mercoledì 15 giugno 2016

Enjoy the ride (Alice Cooper live @Alcatraz Milano, 16 giugno 2016)

Ieri ho fatto un viaggio nel tempo.
Rivedere Alice Cooper, classe 1948, mi ha fatto proprio questo effetto. Un po' perché perfino abiti e acconciature dei musicisti della band sembravano ripescati dagli anni Ottanta, un po' perché sai già, quando il buon zio Alice viene impacchettato nella camicia di forza, che sul palco sta per salire l'affezionata ghigliottina, un po' perché il flavour dell'intero concerto era quello: hard rock puro e sano, horror show da luna park che quasi ti fa sentire il profumo dei pop corn, da un classico all'altro senza sbagliare un colpo. Un po' perché Alice Cooper inossidabilmente resiste al tempo che passa, canta come trent'anni fa senza perdere una nota, fa roteare il bastone e conduce uno spettacolo che fila come un treno quasi senza pause. E conclude con il botto, tra bolle di sapone, coriandoli e, infine, salendo sul palco per il bis, con esplosioni di stelle filanti azzurre, bianche e rosse e Trump e la Clinton che amoreggiano sul palco alle spalle di un Alice Cooper che chiede di essere eletto.

Foto da qui
C'è un po' di magone, anche. Perché Alice ti pugnala con il ricordo di Keith Moon, David Bowie, Lemmy Kilmister. Perché ti rendi conto che chissà, potrebbe essere l'ultima volta che lo vedi dal vivo, lo zio Alice, il primo musicista hard rock e heavy metal di cui mi sia mai appassionata (io ho un debole per i lunghi capelli scuri, lo sapete), che ha un anno in più di mio padre e ti fa venire voglia di offrirgli da bere e ascoltarlo raccontare chissà quante storie. E perché sai che i suoi tempi sono lontani e non torneranno: non solo perché adesso è ben difficile trovare band hard rock o metal che replichino i fasti suoi, o di Ozzy, o degli Iron Maiden, o dei Metallica... e chi prenderà il posto di tutti loro, una volta scomparsi?

Quello che ti fa venire il magone, però, è anche sapere che nessuno potrà più avere l'impatto di un Alice Cooper sulla società - ormai abbiamo visto tutto, abbiamo assorbito tutto, amalgamato tutto. Soprattutto il rivoluzionario: lo si può essere nel proprio privato, ma nulla cambia nel pubblico, nulla erode il conformismo di fondo della società. No, non lamentiamoci, ché noi abbiamo libertà altrove solo sognate; ma forse la capacità di restare scioccati, il coraggio di scioccare vanno salvaguardati, non recintati in spazi precisi, possibilmente in silenzio, ragazzi, ché poi occorre "crescere" e mettere la testa a posto.
Quella forza, quella speranza di libertà anni Settanta così tanto presa in giro nei telefilm o nei film, dove gli hippy e i rocker sono solo fattoni strampalati che parlano con le voci nella testa, è qualcosa a cui noi tutti dobbiamo tanto, senza nemmeno rendercene conto. E non è una foto sbiadita da dimenticare in fondo all'album dei ricordi.
È il biglietto di una giostra che sta a noi far valere anche nel nostro futuro.

Tocca a noi decidere la vita che vogliamo fare. Tocca a noi decidere che quello che non va, nel mondo intorno a noi, lo possiamo cambiare, lo possiamo prendere in giro, lo possiamo demolire.
Tocca a noi decidere di essere rock star.

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