martedì 22 aprile 2014

"Perché scrivi"

Nelle scorse settimane ho risposto in due diverse interviste - non ancora pubblicate, ve le linkerò quando usciranno - alla stessa domanda, due semplici parole: "perché scrivi?"

Quant'è complicata la risposta. In genere un "perché non posso farne a meno" è gettonato, e potrei risolvere la questione con quest'unica riga. Amo leggere fin da quando ho imparato a farlo, neanche ricordo di preciso il momento in cui ho iniziato a inventare storie, ma ero piuttosto piccola. A decidere che questo mestiere era quello che avrei voluto fare per tutta la vita ci ho messo poco di più: ero adolescente, teenager direbbero gli inglesi, e dopo qualche progetto di romanzo mollato dopo poche pagine ho cominciato, evviva, a iniziare e concludere storie. Certo, chiunque scriva sogna di essere Tolkien, o Stephen King, o qualsiasi autorema, a parte questo, il motivo per cui scrivevo e scrivo è un semplice perché mi piace. Mi diverto. Mi emoziono. Fangirleggio per i miei personaggi, li sento vivi, lì sento "davvero là fuori", non solo nella mia testa.

Ho usato però la parola mestiere. Perché sì, scrivo anche per farne il mio lavoro e ho sempre voluto che così fosse. Il che non toglie nulla alla bellezza e all'emozione di scrivere un romanzo, ma non prendiamoci in giro: se scegli il campo di battaglia dell'editoria, allora sai che devi anche fare i conti con il mercato, con gli editori, con gli agenti, con i librai, con la promozione, eccetera (e devi litigarci, ovvio). Il trucco è combattere sul loro terreno cercando il più possibile di restare true to yourself, di scrivere comunque storie che siano tue, che piacciano a te. Se per assurdo volessi scrivere un Cinquantasfumature o un Qualsiasicosavendaoggi (posto che oggi niente vende come una volta) potrei anche provare a farlo - non so con che risultati, ma insomma, scrivere è appunto il mio mestiere. Però no, non lo pubblicherei a mio nome, probabilmente.
Ma anche se scrivo quello che mi piace, urban fantasy con personaggi strani come stanno simpatici a me, scrivo in modo il più possibile professionale. E non ci trovo niente di male.

Parlando di "scrivere storie che siano davvero mie", arriva rapido il corollario alla domanda perché scrivi?, ovvero vuoi lanciare un messaggio?
Sì, sulla testa della gente, usando una fionda.
Scherzo, ovviamente. Trovo però abbastanza seccante che, spesso, nella testa della gente sia ancora così radicata l'idea che LetteVatuVa Piena di Messaggi PVofondi e letteratura di genere ("d'evasione") siano così distinte - e, manco a dirla, una MeVitevole, l'altra "robetta". Posto che la qualità di un libro non dipende dal genere, la prima cosa che mi interessa, quando scrivo, è raccontare una storia. Puro e semplice. Infilarci a forza "grandi temi" perché così ci si può masturbare con l'idea di essere AutoVi VeVi è, a mio parere, uno dei peggiori errori che si possano commettere, considerato che, al 90% dei casi, il romanzo così imbottito di Pensiero Profondo diventerà una sorta di saggio malcelato, a scapito della storia. Ed è molto più difficile scrivere una storia che sia "profonda" e anche avvincente, piuttosto che belle pagine eminentemente impegnate e mortalmente noiose.
Questo non vuol dire che un romanzo debba evitare i temi importanti, i messaggi, le idee. Al contrario, sono la prima a dire che anche i romanzi di genere possano essere profondi tanto quanto i classici più celebrati. Semplicemente, credo che il significato profondo delle storie emerga naturalmente durante la stesura, grazie a ciò che viene narrato, ai personaggi, alle loro reazioni e, infine, alla loro evoluzione. Spesso non me ne rendo conto, all'inizio, ma me ne accorgo man mano che proseguo con la scrittura: più esploro la vicenda, conosco i personaggi e i loro problemi, più capisco cosa voglio dire, quali sono i temi - e le ossessioni, gli incubi, le paure - che sto indagando raccontando quella certa storia anche a me stessa.
Ecco perché, quando mi chiedono "che messaggi contiene il mio libro", posso discuterne, certo, e la risposta varierà a seconda della singola storia; ma, prima ancora, la mia risposta è una: non scrivo per dare risposte, scrivo per pormi domande.


2 commenti:

  1. Ma quando scrivi un romanzo, ad esempio, lo fai pianificando prima i personaggi, la trama, le scene oppure ti fai guidare più dall'istinto del momento?

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    1. Normalmente, inizio un romanzo quando ho già una parte di trama in mente: l'incipit, con l'idea base della storia, la conclusione verso cui tendere e almeno un personaggio che sento già "vivo"; tutta la parte che sta tra inizio e fine la scopro man mano, un poco per volta. Preparo delle scalette, ma parziali, perché tante idee mi vengono - o vengono ai miei personaggi ^_^ - durante la stesura.

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