martedì 21 luglio 2015

Con occhi altrui

Quando uno dei miei libri viene pubblicato, per me entra in un virtuale archivio che potrei chiamare, in modo poco sintetico ma esplicativo, "Non azzardarti a rileggerne più neanche una riga altrimenti noterai centomila cose che vorresti ancora correggere".
Le uniche eccezioni che fanno riemergere quei romanzi - e nello specifico ovviamente le due parti di Angelize - sono: 1- la necessità di ricontrollare dettagli che mi servono per scrivere storie successive, e 2- la tentazione offerta dal lettore che viene a dirmi "sto leggendo quel capitolo lì", "sono arrivata fino a quella scena là", "mi è piaciuto questo pezzo in particolare". Allora mi capita di rispolverare il libro, magari a distanza di mesi, cercando di vedere "quel capitolo lì" o "quella scena là" con occhi altrui.

Fa un effetto strano, in quel momento, ritornare nella mente di personaggi che non riprendevo in mano da parecchio tempo, ritrovare frasi che hanno solo la "loro" voce e non sono più nitidamente connessi al momento in cui le scrivevo per la prima volta. Normalmente, come credo capiti a chiunque, ogni volta che rileggo qualcosa di mio oscillo tra l'estasi da "che figata quanto amo questo personaggio" e la più profonda disperazione del tipo "ohmmieiddei nooo è terribile non riuscirò mai a sistemare questa storia". Ma ammetto che quando mi capita di perdermi in un brano e "dimenticarmi" che è mio... ecco, è uno dei momenti più esaltanti della vita da scribacchini.

In questo periodo, poi, sto rileggendo alcuni dei miei inediti per passarli ai betamartiri di turno. Non si tratta della "solita" rilettura: certo, a ogni revisione è importante tenere presente che tutto dovrà risultare comprensibile per i lettori (i quali non passano 24 ore al giorno in compagnia dei personaggi che berciano in testa a me per farsi ascoltare), che anche le scene più fighe possono essere tagliate, se non hanno anche uno scopo concreto nell'economia del romanzo e sono solo guilty pleasures, e così via. Insomma, se nella prima stesura è consentito correre liberi e selvaggi (e nel mio caso, inseguire i personaggi sperando che almeno LORO sappiano dove accidenti andranno a parare, mentre io mi affanno a scarabocchiare frammenti di scalette disordinate), dalla prima rilettura in avanti l'obiettivo è trasformare una storia che piace a me nella migliore possibile che io sia in grado di proporre alla gente là fuori.
Rileggere un testo sapendo però che sta per andare in mano precisamente a Luca o Alessia o Federico o Gisella, però, è qualcosa di più di una semplice revisione. In qualche caso, per esempio, c'è il piacere di pensare "ecco, lui/lei si prenderà un colpo quando vedrà questo": non è un trastullo fine a se stesso, però, perché serve a rendersi conto se davvero la scena che si ritiene così sbalorditiva ed emozionante lo è davvero. Rileggendola con questa idea in mente, ci si può concentrare sui dettagli, sulla resa della suspense (o di qualsiasi altra emozione si spera di evocare) con un'idea più concreta in mente. Certo, non è detto che quello che piace a Luca, Alessia, Federico o Gisella piaccia a tutti... ma lo si sa: piacere a tutti è un'illusione (e non è affatto sinonimo di qualità).
Oppure, questo tipo di rilettura mi aiuta quando cerco di limare i miei difetti tipici (per esempio, la prolissità: la mia prima stesura è sempre molto più lunga e dispersiva della versione finale). Posso quindi guardare il testo con gli occhi dei miei betamartiri amanti della sintesi e chiedermi "cosa taglierebbero loro?"

Certo, poi capitano momenti in cui occorre mantenere sangue freddo e poker face: tipo quando un certo betamartire che non nominerò, più o meno a due terzi della lettura dell'ultimo libro che ho concluso, mi fa "Ah, quel personaggio nuovo lì mi piace tantissimo, spero proprio di rivederlo in altre storie."
E tu sai che, ovviamente, quel personaggio lo hai ammazzato nel finale senza possibilità di ritorno.
Che bello sapere che i tuoi betamartiri ti vogliono bene lo stesso.

Da Pinterest

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