mercoledì 30 dicembre 2015

Tutto quello di cui avrei voluto parlarvi nel corso del 2015...

... ma che poi, per un motivo o per l'altro, è rimasto tra le bozze di post mai conclusi. Magari perché passavo un periodo complicato e non avevo il tempo materiale per scrivere sul blog. Magari perché... no, ecco, il motivo principale è quello.
Comunque, ecco qualcosina che avrebbe meritato un post, è finito nel limbo del "non scritto" e voglio almeno recuperare qui. Consigli sparsi, insomma, per visioni/ascolti/letture.

- Folkstone, live e non solo
Visti due volte nell'arco di un anno. Ragazzi straordinari per energia, qualità artistiche, simpatia. E italiani. Se non li conoscete ancora, accidenti, che state aspettando a rimediare? Ascoltate un po' delle loro splendide canzoni sul loro canale Youtube. Scoprite il loro ultimo, grande album, Oltre... l'abisso. Io vi segnalo un primo brano e un secondo che amo particolarmente, ma davvero c'è l'imbarazzo della scelta. Se, tra quelle estere, la mia band "folk & dintorni" preferita sono gli Omnia, tra quelle italiane sono senz'altro i Folkstone. Per quanto, lo so, la definizione stia strettissima a entraambi i gruppi.

- Il concerto degli Arcturus al Colony di Brescia.
Wow. Cioè, WOW. Folli e geniali, gli Arturus sfuggono alle normali categorizzazioni. Pensavo non avrei mai avuto occasione di vederli dal vivo, dopo che si erano sciolti una decina di anni fa, ma sono tornati e, si spera, per restare. Tra pezzi recenti e vecchi classici, il concerto è stato un vero trip, con l'istrionico gigante norvegese ICS Vortex a condurre le danze con la sua voce così particolare, potente e piena di sfumature. Da non perdere quando torneranno, senz'altro. Vi lascio con una delle mie canzoni preferite, Alone (testo di una poesia di Edgar Allan Poe), da un live di un po' di anni fa (sorry, ma non ho trovato video di qualità di quelli recenti).

- Endless forms most beautiful, Nightwish.
Il nuovo disco della band finlandese altrimenti detta Tuomas Holopainen & Co ci ha messo un bel po' a crescermi dentro. Ai primi ascolti ho apprezzato la nuova cantante, Floor, la migliore che la band abbia avuto IMHO (ma io la "storica" Tarja la sopporto e basta, non la amo), per quanto io apprezzassi anche la vituperata Annette (senza la quale forse non avrei nemmeno iniziato ad ascoltarli e, quindi, a riscoprire i pezzi vecchi), ma al di là di qualche eccezioni, le canzoni mi sembravano abbastanza prevedibili, quando non ricordano alcune di quelle già incise in passato. Tuttavia, ascolto dopo ascolto il disco cresce. Endless forms most beautiful ha un magnifico titolo e alcune pezzi veramente belli; certo, non propone nulla di rivoluzionario... ma la band sa fare il suo mestiere e anche dal vivo la nuova line up ha dimostrato affiatamento e grande energia. Insomma, a diversi mesi dall'uscita, mi dichiaro soddisfatta.
Inevitabile linkare qualcosa: la bellissima Élan dal testo sciamanico, la title track, My Walden, Edema Ruh, Alpenglow, e la dolce Our decades in the sun.

The Bastard Executioner e Constantine. Ovvero quanto fa male quando chiudono le serie tv che guardi. La prima, The Bastard Executioner, è (era) la storia di un falso boia nel Galles medievale, mescola suggestioni mistiche alla fondamentale tesi il Medioevo è un'epoca barbara & kattiva. Quindi torture, assassinii, brutalità gratuite, sesso (e una misteriosa allusione a qualche strano gioco erotico tra il potente di turno, una gnocca, una nana e una gabbia di topi?!...) Ormai, seguire la serie era diventato un divertissement del titpo "vediamo quale sarà l'Atrocità della Settimana che chiude l'episodio", un po' come le "zombie kill of the week" di Zombieland. A parte questo, il povero protagonista e la castellana con cui si poteva prevedere uno sviluppo romantico mi stavano anche simpatici... ma niente, la serie non è stata rinnovata. Peccato, ma lo si poteva immaginare: credo che in tutta Italia la apprezzassimo in tre, non penso che avesse questi grandi ascolti nemmeno all'estero. Io la trovavo divertente, se presa con lo spirito giusto, ma ahimè, la gente non capisce.
Molto di più mi è spiaciuto per Costantine, serie con dei gran bei personaggi, primo fra tutti il protagonista: adorabile accento inglese, aspetto arruffato, ironia... insomma, il mio tipo. Accanto a lui un simpatico assistente che ogni volta che muore resuscita, una ragazza dalla bellezza latina che mi lasciava a bocca aperta ogni volta e ha poteri psichici, un angelo che non conosce i sensi umani (ricorda qualcosa? :-P) e con un lato inquietante, un ambiguo stregone voodoo... Non tutti gli episodi erano riuscitissimi, ma più di una volta la serie ha saputo brillare, mostrando ottima inventiva, un bello spirito, un sano gusto per i mostri e i cacciatori di mostri (urban fantasy, baby \m/). E... niente. Non rinnovata. Dopo un season finale che mi ha lasciato a friggere per la voglia di sapere che diavolo (ahah) sarebbe successo poi.
Strangolerei qualcuno per questo.

- Wolf Creek e Wolf Creek 2.
Il primo film della (ad oggi) saga in due episodi mi era piaciuto già alla prima visione, ai tempi della sua uscita (2005). Non è tra i miei horror preferiti, ma è uno slasher cattivo, con il killer probabilmente più odioso che abbia mai trovato in questo genere di film (Mick Taylor: crudele, sociopatico, tanto normale nella sua apparenza da zotico australiano quanto incapace di qualsiasi sprazzo di umanità una volta che la maschera gentile cade) interpretato da un bravissimo attore, John Jarrat (leggo da Bolla, come sempre fantastica nelle sue recensioni, che in patria è una specie di Claudio Bisio: be', ragazzi, qui è inquietante davvero, altro che ridere!) Paesaggi australiani splendidi, ampi spazi in cui si svolge una caccia alla vittima senza speranza, e tre ragazzi nel complesso simpatici - molto più degli stereotipati adolescenti che in genere non si vede l'ora di vedere messi a tacere dall'assassino di turno), con alcune sequenze davvero disturbanti (testa sullo stecco, e ho detto tutto). Minimale e creepy, un buon film, ma certo per stomaci forti, non tanto perché abbondi lo splatter, quanto per l'atmosfera.
Di recente ho visto poi anche il sequel, che, invece, mi ha abbastanza deluso. Il killer di turisti Mick Taylor diventa il vero protagonista (basta mettere le locandine dei due episodi a confronto per capirlo), parla tantissimo - con le vittime, da solo, con i pezzi dei cadaveri che smembra... - e tira fuori un'anima profondamente razzista, oltre che ancora più sadica (basti vedere come addobba il suo rifugio sotterraneo con i resti delle ragazze seviziate per mesi). Questa volta niente atmosfera, quanto un lungo inseguimento, un gioco a rimpiattino tra Mick e il turista inglese che lo sfiderà a lungo e parrà quasi vincere... Non mancano sequenze riuscite (il "prologhino" con i poliziotti uccisi per far vedere subito che figlio di puttana è il killer, il giochino di domande e risposte con cui Mick illude l'inglese di potersi conquistare la libertà...), ma più che altro si ridacchia di fronte a momenti un po' fracassoni e non di rado talmente eccessivi che proprio non li si può prendere sul serio. E a differenza di quello che ho sentito dire da chi lo ha visto prima di me, no, non mi è proprio venuto di tifare per il "mattatore" Mick Taylor: io lo avrei voluto fatto fuori, perché onestamente a metà film già non potevo più sopportarlo.
E di sicuro, nonostante tutti gli splendidi panorami mostrati, non mi è proprio venuta voglia di visitare l'Australia ^^'...

- Libri vari.
Ho saltato l'ultimo post sulle letture in corso e previste, complice il poco tempo per scrivere sul blog e il poco tempo (ahimè) per leggere al di fuori delle letture di lavoro (mediamente una quantità di cose che non vi consigliere comunque). Tra i titoli a cui non ho dedicato un post, vi consiglio senz'altro, però, Il re deve morire di Mary Renault (bellissima rilettura del mito di Teseo, con una rara capacità di dipingere gli scenari storici e la cultura dei personaggi); non male anche Il figlio di Lois Lowry, quarto e ultimo capitolo della quadrilogia distopica iniziata con The giver, proseguita con Gathering blue (questi i due libri migliori della saga, IMHO) e con Il messaggero (l'episodio più debole, sempre a mio modesto parere). Segnalo anche Eternal war. Gli eserciti dei santi, di Livio Gambarini, uscito qualche mese fa: bellissima l'idea di base (che non voglio spoilerarvi), vi porterà nella Firenze di Guido Cavalcanti e Dante Alighieri... e vi farà venire voglia di leggere presto un seguito.

martedì 29 dicembre 2015

Heart of the Sea

Ecco un film che rischia di passare quasi inosservato, almeno su internet, dove blog e social sono ovviamente monopolizzati da Star Wars. E sarebbe un peccato, perché Heart of the Sea di Ron Howard è una visione che merita e che vi consiglio.

La trama è ispirata alla vera e drammatica storia della baleniera Essex, affondata dall'attacco di un'enorme balena maschio nel Pacifico: i marinai sopravvissuti all'attacco andarono alla deriva su poche scialuppe per settimane e settimane, soffrendo la fame e la sete... fino a drastiche decisioni. Il sottotitolo italiano "Le origini di Moby Dick", si riferisce al fatto che Melville prese spunto da questa vicenda per scrivere il suo celebre romanzo; ed è proprio un giovane Melville che incontriamo, nella cornice della vicenda principale, mentre va a intervistare l'ultimo rimasto in vita dei marinai che presero parte alla disavventura dell'Essex: un ragazzino, all'epoca, e ormai un adulto tormentato dai fantasmi di ciò che avvenne. Un dettaglio ben reso, che spesso ci si dimentica di considerare quando si sente narrare di sopravvissuti a naufragi o altre esperienze traumatiche: che certi traumi, appunto, non svaniscono magicamente quando si sospira di sollievo e si torna a casa. Di recente ho avuto per le mani un bel libro che spero esca anche in italiano, prima o poi: 438 days: an extraordinary true story of survival at sea, storia di un marinaio sopravvissuto per oltre un anno vagando in mare aperto. Balene a parte, la vicenda di Heart of the Sea mi ha ricordato più volte questo libro, in cui, una volta salvato e tornato alla civiltà, il protagonista si ristabilisce, ma continua a soffrire di fobie e incubi legati al lungo isolamento, alle privazioni e alle situazioni estreme vissute. Insomma, le ferite guariscono, ma le cicatrici restano...

Tornando al film, funziona alla grande: visivamente è maestoso e spietato (guardate l'immagine in basso: rende solo in parte le splendide inquadrature che mettono a confronto la Essex e la balena), tanto nel rappresentare gli spazi immensi, la furia indomabile delle tempeste, la potenza della balena che affonda il vascello e per un certo tempo perseguita i sopravvissuti, quando nel mostrare le fasi della caccia a questi cetacei, la raccolta dell'olio (già... vi eravate mai chiesti come si estraeva l'olio dagli esemplari uccisi?), il progressivo deperimento dei personaggi - gli occhi vuoti, gli zigomi affilati, le labbra screpolate dalla sete. E se è vero che i personaggi umani sono cacciatori di balene di metà Ottocento, la morale del film resta giustamente e profondamente ecologista. La balena, qui, non è ossessione, simbolo di quell'"oltre" verso cui tendere, sempre e comunque, superamento di limiti e limitazioni; la balena biancastra e coperta di cicatrici contro cui i protagonisti si scontrano - il primo ufficiale Owen Chase (un bravissimo Chris Hemsworth), uomo di origini nobili e fatto da sé, e il capitano George Pollard (Benjamin Walker), nobile e abituato a comandare per diritto di sangue, tra tutti - è l'incarnazione della natura indomabile, quella forza che già si era intravista nella tempesta iniziale, scioccamente sfidata, e che esige rispetto e tributo. Di fronte a una creatura di tale bellezza, l'uomo dovrebbe solo riconoscerne la sacralità: emblematiche di tutta una mentalità che invece non conosce umiltà sono le parole di Pollard sulla "superiorità dell'uomo" creato da Dio per dominare sul mondo - e con quali bei risultati è sotto gli occhi di tutti, no?). E il momento cruciale del film, quello che separa - anche fisicamente - i due personaggi principali, Chase e Pollard, sarà proprio quello in cui occorre scegliere tra rispettare la vita e dare la morte.

Detto questo, però, la morale ecologista del film emerge sempre e comunque con grazia, non insistita né rozza né urlata. Ho apprezzato anche la caratterizzazione dei personaggi e la loro parabola: quella di Chase e Pollard ovviamente, ma non solo; così come ho apprezzato il fatto che il nobile capitano così odioso all'inizio non sia un semplice "cattivo" né uno "stupido", ma, pur coerentemente con il suo background, diventi qualcosa di più della macchietta che avrebbe rischiato di essere. E ho apprezzato l'essenzialità e la capacità di sintetizzare in poche scene e battute tutto quello che serve vedere e sapere: la narrazione è veloce e al contempo epica.
Heart of the Sea ha risvegliato in me tutta la meraviglia, la sensazione di piccolezza, lo stupore di quando, anni fa, nelle acque d'Islanda ho visto relativamente da vicino alcune balene - dorsi scuri che emergevano lasciando solo immaginare la grandezza e la bellezza di tutto quello che restava celato dalle onde. Sì, è un film sulla natura, e sugli uomini, e sugli uomini nella natura. Guardatelo, e lasciate che vi parli.

On air:
Iron Maiden, The Rime of the Ancient Mariner, ovviamente...



lunedì 28 dicembre 2015

Star Wars VII - Il risveglio della Forza

Sì, ci saranno spoiler. Get over it.
Proseguite a vostro rischio e pericolo.

Per me è stata una prima volta: non avevo mai visto uno film di Star Wars al cinema. Ed ero anche stata alquanto delusa dalla trilogia nuova, tanto più che sono sempre stata affezionata a quella originale - all'unica vera trilogia, diciamolo. Non sono una fanatica, ma ho sempre avuto un debole per Han Solo, uno dei primi personaggi di cui mi sia mai innamorata... quando ancora non sapevo nemmeno che esistesse la parola fangirl :-P Comunque, giuro che mi sono avvicinata alla visione del nuovo episodio con sobrietà e controllo. Non stavo facendo il conto alla rovescia, non ho bivaccato di fronte al cinema per conquistare i posti migliori.
Poi.
Poi capita che le luci si abbassano, lo schermo si riempia di scritte che scorrono tra le stelle, parte la musica. Quella musica.
E puf.
Via razionalità, via controllo. Su quella poltrona da cinema c'era la stessa bambina che guardava L'impero colpisce ancora a occhi sgranati.

Ora, lo so che in questo periodo non si parla d'altro. E ovviamente un argomento come questo ha scatenato tutto il peggio dei social network e affini. Chi lo ha amato insulta chi lo denigra. Chi lo ha detestato considera tutti gli altri dei decerebrati. Chi vuole superarsi demolisce l'intero universo guerrestellaresco, film nuovi o vecchi insieme. Inevitabile, ahimè, ora che sembra impossibile esprimere un'opinione senza che si scatenino discussioni infinite: perché certo, bisogna dimostrare di essere più intelligenti, più furbi, più arguti... e per farlo è sempre meglio criticare, piuttosto che dire "bello!"
Ecco, a me non frega niente di convincere nessuno. Il film mi è piaciuto perché ha ricreato abbastanza bene la magia dei primi capitoli - che senz'altro resteranno i migliori di tutta la saga, ma ciò non mi impedisce di apprezzare anche questo episodio: per lo spirito - le molteplici citazioni dal primo, come il Millennium Falcon che si guasta, tanto per fare un esempio - e per i personaggi. Vecchi e nuovi.
Certo, la prima critica che si fa al film è: "ma la trama è la stessa di Una nuova speranza!" Come se non fosse voluto, ma fosse semplicemente frutto di mancanza di fantasia. Ok, si poteva variare qualcosa, si poteva evitare l'ennesima "Morte-Nera-O-Qualcosa-Del-Genere" da far esplodere?... Senza dubbio, ma quando anche i personaggi stessi ci scherzano su... rideteci sopra anche voi. Poi, è chiaro, ognuno ha diritto alla sua soglia di fastidio, ma Star Wars VII non è riuscito a raggiungere la mia. Vederlo è stato fare un giro al luna park, puro e semplice: e io mi sono divertita.

Per quanto riguarda i personaggi, mi hanno convinto in pieno. Rivedere i vecchi eroi , sia i principali sia quelli che si intravedono nel background, come alcuni degli alieni ribelli, è stato emozionante, nonostante lo scontro tra realtà - il tempo che passa è a volte impietoso - e immaginazione (Harrison, Carrie e Mark invecchiano come esseri umani, Han, Leia e Solo al massimo dovrebbero avere qualche affascinante rughetta... ma gli eroi non invecchiano, no?) E non mi riprenderò mai dalla morte di Han Solo: so che Harrison Ford l'avrebbe voluta addirittura in Il ritorno dello Jedi, ed era evidente che il suo ruolo, nel nuovo film, era quello di Obi Wan in Una nuova speranza: una morte più che annunciata. Ma dopo averlo visto per un paio d'ore fantastico come sempre... niente, il groppo in gola non passa. E non sarà facile sostituirlo nei prossimi.
I nuovi personaggi? Funzionano, a mio modesto parere. Finn, il fifone che trova il coraggio di combattere, nonostante un pizzico di insta-love di troppo, forse; Rey, la ragazza che scopre di avere la Forza (lo so, lo so, "come fa a usarla così bene se non l'ha mai fatto prima?" Be', combattere già lo sapeva fare, anche se con il bastone e non con la spada laser... e per quanto riguarda i trucchi mentali, ok, conveniente dote naturale, e pazienza). Poe Dameron, il simpatico pilota con poco spazio, per ora, ma che potrebbe fare l'Han Solo della situazione nel prossimo, chissà. E poi c'è lui, "il nuovo cattivo": no, non mi riferisco al Gollum sovradimensionato virtualmente che fa la parte dell'imperatore di turno, ma naturalmente al figlio di Han e Leia finito a fare il cosplay di Darth Vader nella speranza di essere all'altezza di cotanto nonno. Ecco, a parte la frustrazione per il fatto che non si riesca ad avere un rapporto genitori-figli normali, in questo mondo, io ho apprezzato la caratterizzazione di Kylo Ren. Non è ancora l'Antagonista, ma è un Antagonista In Progress: tanto potente e terrorizzante con la maschera - quando nessuno oltre a lui sa usare la Forza - quanto è insicuro e ancora troppo debole se quella maschera la depone. Ho letto gente lamentarsi perché "è solo un ragazzo, non è carismatico come Darth Vader". Be', certo. Mi sembra talmente palese che l'intenzione fosse proprio quella da stupirmi che ci sia chi non l'ha colta... Resta la curiosità di vedere quale sarà la sua evoluzione: immagino vaderiana - raggiungerà il culmine del potere e della malvagità per poi redimersi all'ultimo? In ogni caso, attendo di vedere come se la caverà l'attore, Adam Driver*.

Insomma, per me il pollice è alto. Il risveglio della Forza mi ha divertito, mi ha coccolato con un po' di fan service, mi ha avvinta anche quando si capiva benissimo cosa sarebbe successo di lì a poco. La prima, leggendaria trilogia resterà la fondazione del mito, la prima fiaba ad avermi fatto fare gli occhioni a stellina davanti al televisore, ai tempi preistorici delle videocassette, il primo film in cui ho iniziato ad apprezzare gli eroi ironici e scanzonati. La seconda trilogia per me sostanzialmente non esiste (l'ho vista una volta e più o meno dimenticata). Questa nuova... be', io sarò al cinema anche al prossimo episodio.

* Ok, da Han e Leia ci si poteva aspettare un figlio più figo, da un mero punto di vista estetico. Che vogliamo farci...

martedì 22 dicembre 2015

Verso la luce


Ieri notte è stato il Solstizio d'Inverno, Yule, la prima delle celebrazioni di questi giorni festivi. Una stagione troppo poco fredda, quest'anno, e con troppa poca - quasi nulla - pioggia: qualcosa che fregherà a troppo pochi, ma che è un grido d'allarme talmente evidente che davvero non c'è da discuterne.

Per me è un altro piccolo capodanno, Yule, dopo Samhain e prima di quello "ufficiale" che darà il via ai buoni propositi di tutti per il 2016. Una notte trascorsa in modo inaspettato - niente riti, solo vita, e serenità, e sentimenti; e forse è il modo migliore di festeggiare la luce che torna. Per i pagani Yule è una festa legata alla tradizione dell'Holly King e dell'Oak King (Re dell'Agrifoglio e Re della Quercia), uno aspetto oscuro e invernale, l'altro luminoso e caldo, dell'anno. Per tanta gente è solo una parola strana - o magari solo l'equivalente inglese del "Ballo del Ceppo" di potteriana memoria - e quello che conta sarà solo il Natale in arrivo. Un giorno che passa inosservato. A ognuno il suo.

Per me, questo è comunque un momento in cui fermarsi, prendere un profondo respiro. Ricaricare le batterie più che si può - anche se io dovrò attendere ancora un po' per poterlo fare. Ritrovare le cose importanti - le persone, i momenti, le piccole cose. Cercare il calore nel gelo dell'inverno, il riposo nelle lunghe notti che, da ora in poi, saranno un pochino più corte ogni volta.
Per quanto mi riguarda, un momento, spero, per raccogliere le idee e le energie, e affrontare un nuovo anno. Certo, sono scansioni temporali simboliche, i problemi del 31 dicembre non svaniscono il primo gennaio. Ma la forza dei simbolismi è tutt'altro che da sottovalutare. E io ho bisogno di energie per lottare, per scrivere, per riappropriarmi del tempo. Tanta vita da vivere, giornate troppo corte per fare tutto... Ma ho un nido dove riposare e scaldarmi, adesso.

Perciò, auguri a tutti di giorni sereni, verso la luce.

On air:
Within Temptation, Ice queen

Per saperne di più: due parole su Babbo Natale (e molto altro)



Immagini da Pinterest (in alto e in basso)




lunedì 14 dicembre 2015

Perché dietro l'angolo io vedo i mostri (puntata 2)

Una settimana fa ho cominciato un piccolo viaggio lungo il viale dei ricordi, per ripercorrere quei grandi amori artistici - libri, fumetti, musica... - che hanno avuto su di me un impatto tale da modificare per sempre il mio immaginario. Quelle opere, insomma, senza le quali non sarei quella che sono, come persona e come scrittrice. Non quindi qualsiasi libro o film mi sia "piaciuto", ma quelli che mi hanno, in un modo o nell'altro, influenzato.
Sarà un viaggio più o meno cronologico, questo: "più o meno" perché non è sempre facile districare i ricordi, e perché determinate passioni si sono sviluppate a volte in contemporanea. La settimana scorsa parlavo di Peter Pan di James Matthew Barrie e di Dylan Dog, oggi si prosegue in chiave horror...

... Perché è questo che capita ad avere un fratello maggiore: non conta che tu sia una tenera fanciulla, una bimba innocente che secondo il Moige e dintorni dovrebbe solo giocare con le Barbie e allenarsi a tenere in braccio i futuri figli, in casa circola una quantità di libri e film spaventosi. E così, mentre le mie compagne alle elementari e alle medie guardavano i cartoni animati, io alternavo a Mila & Shiro e Magica Emi sane dosi di zombie romeriani e romanzi di Stephen King. Se vado a frugare tra i miei quadernetti, quelli in cui ho iniziato a segnarmi i libri letti prima che esistessero internet o Anobii, scopro che, in questo senso, l'anno cruciale fu per me il 1995. Sì, giusto vent'anni fa, quando ne avevo solo tredici.

In quell'anno accaddero due cose che hanno lasciato un marchio indelebile (sulla mia fantasia, o sulla mia psiche, come preferite... probabilmente su tutte e due ^^'). Lessi It di Stephen King, poi Dracula di Bram Stoker.
Bum.

A sfogliare l'elenco dei miei libri letti nei mesi e anni successivi, la frequenza con cui ricorrono altri King da un lato, e i saggi sul folklore dei vampiri dall'altro, è inquietante. Sempre nel 1995 lessi anche L'ombra dello scorpione, il che rende senz'altro felici tutte le persone che conosco e a cui, prima o poi, propagando in modo inverecondo quei due libri del buon Re Stefano (tra tutti quelli che ho letto i migliori, IMHO. E ovviamente anche quelli più lunghi, per la gioia di tutti).
Certo, non ho letto tutto King, e quello che ho letto non mi è piaciuto tutto. Ma devo a lui, senz'altro, i miei primi tentativi di rendere i pensieri dei personaggi sfruttando anche le possibilità grafiche (i corsivi, gli "a capo", la punteggiatura, o la sua assenza... insomma, se i ricordi di Haniel, in Angelize, sono scritti in un certo modo, la radice sta in quegli esperimenti iniziati dopo essere rimasta fulminata da King. Oltre a questo, e un po' come Dylan Dog, il buon Stefano ha nutrito il mio gusto per l'horror e il rapporto tra elementi fantastici-paranormali e la realtà contemporanea, ovvero il cuore anche dell'urban fantasy... prima ancora che sapessi cos'era.

Vintage: la mia edizione
di Dracula, annotato e illustrato
Ho citato poi Dracula, che lessi nella mia adorata edizione annotata da Leonard Wolf. Eccolo lì, l'inizio del mio grande amore per i vampiri - quelli seri. Quelli delle tradizioni folkloriche, quelli che infestavano l'Europa orientale nel Seicento o Settecento... Ho divorato libri su libri su questi argomenti, ho guardato film, ho letto romanzi... ed ecco il punto dolente: non sono praticamente mai riuscita a trovare un vampiro letterario "come piaceva a me", dopo il suddetto Dracula. Né prima né dopo Twilight. Da questa insoddisfazione derivano le prime stesure di una storia su cui lavoro ancora adesso, che ha generato racconti e romanzi e una mitologia personale che mi coccolo, nell'attesa di farvela scoprire.
Perché sì, lo ammetto e non mi vergogno: scrivo (anche) di vampiri. Da anni. Se iniziassi a spiegare perché sono così affascinata da questa figura (e no, non c'entrano pettorali e sguardi sexy, quelli lasciamoli al paranormal romance) potrei sproloquiare per ore... ma mi fermo subito e rimando al futuro.
E anche alla prossima tappa di questo viaggio...

Puntata 1

Puntata 3

giovedì 10 dicembre 2015

Le streghe in guerra: Salem (stagioni 1 e 2)

Meditavo di scrivere questo post da tempo, ma mi ci è voluto un po', tra problemi di tempo e impegni da conciliare, per concludere la visione delle prime due stagioni di Salem, telefilm ispirato al famoso processo alle streghe svoltosi nell'omonima cittadina americana nel XVII secolo. Questa serie mi interessava moltissimo per più di un motivo: prima di tutto per il tema, naturalmente (state parlando con una che si è cocciutamente sorbita la lettura di tutto il Malleus Maleficarum, infinito delirio quattrocentesco scritto da una coppia di inquisitori compiaciuti, misogini e fanatici, che riesce a essere sgradevole per i toni e noiosissimo per lo stile... ma è un'opera fondamentale per la storia della caccia alle streghe, non potevo non leggerla), ma anche perché nei prossimi romanzi che spero di pubblicare compaio alcuni personaggi vissuti nel 1659 proprio in America, e volevo immergermi un po' nell'atmosfera dell'epoca (il processo alle streghe di Salem si svolse una trentina d'anni dopo, nel 1692-93).

Conclusa la visione (in attesa della terza stagione, che andrà in onda in primavera), l'impressione che mi è rimasta è stata quella di una splatterosa, divertente sarabanda kitsch. Salem potrete amarlo o odiarlo, ma se lo vedrete con il giusto spirito potrete anche voi godervi, puntata dopo puntata, le macchinazioni, i tradimenti e i contro-tradimenti di streghe e puritani, tra incantesimi a base di sangue, omicidi, menzogne e torture psicologiche e fisiche, in mezzo alle quali si dibattono personaggi a loro modo interessanti - anche se, badate, più di una volta potrebbe venirvi da ridere alle loro spalle.
Ma andiamo con ordine.

L'idea alla base di Salem è davvero carina, uno spunto che mi ha catturato subito: sono le stesse, vere streghe che manipolano i puritani, spingendoli a condannare a morte per stregoneria delle donne innocenti. In questo modo, gli odiati puritani si uccideranno a vicenda, e le vere streghe otterranno sacrifici da sfruttare per il loro grandioso piano... Inizia così un gioco di specchi in cui né i protagonisti né gli spettatori sanno chi possa rivelarsi una strega, e quale mossa faranno poi i personaggi.
Lucy Lawless, da Xena a strega millenaria
A prendere parte a questa partita a scacchi è il reverendo Cotton Mather, alcolizzato inquisitore che vive all'ombra del più famoso padre Increase Mather e che ha il compito di stanare le streghe... quando non indulge tra le braccia di Gloriana, prostituta dai capelli di fuoco di cui finisce per innamorarsi. C'è poi John Alden, convinto che non esistano le streghe, con un passato oscuro e un amore infelice per la bella Mary, finita in sposa al più ricco del paese. Quello che John non sa è che Mary è a capo della cospirazione delle streghe e per acquisire i suoi poteri ha sacrificato al maligno il bimbo che aspettava prima ancora che nascesse... il figlio suo e dello stesso John, che non ne sapeva nulla.
Accanto a loro vi sono poi altre figure: Increase Mather, tanto stronzo quanto intelligente e determinato a uccidere tutte le streghe - chissenefrega delle vittime collaterali; l'innocente Ann Hale, che scoprirà di essere più coinvolta nella faccenda di quanto pensava; la serva Tituba, che insieme aiuta e manipola la sua padrona Mary; il marito di quest'ultima, costretto su una sedia a rotelle e muto per via di un incantesimo crudele; Mercy, prima posseduta dalle streghe e poi in cerca di vendetta e ubriaca di potere... e, nella seconda stagione, c'è spazio per la splendida Lucy Lawless (Xena, sì), nei panni di una strega ancora più potente e sanguinaria, che vorrei davvero rivedere nella terza stagione.

C'è tanta carne al fuoco, e ci sono tanti momenti interessanti in questo gioco di odi, amori, passioni, segreti. Certo, qualche volta gli sceneggiatori si fanno prendere la mano e presto si ha l'impressione che Cotton, John e Mary rappresentino in fondo "il secchione, il capo della squadra di football e la cheerleader", secondo la geniale definizione di Luca Tarenzi. Quello che mi piace è la rappresentazione cruda di queste dinamiche, il fatto che nessuno sia del tutto innocente - e anche chi lo è, come la giovane Ann, con il tempo cederà a compromessi sempre più gravi, che renderanno vane anche le motivazioni più nobili.
Resta poi preponderante il tema della condizione femminile, in un mondo in cui le donne dovrebbero essere solo mute pedine da "vendere" come padri e mariti decidono. Mary e le donne accanto a lei vogliono la libertà, un mondo migliore in cui il potere non sia più a disposizione degli uomini che le maltrattano, le violentano, le rendono schiave. Che poi quello stesso potere corrompa anche loro è un fatto, ma è difficile non comprenderne gli errori e le motivazioni. A parte forse Increase, che in un paio di puntate individua più vere streghe della coppia Cotton-John in due stagioni, sono le donne il motore dell'azione e le regine del gioco, le vere protagoniste.

Certo, il telefilm, pur visivamente ben fatto (ammirate gli splendidi costumi, il gioco dei colori - non sono mai scelti a caso...), indulge in una fiera dell'horror cheap che fa sorridere, e che apprezzerete se avete il gusto per questo tipo di prodotti. Tra malattie che piagano i corpi con pustole orrende, animali sgozzati, uccisioni impressionanti (tra tutte, quella più semplice e realistica, l'impiccagione di un'innocente, in una delle prime puntate, svolta come davvero si faceva all'epoca: con la vittima tirata lentamente su da terra e lasciata ad agonizzare), non mancano momenti kitsch o gratuiti (e onestamente, per quanto brava l'attrice Janet Montgomery, degli occhioni lacrimosi di Mary che tenta con tutte le sue forze di trattenersi dal piangere non se ne può più...) Quando poi cominciano le scene in stile Esorcista... ok, davvero ci si ride su. Ma se lo prendete con lo spirito giusto allora sì, Salem è assolutamente consigliato.








lunedì 7 dicembre 2015

Perché dietro l'angolo io vedo i mostri (puntata 1)

L'altro giorno, parlando di libri con un collega scribacchino, il discorso è caduto sulle opere che più ci hanno influenzato. Non si tratta semplicemente di libri (o film, o fumetti) che abbiamo amato (altrimenti per me sarebbe d'obbligo citare, per esempio, quei capolavori di World War Z di Max Brooks o della serie Magic Ex Libris di Jim Hines); mi riferisco a quelle opere narrative (nel senso più ampio del termine: potrebbero starci anche videogiochi, per esempio, o leggende popolari, dipinti...) che hanno plasmato il mio immaginario.

Mi fa tenerezza, ripensarci, ed è anche un po' spiazzante. Significa ripercorrere i propri inizi: non quelli di "autrice pubblicata", ma di persona che immagina storie, che fantastica a letto prima di addormentarsi, che guarda con occhi sgranati un film o stringe un libro tra le mani con più forza di quella di cui si rende conto, per la tensione di vedere "come va a finire". E significa anche cercare di capire perché, di fronte a un ragazzo in giaccone di pelle che si aggira furtivo per le strade della città, qualcuno potrebbe immaginare la storia di un rocambolesco furto, qualcun altro di un delitto di cui scoprire il colpevole, qualcun altro ancora la vicenda di un innamorato che va a casa della sua bella... e io, be', che il ragazzo in questione nasconda sotto il giaccone una spada e si aspetti di venire attaccato da un vampiro, o da un angelo, o da chissà cos'altro ancora.

Leggo fantasy praticamente da quando ho iniziato a leggere, quindi almeno dalle elementari. Ricordo che i primissimi romanzi di questo genere che ho letto sono stati Il giglio nero di Marion Zimmer Bradley, André Norton e Julian May e La storia infinita di Michael Ende (quale dei due prima proprio non lo rammento). Leggevo tuttavia libri di qualsiasi genere, da quelli per ragazzi ai romance che pescavo in casa perché li comprava mia madre, ma il primo romanzo ad avere su di me un impatto, come dire... "epocale" è stato Peter Pan di James Matthew Barrie.
Anni dopo, i Blind Guardian avrebbero cantato (per me: è chiaro che stavano parlando a me) I'm lost, but still I know there is another world... Ecco, Peter Pan mi ha travolto in un momento in cui stavo crescendo senza volerlo: la mia migliore amica si era trasferita lontano e ho dovuto aspettare fino al liceo per incontrare una ragazza che sarebbe diventata per me altrettanto importante (e lo è ancora: ti voglio bene, Rachele <3). Non ero mai sulla giusta lunghezza d'onda, rispetto alle compagne di classe (che ne capivo io di moda? Che cosa me ne fregava dei Take That, quando in casa mia circolavano già Alice Cooper e Ozzy Osbourne, grazie a mio fratello maggiore?). Il mondo dei "grandi" era solo un pasticcio: problemi economici, problemi di lavoro, problemi di relazione... Insomma, molto meglio l'Isola che non c'è, giusto? Ma quando dico che quel libro ha avuto su di me un impatto enorme, non sto pensando semplicemente alla classica "fuga dalla realtà" (o all'"evasione del prigioniero", come direbbe il buon J.R.R.) Leggendo (e rileggendo, e ri-rileggendo...) Peter Pan ho anche iniziato ad apprezzare il realismo (lo so, sembra una contraddizione, ma seguitemi) con cui il buon Barrie rappresentava la guerra tra Bimbi Sperduti, Pirati e Indiani. Peter e i suoi compagni non sono bambinetti che "fanno finta" di lottare contro i loro nemici: combattono davvero, ammazzano davvero e a volte finiscono davvero uccisi. Peter Pan insomma non è una fiaba zuccherosa, né la spensierata sarabanda disneyana del cartone animato: è una storia in cui Wendy o gli altri Bimbi Sperduti a volte escono dal loro rifugio e si trovano davanti un cadavere dimenticato, perché magari Peter Pan ha fatto secco un pirata o un indiano e si è scordato di sbarazzarsi del corpo.
Peter Pan è stato anche all'origine della prima delle mie grandi passioni: storie di fate e folklore. Da lì ho iniziato a leggere libri di fiabe - quelle originali, appunto, non quelle edulcorate in stile XX secolo - e di leggende popolari, di mitologia, divinità, fate e creature che oltrepassano la soglia per il nostro mondo: fate e creature che possono essere benevoli o oscure, potenti e crudeli, affascinanti e letali. L'interesse per questi argomenti non mi ha mai abbandonato, evolvendosi e crescendo con me, e spesso fa capolino nelle storie che ho scritto o che progetto di scrivere.

Più o meno nello stesso periodo, negli anni tra elementari e medie, ho anche iniziato a leggere un fumetto introdotto in casa da mio fratello maggiore: Dylan Dog. Confesso di averne abbandonato la lettura da una manciata di anni, ormai, ma per una ventina l'Indagatore dell'Incubo mi ha accompagnato, mese dopo mese. Un po' ha contribuito ad alimentare la mia passione per l'horror, un po' è stato un'inesauribile fonte di meraviglia, di emozioni, di elementi fantastici calati nella quotidianità di città reali... insomma, quello che mi piace scrivere. Una miniera, insomma, che ha nutrito la mia fantasia e mi ha anche fatto apprezzare la mescolanza di fantasy, horror e ironia... proprio quell'ironia vista spesso con sospetto (dagli editori più ancora che dai lettori) e che invece, per me, è indispensabile per raccontare storie di genere ambientate nella nostra contemporaneità e per dosare le emozioni da evocare (no, un libro di puro dramma non so se riuscirei a scriverlo, almeno non un urban fantasy).

A questo punto, però, mi sono resa conto che il post è già lunghetto, e considerato che dovrei citarvi almeno altre quattro cosette forse è meglio che mi interrompa qui, e rimandi il tutto alla seconda puntata... presto! Nel frattempo, se doveste dirmi voi quali opere hanno avuto un'influenza fondamentale sul vostro immaginario, quali citereste?
Alla prossima!

Puntata 2

Puntata 3

Da Pinterest