lunedì 13 luglio 2015

Make is simple - again

Da Pinterest
Si tratta di un argomento che ho affrontato spesso (qui e qui), ma che periodicamente riemerge perché fa parte di quella schiera di vizi sempre uguali che riscontro valutando manoscritti italiani. Tra tutti, questo è tra i primi posti della classifica: l'uso di un linguaggio pretenzioso a sproposito.
A sproposito, perché nel 99% dei casi chi s'impunta a infilare paroloni colti e costruzioni ardite nella propria prosa finisce con il commettere qualche strafalcione lessicale (la capacità di usare un linguaggio colto è, per la mia esperienza, inversamente proporzionale al desiderio di farlo a tutti i costi per distinguersi dalla massa); ma anche senza bisogno di sbagliare il significato delle parole, basta usare il parolone nel punto sbagliato per uccidere l'atmosfera, per lasciare il lettore ad aggrottare la fronte, per costruire una frase faticosa e convoluta, un dialogo inverosimile. Un dramma che affligge sia i manoscritti mainstream sia, per esempio, il fantasy classico alla Tolkien, che ha già tanti problemi di suo... perché, oltre a metterci gli elfi, dobbiamo pure farli parlare come una Galadriel che ha smarrito il dizionario?

C'è differenza, insomma, tra usare un linguaggio povero o piatto e dimostrarsi maestri della lingua italiana, sommi poeti e quant'altro. E non è solo il rischio di fare il passo più lungo della gamba che dovrebbe consigliare saggiamente agli aspiranti autori di usare un linguaggio semplice e chiaro.
Per quella che è la mia esperienza, infatti, il "messaggio" di una storia, l'impressione che lascia al lettore, non è mai qualcosa di infilato a forza e gridato a squarciagola. Intendiamoci, va benissimo voler affrontare temi importanti o sperare di trasmettere al lettore un'idea, un dubbio, una riflessione (personalmente, preferisco porre domande, più che dare risposte, e vedere come se la cavano i personaggi ad affrontarle). Ma se tutto quello che vi spinge a scrivere una storia è il desiderio di parlare di morale, o ingiustizie, o alti ideali... be', state mooolto attenti.

Perché sì, c'è una corrente di pensiero (molto italiana, molto LetteVaVia) secondo la quale sembra che il divertimento e il piacere che trasmettono una storia siano inversamente proporzionali al suo "valore" e alla sua "profondità". La mia modestissima opinione è stigrancazzi. Non è affatto vero. E non c'è nulla di più grigio e frustrante di una storia che, in realtà, è solo una "tesi", un manifesto politico/filosofico/religioso, costruita per exempla anziché attraverso solida caratterizzazione, conflitti, eventi e così via.
Il primo dovere di un narratore, IMHO, è narrare: fidatevi, quello che volete dire, il senso del racconto, emergerà da solo in modo molto più efficace e piacevole da una bella storia che non permetta al lettore di posare il libro, piuttosto che da un romanzo messo in piedi solo perché ogni dettaglio deve portare acqua al mulino della "morale". E non servono lunghi discorsi e prediche cacciate a forza nel romanzo: una singola battuta può essere molto più sferzante ed efficace, pronunciata da un personaggio al momento giusto, senza bisogno di retorica (o di paroloni).
Questo, almeno, è ciò che penso io, e che trovo più bello sia da lettrice sia da scribacchina. Non mi interessa fare la morale a nessuno, ma non penso nemmeno che un urban fantasy, tanto per citare il genere che faccio io, debba per forza proporre storie di tutto divertimento e zero spessore; e allo stesso tempo penso che prima voglio il divertimento - il piacere della storia che ti cattura -  e poi il resto. Se manca il primo livello - il gusto di immergersi in una bella storia, emozionante e capace di catturare - come accidenti si può arrivare a scoprire il secondo - i temi, le idee, quello che la storia stessa ha da dire?
Ma, appunto, lasciate che sia la storia, a dirlo. Non intromettetevi tra lei e il lettore.

4 commenti:

  1. Concordo totalmente, su entrambi i punti: per quanto riguarda lo scrivere semplice, ho visto anche io che tante persone, senza "poterselo permettere", scrivono in maniera difficile. Il risultato è che creano testi noiosi e difficili da comprendere, che smorzano sul nascere il gusto di leggerli. Più in generale, ho notato che alcuni sedicenti scrittori hanno poca padronanza proprio con la lingua italiana: per esempio ho provato a leggere di recente un romanzo fantasy auto-prodotto non solo costruito male, pieno di scene inutili, di parti raccontate senza senso e di personaggi stereotipatissimi, ma proprio pieno di errori grammaticali da 5 in pagella (per esempio un personaggio che è rimasto "abboccaperta", scritto proprio così!). Per la cronaca, dopo quell'errore ho abbandonato il libro, avrei voluto finirlo (anche perché qualche spunto interessante c'era) ma proprio non ce l'ho fatta.

    Sono assolutamente d'accordo anche sul fatto che in un romanzo la trama deve essere al primo posto, anche sopra al significato profondo che eventualmente contiene. Per esempio io sto scrivendo una storia con un messaggio sociale che mi sta molto a cuore, ma non ho la minima intenzione di mettermi a fare sermoni o a parlarne in maniera retorica: mi sto concentrando infatti molto di più sulla storia, per renderla realistica, scorrevole, senza troppi spigoli. Se poi il lettore capirà il mio punto di vista, se vedrà ciò che voglio dire da un altro o se semplicemente prenderà la mia storia come semplice intrattenimento, non è importante: l'importante è renderla avvincente e degna di essere letta :) !

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    1. ... Credo che tu abbia detto tutto, che altro aggiungere? ^___^

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  2. Tutto molto vero. Chissà perché in Italia la bella narrativa deve essere per forza tragica e... gonfia. "Stigrancazzi." ;)

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    1. Non lo so. C'è così tanto di sbagliato nell'approccio italico alla narrativa che mi chiedo se e quando mai cambieranno le cose...

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