martedì 26 luglio 2016

Adulthood is an (overrated) myth


Qualche giorno fa mi è capitata sotto gli occhi su Facebook la figura rosa che vedete qui accanto. Immaginate musichetta d'atmosfera, sguardo che si solleva verso sinistra (stile JD di Scrubs, per intenderci), e viale delle rimembranze...

Quand'ero piccola, avere trent'anni significava essere inevitabilmente adulti e sistemati: casa lavoro moglie/marito e probabilmente anche figli. Superati i diciotto, si è verificato uno strano fenomeno: la linea del tempo, che fino a quel momento mi pareva in salita - un'ascesa verso il futuro - si inclinò e cominciò a puntare verso il basso - una vertiginosa discesa inarrestabile verso l'età adulta. Una strada costellata di "dovrei" e aspettative prefissate: dovrei comportarmi da adulta, dovrei avere un lavoro, dovrei avere un'aria più seria, ecco, guarda quella mia ex compagna di liceo, e quell'altra, e quell'altra, in tailleur e con passeggino...
E io, invece, a comprare magliette strambe e dipingermi le unghie di nero. A dichiarare figli no grazie, so a malapena badare a me stessa, figuriamoci a un esserino che sbava. E più i venti si avvicinavano ai trenta, più mi accorgevo che... be', a me continuavano a piacere le magliette strambe e i concerti metal e figli no grazie ecc ecc.
"Ma poi cambierai", mi dicevano. "Guarda che poi è troppo tardi", minacciavano.
E io lavoricchiavo da precaria, passavo le giornate a scrivere, non sapevo cucinare. Gli adulti erano altri, mia madre, mio padre, quella santa donna della mia ex suocera... i coetanei che avevano messo la testa posto e non ricevevano occhiate perplesse da chi diceva invece a me "certo che sei strana".

Poi la vita "mi ha messo nelle condizioni di/ho scelto di" ribaltare tutto quanto. Nuova esistenza, prima con la mia sorellona elettiva come coinquilina, poi da sola. A pensare in prima persona a pagare l'affitto e cercare lavoro e capire che un posto a caso da commessa non me l'avrebbe dato nessuno perché ero già "vecchia", e quindi tanto valeva investire nel "giro largo" e tentare la follia di costruirmi il lavoro che volevo io. Tutto questo... vestendo magliette strane e dipingendomi le unghie di nero e facendo nottata sveglia a scrivere ecc ecc.
Skip forward: mi scopro adulta. Non solo anagraficamente, ma anche perché, in fondo, lavoro, pago le tasse, decido io a che ora mangiare o dormire o come vestirmi, insomma, tutto quanto il pacchetto.
Solo che non mi sento adulta più di quanto mi ci sentissi prima.
Perché vestiti, unghie eccetera sono sempre quelli, anzi, adesso mescolo magari tre colori di smalto diversi e la gente mi guarda perplessa uguale. Non ho un tailleur elegante, o forse uno sì perché me l'ha regalato mia madre ma non l'ho mai messo in vita mia, "figli no grazie" eccetera, non sembro una trentaquattrenne come quelli che vedevo vent'anni fa.
Però mi diverto, accidenti.
Un po' saranno le scelte che ho fatto, completamente e radicalmente diverse dal quadretto che i genitori pensavano per la generazione nata negli anni Settanta o Ottanta. Un po' lo spirito che sempre più mi scopro - il tempo è poco, quel che c'è va goduto, per riassumere: la vita vera è fatta dei momenti che ti emozionano, non dei giorni in cui lavoro dodici ore di fila - e l'orrore che mi ha sempre fatto l'idea che a un certo punto qualcosa nel mio cervello saltasse e mi ritrovassi a essere "seria e seriosa", a parlare solo di parrucchiere e di quello che "sta bene" o meno fare. Un po', e facciamocelo questo bagno di umiltà... So che non è una sensazione solo mia: praticamente chiunque conosca non "si sente" adulto.
Ed è allora che capisci che l'"adultosità" che ti avevano sbandierato quando eri piccola è solo una facciata.
Che nessuno è "adulto" nel senso di sapere sempre cosa fare, essere sempre sicuro, avere solo certezze e programmi da cui non si scappa. Che il margine di scelta è più ampio di quel che il mondo là fuori cerca di svenderti, e che non conta avere trenta o quarantanni o cinquanta, lavorare e avere una casa o una famiglia: puoi essere un metallaro che si porta le figliolette ai concerti, puoi farti una famiglia che non corrisponde per niente agli stereotipi tradizionali, puoi alzarti alle otto o alle sette o alle sei per lavorare... ed essere ancora giovane, per sempre. Chissenefrega degli acciacchi e dei capelli grigi: serietà e follia possono convivere. Impegno e divertimento. Saggezza e capacità di stupirsi.
Posso essere anagraficamente "adulta" e ritrovarmi, domenica sera, ad ammirare uno spettacolo di fuochi artificiali a occhi sgranati, sorridendo e saltando come una bimba, per esempio. POSSO. E potete, può chiunque. Perché diciamolo, chissenefrega se non siamo "come i nostri genitori". Non è un obbligo. Quella vita che quand'eravamo piccoli ci mostravano come inevitabile non è l'unica, e siamo noi a dover rivendicare qualsiasi vita desideriamo. Con famiglia o meno, con un marito o tre compagni allo stesso tempo, con un lavoro in ufficio o a farsi i propri orari in una comune hippie, con i vestiti eleganti o i jeans stracciati, in chiesa o sotto le stelle a ballare intorno a un falò... Va tutto bene, se è quello che volete davvero. E come detto lo so che è così per tanti altri, non sono certo l'unica. Ma là fuori i libri e i film ci mostrano sempre le stesse cose, la stessa sequenza, la stessa immagine genericoborghese, obiettivi sempre uguali. E allora forse è il caso di smetterla di vergognarsi, quando diciamo "non mi sento adulto" nel senso che vuole il mondo là fuori, e proclamarlo invece con orgoglio. E scrivere storie con personaggi folli come noi. E raccontarle, le nostre esperienze diverse.
Non importa chi si è, se abbiamo scelto noi di esserlo.

E poi, proprio mentre sto scrivendo questo post, la distrazionecazzeggio che porta a girolare sui social mi mette sotto gli occhi quest'altra immagine, condivisa da Alessia Savi, uno dei miei contatti su Facebook, con una domanda semplicissima:
è questa la vita che sognavi?

La risposta è altrettanto semplice: no.
Perché la realtà è più grande dei sogni.

Nella vita non c'è un lieto fine: è una cosa che va accettata. Ma questo non significa che tutto sia destinato ad andare male; semplicemente, un lieto fine è comunque una fine, mentre la vita è movimento, ciclo, cambiamento. Io che ho un rapporto conflittuale con il concetto di "futuro" e mi sto educando a fatica a lasciarlo da parte, a vivere solo un giorno per volta anziché rovinarmi il dolce di oggi pensando ai "chissà" di domani, scopro la bellezza di essere parte di quel fluire ciclico di stagioni e di cambiamenti che non devono essere per forza "negativi" o "spaventosi". Ho imparato sulla mia pelle che distruggere è necessario per ricostruirsi migliori. Ho imparato, come detto, che quei sogni che vengono insegnati alle bambine - quei passi preordinati e prevedibili che ci vengono svenduti come "ideali" anche nei film e nei libri, studio-lavoro-matrimonio-figli - non sono "obbligatori". Non sono nemmeno sbagliati, se è quello che uno desidera, voglio che sia chiaro: questo post non è una critica a chi nella "vita tradizionale" ci si trova bene. Quello che voglio dire è solo che la vita è... più grande. Con molte, moltissime possibilità in più tra cui scegliere, tra cui svolazzare, da assaggiare e da mescolare. Ognuno deve scegliere ciò che preferisce - ognuno può scegliere quello che preferisce, anche se spesso il mondo fa di tutto per dirci che non è così. E, qualsiasi sia il vostro sogno, il percorso per raggiungerlo spesso si fa imprevedibile, inaspettato, inimmaginabile finché non lo si vive. Come, d'altronde, qualsiasi altro aspetto della vita.
Per questo dico che qualsiasi siano i grandi sogni che coltivo e coltiverò, la realtà è più grande. Li calpesterà, li frantumerà, li rimetterà insieme come un mosaico giocando con i loro colori e ne tirerà fuori qualcosa di diverso, colmo di una bellezza ferita ma con il fascino di un guerriero pieno di cicatrici. Come un medico che ci costringe a bere una medicina amara, la vita guarisce le aspettative e le pretese, le presunzioni e gli assoluti... Sta poi a noi restarcene a letto, a lamentarsi e nascondere la testa sotto il cuscino, o alzarci, affrontare il sole e l'aria aperta e vivere. Zoppicanti, con qualche capello grigio, ma sorridenti comunque. Anche se non riusciamo a ottenere certe cose. Anche se altre ci feriscono. Dobbiamo essere come edere, avvilupparci intorno a ogni possibile sostegno e puntare verso il sole: magari cresciamo storti, magari seguiamo un percorso inaspettato, magari ci allunghiamo sviluppandoci in un angolo più nascosto di quello che avremmo pensato... ma cresciamo.

E così io non avrei mai immaginato di lasciare Biella, quand'ero piccola, ma è quello che ho fatto. Non avrei mai immaginato di sposarmi, perché "ugh, no", e invece l'ho fatto. E quando l'ho fatto non avrei mai immaginato di divorziare, e invece MENO MALE che l'ho fatto... Dieci anni fa non avrei immaginato di fare il lavoro che faccio ora, di scegliere di essere free lance invece della sicurezza del "posto fisso", di fare incantesimi, di scrivere quello che scrivo adesso, di scoprire a trent'anni suonati che l'Amore con la A maiuscola non è per niente come avevo pensato che fosse, è molto di più, e accidenti le storie d'amore vere sono meglio di quelle dei romanzi. Non avrei mai immaginato di vivere dove vivo ora... non avrei mai immaginato il 90% di quello che vivo ora, insomma.
E non ne avrei mai immaginato la bellezza, ferita e magica.

P.S. Il titolo del post è ispirato al libro Adulthood is a myth, tradotto in italiano con un meno raffinato Crescere, che palle, della bravissima Sarah Andersen.
Vi invito anche a guardare questo interessantissimo video sulla differenza nella percezione dell'età negli Stati Uniti e in Italia: Tia Taylor è praticamente l'unica youtuber che seguo con regolarità e nel suo canale troverete un sacco di altri video curiosi, utili e divertenti.

15 commenti:

  1. Mia mamma ha 52 anni e non è ancora una persona seria (per sua stessa ammissione), quindi credo che anch'io potrò permettermi di non diventare mai "seria".
    Però ho sempre l'ansia di trovare un lavoro (uno che magari non odio), una casa, magari una relazione... Ho accettato che la mia vita non sarà mai come l'avevo immaginata, ma alla fine spero che finisca per assomigliarci almeno un pochino.

    P.S. Anch'io seguo Tia Taylor e trovo i suoi confronti tra Italia e US molto interessanti. Non credo che avrei mai capito il concetto di razzismo che hanno gli americani, se non me l'avesse spiegato lei.

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    1. Mia mamma è "adulta" in tutti i sensi... però poi viene ai concerti metal con me. Questo la rende meno adulta? No. Solo che cresciamo con una certa immagine di quello che significa esserlo, e nessuno ci dice che possiamo esserlo invece in un milioni di modi diversi...
      Io ho sempre cercato una stabilità che sfugge, e alla fine sto cercando di abituarmi all'idea che già ce l'ho per quanto possibile e che bisogna godersi quello che si ha anche se una volta immaginavamo un futuro diverso... Ti auguro di trovare tutto quello che desideri!
      Io ho scoperto Tia Taylor da poche settimane e mi sto recuperando pian piano tutti i video, sono fantastici!

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  2. Ho guardato il video di Tia Taylor ieri sera, mi ha rinvigorito il vecchio astio per il contesto nostrano "sotto i 40 sei un règazzino e non sai niente" e mi ha portato un nuovo orrore per la vecchitudine che si auto-impongono in tanti.
    Che io mi sono ancora stupendo della totale balla che è l'età adulta. C'è così tanta gente che si limita nelle cose che fa/vuole fare solo per questioni anagrafiche e non so se la cosa mi faccia più impressione o tristezza. Mi fa ancora strano realizzare che OMMIODDIO SONO ADULTA, poi mi ricordo che è tutta una questione di facciata e mi tranquillizzo. Ma ammetto che prima di compiere i 27 ero un po' imparanoiata, temevo che di punto in bianco avrei iniziato a disprezzare la Disney e a indossare completi :P

    ... che bello riuscire a rimanere scemi. Sono contenta.

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    1. Rimanere scemi è una tale ricchezza!

      "mi ha portato un nuovo orrore per la vecchitudine che si auto-impongono in tanti.
      Che io mi sono ancora stupendo della totale balla che è l'età adulta. C'è così tanta gente che si limita nelle cose che fa/vuole fare solo per questioni anagrafiche e non so se la cosa mi faccia più impressione o tristezza."
      Sottoscrivo...

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  3. Io mi sono rovinato la giovinezza col mito dell'adultitudine. Perennemente convinto di essere più maturo dei miei coetanei, ero solo emotivamente costipato, in deficit di emozioni ed esperienze. Ho cominciato a vivere con leggerezza dopo i venti, ma presto mi sono costruito la mia "vita da adulto". A trentaquattro anni sono sposato, con due bambine, il lavoro fisso e il cane, le tasse e le spese. Ma lo vivo bene, mi sento un buon adulto, con la mente giovane e desideri di libertà, con un sogno potente da far convivere con la quotidianità scialba. Rimpianti? Sì, è ci perdo un sacco di tempo. Questa è la mia sfida da adulto: vivere la vita che ho davanti :)

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    1. "Ma lo vivo bene, mi sento un buon adulto, con la mente giovane e desideri di libertà, con un sogno potente da far convivere con la quotidianità scialba. Rimpianti? Sì, è ci perdo un sacco di tempo. Questa è la mia sfida da adulto: vivere la vita che ho davanti :)" Mi sembra un ottimo atteggiamento ^^

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  4. Sono perfettamente d'accordo con la prima metà del post. Anche io non mi sento adulto, nonostante abbia un negozio. E' vero, pago le tasse, e cerco di essere professionale, di gestire al meglio i rapporti con clienti e fornitori, in generale di dare il meglio nel mio lavoro. Questo però non mi impedisce, una volta finito il turno e riposta la divisa nell'armadietto, di tornare a vestirmi in jeans e maglietta metal, e di andare a spaventare le vecchiette. Ok, non lo faccio a posta, ma mi ricordo che una volta avevo addosso una maglia dei Bathory con un bel caprone satanico su, e sono passato a fianco a un prete, che mi ha guardato malissimo :D . Questo per dire, in ogni caso, che nonostante "il mondo degli adulti" pretenda che un adulto - per non parlare di un imprenditore - sia sempre elegante, io lo sono solo per quanto riguarda il lavoro. Nel mio privato, faccio come mi pare.

    Sono meno d'accordo, invece, sul discorso che ognuno può essere quello che vuole. Così dovrebbe essere, ma per adesso ancora non lo è. E' vero che si può vivere tranquillamente senza figli, senza essere sposati, e così via; per quanto riguarda il lavoro, però, purtroppo non si può prescindere. Sarebbe davvero bello se si potesse davvero fare ciò che si vuole senza pensare ai soldi - io per esempio se potessi leggerei libri dalla mattina alla sera. Però, a oggi purtroppo il mondo impone di lavorare. Per quanto mi riguarda, questo obbligo è la cosa più sbagliata al mondo, e siccome tanti se ne stanno accorgendo, magari qualcosa in futuro cambierà. Per ora però, la triste verità è che per vivere bisogna lavorare. Avrei tanto altro da dire sull'argomento, ma è meglio che mi fermi. E in ogni caso, sul resto del discorso sono ancora d'accordo ;) .

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    1. Non intendevo certo dire che tutti possano permettersi di vivere senza lavorare; è naturale che occorrano anche dei compromessi, o che non sempre si riesca a fare il lavoro dei propri sogni. Ma come hai scritto tu, finire la giornata di lavoro e dedicarsi a qualcosa che ci ricordi davvero chi siamo - una passione, un hobby, una serata divertente - è già un modo per essere adulti "a modo nostro"; questo intendevo ^^

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  5. Ma poi siamo sicuri che i nostri genitori che ci sembravano così "adulti" lo fossero poi tanto più di noi, alla nostra età? Mio padre che appena poteva correva in montagna ad arrampicare, mia mamma che sotto sotto continuava a essere un'impenitente sessantottina... Certo, avevano il posto fisso, perché quella era l'epoca del posto fisso e, certo, dovevano in qualche modo sembrare adulti e porre delle regole a una bimbetta che a tre anni (io non lo ricordo, ma loro sì) quando si arrabbiava (spesso e volentieri) voleva cacciarli di casa. Se un domani avrò un figlio, mi auguro di sembrare adulta ai suoi occhi. Che si accorga un po' più in là che se continuo a leggere fumetti, a scribacchiare, a giocare ai giochi di ruolo, forse è perché l'animo si rifiuta di cresce e a me va bene così.

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    1. E' vero quello che dici; penso che probabilmente all'epoca la quota di follia che si riusciva a salvaguardare venisse nascosta forse sotto strati più spessi di "normalità"... Oggi forse ci sono più possibilità di svicolare dai doveri del conformismo, per chi lo desidera

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  6. Un po' ha ragione Tenar: In realtà i nostri vecchi non erano né così saggi né così in gamba, in effetti.

    Però una volta a una certa età si appendevano le cazzate al chiodo (almeno in parte) e si faceva almeno la parte delle persone serie, vestiti, matrimonio, macchina, senso di responsabilità (questo sì voleva dire qualcosa e oggi non c'è più), vacanze con i marmocchi eccetera.

    Oggi si passa dal giovane (vero) al giovane (dentro) all'eterno bamboccione (sui 40-45) al vecchio senza davvero transitare per l'età adulta. Va bene così? Non va bene? Chi lo sa.
    Ci giudicheranno le nostre badanti.

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  7. Se diventare adulti significa accettare modelli discutibili e smettere di evolvere, allora grazie, sto bene così. Hai ragione da vendere, su tutto. La vita è molto più grande.

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    1. E più si esplora più la si scopre sempre più grande...

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  8. Uddeu, mi hai fatto venire in mente Vesto Sempre uguale dei 24 Grana ^^'

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    1. Non la conoscevo, la sto ascoltando adesso ^^

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