture of your mum
Before the war when she was young
She's got an etching to her right
I think it's funny that she's looking to the left
And it's her son

I wouldn't kill to get you back
And I've officially been asked
I couldn't kill to save a life
I'd rather a die a peaceful piece of shit-bait
Shame-filled coward
Thanks

I'm not the killing type
I'm not the killing type
I'm not, I'm not
I'm not the killing type, I'm not

But I would kill to make you feel
I don't mean kill someone for real
I couldn't do that, it is wrong
But I can say it in a song, a song, a song

And I'm saying it now
I'm saying it so
Even if you never hear this song
Somebody else would know
I'm saying it now
I'm saying it so
Even if you never hear this song
Somebody else will know, know, know, know

I just can't explain how good it feels
I just can't explain how good it feels
I just can't explain how good it feels
I just can't describe

I once stepped on a dying bird
It was a mercy killing
I couldn't sleep for a week
I kept feeling its breaking bones

I heard that if you see a star at night
And the conditions are just right
And you are standing on a cliff
Then you can close your eyes
And make a wish and take a step
And change somebody's life

I'm not the killing type
I'm not the killing type
I'm not, I'm not
I'm not the killing type, I'm not

But I would kill to make you feel
I'd kill to move your face an inch
I see you staring into space
I wanna stick my fist into your mouth
And twist your Arctic heart

Yes, I would kill to make you feel
I don't mean kill someone for real
I couldn't do that, it is wrong
But I can say it in a song, a song, a song

And I'm saying it now
I'm saying it so
Even if you never hear this song
Somebody else would know
I'm saying it now
I'm saying it so
Even if you never hear this song
Somebody else will know, know, know, know

I just can't explain how good it feels
I just can't explain how good it feels
I just can't explain how good it feels
I just can't describe-ibe-ibe-ibe
Die, die, die, die, die, die, die, die
I'm not the killing type

venerdì 3 maggio 2013

Dimmi cosa cerchi e ti dirò WHAT THE FUCK??? - 13

Buongiorno! Sono in ritardo rispetto alla consueta tabella di marcia, ma il post dedicato alle chiavi di ricerca più stupide, buffe e orripilanti arriva anche a maggio.
In realtà aprile ha regalato pochissime soddisfazioni. Ricerche su film, libri, gruppi musicali, niente di particolarmente divertente. Che il livello intellettivo medio dell'internauta si stia alzando? Dovrei gioirne, ma considerato che non sono così ottimista da crederlo davvero, sono solo seccata della mancanza di fantasia dei miei visitatori. Per fortuna i primi giorni di maggio mi hanno già regalato una perla di idiozia che mi risolleva: quale? Lo vedrete fra un mesetto, naturalmente... Ma se il buongiorno si vede dal mattino, confido che questo mese darà soddisfazioni.

Nel frattempo, accontentatevi: a parte i soliti feticismi (ho i capelli lunghissimi, per questo post) e la ricerca di strategie di sopravvivenza (vivere con i ragni in campagna: la resa incondizionata è l'unica soluzione), un misterioso ballare in discoteca (misterioso perché come cacchio c'è arrivato nel mio blog uno che cercava informazioni sulle discoteche???) e un potenzialmente splatter 31 brani della mia vita (sì, lo so, questo magari cercava "brani" nel senso di canzoni, ma a me vengono in mente "brani" nel senso di brandelli. Di carne. Abbiate pazienza, è così che funziona la mia testa), nonché svariate ricerche su In territorio nemico, tutte logiche, salvo una tenera in territorio nemico sono uno scrittore (sì, hai partecipato a un libro, sì, un romanzo vero... povero, mi sa di esordiente affamato di pubblicazione) e un artigianale vecchi attrezzi da gelataio (che pure mi evocano scenari horror... OH NON ROMPETE), il grosso delle ricerche LOL di questo mese viene dalla consueta sessione pornosessuosasboccata.

yuo porn babysitter storie accadute veramente: credici
la mia beby sitter e n vampiro you porn: ... No, non commento. Bebymi ha steso.
scene di vita quotidiana con momenti porno: un consiglio: VIVILI, i momenti porno, a parte cercarli on line... Io faccio così in genere.
furto di viagra storia vera?: virata nel giallo, o parlano di Holy water?
bella addormentata go fuck yourself: questo non ama le principesse Disney. O ce l'ha con quella di Once upon a time?

Alla prossima puntata!