venerdì 2 settembre 2016

L'importanza del tempo per sé

Si critica spesso la cosiddetta "vita da spiaggia", e io stessa, quando penso ai viaggi che amo fare, parlo di Scozia, di Olanda, di città europee o meno, di isole dove alternare ai tuffi in mare le visite ai siti archeologici, come in Grecia, per esempio. Eppure, amo il mare: l'acqua è il mio elemento, l'azzurro il mio colore, il sole e la luce mi danno energia e mi mettono di buon umore.
Non andavo al mare da... nemmeno so quanti anni.
Eppure, convinta da un'amica - che non abbraccerò mai abbastanza - e ospite di vecchi amici di famiglia - che tuffo nel passato, ragazzi... grazie <3 - ho concluso quest'estate di lavoro con un week end a Pesaro, nelle Marche.
Giorni istruttivi.
Da troppo, troppo tempo non avevo vere pause, se non per brevi viaggi da non più di una manciata di giorni, solitamente in giro per festival o a visitare città - bellissimo, mentalmente riposante... ma non altrettanto dal punto di vista fisico. Forse il fatto che ai suddetti festival appena possibile mi sdraiassi sull'erba a sonnecchiare poteva essere una spia di quanto avessi bisogno di vero riposo, diciamo.
Tre giorni trascorsi in spiaggia dalla mattina alla sera, però, mi hanno dato un assaggio di quello che davvero significa staccare: da tutto, lavoro, pensieri (per quanto possibile alla mia testa bacata), perfino scrittura (avevo davvero il cervello in apnea). Ho fatto scorpacciata di vitamina D stando a rosolare al sole (adesso la mia carnagione, da bianco luna o Cosmic Latte - sì, esiste -, è passata addirittura a un Bianco Navajo - sì, di nuovo, esiste -, almeno sulle braccia. Sulle gambe una via di mezzo tra le due, diciamo. Comunque, non toccavo tali livelli di abbronzatura da... boh.) Ma, soprattutto, ho passato tre giorni a leggere - per un numero totale di pagine più alto di tutto il mese precedente - e a galleggiare nell'acqua, a passeggiare, insomma: a riposare.
E mai come quando ci si riposa davvero ci si rende conto di quanto ce ne sia bisogno, e di quanto poco lo facciamo.

Sono sempre stata una ferma sostenitrice del "si lavora per vivere, non si vive per lavorare". Sono freelance e indipendente apposta perché voglio farmi da sola i miei orari, gestirmi l'agenda, scegliere, se mi va, di andarmene a spasso di lunedì o di lavorare di notte o di farlo sabato e domenica e poi recuperare mercoledì, a seconda di esigenze, umore, impegni. Il problema è l'inevitabile ansia da "però se dico di no a questo lavoro poi non mi chiamano più", oppure "se dico di no oggi magari domani non c'è altro"... la prima è una stronzata, come ho avuto più volte modo di verificare, la seconda è connaturata al lavoro che faccio, quindi sai che roba: si accetta e si va avanti. Nonostante il terrorismo psicologico di chi cerca di costringerci a mettere sempre e solo il lavoro al primo posto (lo dice meglio di me questo video - ci sono anche i sottotitoli, se cliccate su una delle iconcine in basso a destra). Il risultato, comunque, è che sono andata avanti per troppo tempo ad ammazzarmi di lavoro, diminuendo di conseguenza anche la produzione letteraria (dopo aver scritto, letto, tradotto tutto il giorno, alle dieci di sera la voglia e la testa di mettersi di nuovo a scrivere sono assenti entrambe). A lavorare troppo spesso sabato e domenica senza recuperare almeno un giorno di riposo la settimana dopo. A farmi ansie su ansie. A sgranare gli occhi quando vedevo qualcuno che non aveva altro che il lavoro - né hobby, né amici, né buon umore - e a pensare ohddei per favore no.
Non così.
E a rendermi conto che, nonostante i buoni propositi e i consigli di chi mi sta vicino, cominciava comunque a mancarmi l'ossigeno.
Citando il buon Maccio, mobbasta.

Intendiamoci, continuo a riempirmi l'agenda di lavoro. Anche un po' troppo, a volte, lo so. Non credo di essere capace di impedirmelo (perché "e se poi domani non arriva altro?..." eccetera eccetera). Però, almeno, ho allentato un po' la corda; ho cambiato un po' certi lavori che mi davano più mal di stomaco di quanto fosse accettabile; ho iniziato a difendere strenuamente la mia oretta o più di scrittura quotidiana, che mi mancava tanto, tanto davvero; e ho tutta l'intenzione di tenermi almeno un giorno di riposo settimanale, d'ora in poi, che magari mi aiuterà anche a essere più concentrata durante il resto della settimana.
Capisco che non per tutti sia possibile, che qualcuno potrebbe dire "la fai facile, sei fortunata" e cose del genere. Ma non è mia intenzione sfidare la sorte o essere ingrata, lo sanno gli dèi: dico solo che il lavoro è importante, e ogni giorno lotto con la paura del futuro... ma nella vita non può esserci solo il lavoro. Non può esserci solo la paura. La vita sono le emozioni - l'amore, le esperienze, le coccole, le passioni, gli hobby, il pezzo di cioccolato o la dormita senza puntare la sveglia o il viaggio... il tempo per noi, il tempo per le persone importanti.
E così, il mio buon proposito sarà difendere il mio tempo libero. E per la prossima estate sarà farmi almeno una settimana intera di vacanza al mare, o in un bosco isolata dal mondo, o su un'isola lontana... dove non ne ho idea, ma importa relativamente. Almeno una settimana, se possibile anche qualche giorno in più, per staccare dal lavoro e dedicarmi solo a riposare, rilassarmi, leggere, stare al sole... e scrivere, certo.

Perché scrivere è quella cosa strana che è un lavoro e non è un lavoro, che è una passione e che è aria per respirare. Scrivere è una vitamina D per la mente. E se quest'anno avevo bisogno di tre giorni in cui non avvicinarmi nemmeno a un computer, l'anno prossimo magari sarò riuscita a trasformare la mia vacanza in un momento, oltre che per rilassarmi, per scrivere tranquilla.

6 commenti:

  1. Da stampare e rileggere quando "nonostante i buoni propositi e i consigli di chi mi sta vicino, comincia comunque a mancarmi l'ossigeno" (cit.). Grazie, ci voleva!

    RispondiElimina
  2. Chissà come mai riusciamo così facilmente a ignorare le nostre esigenze di recupero. Forse interiorizziamo troppo i messaggi dannosi che ci arrivano dal nostro mondo. E comunque, parlando di vitamina D: quasi per caso un anno fa mi sono fatta l'esame del sangue per verificare se avevo una buona base di vitamina D3, e ho scoperto di avere valori ridicolmente bassi. Parlando con la mia doc e con la farmacista ho poi scoperto che nell'ambiente si sa che quasi tutti sono fortemente carenti per via della limitata vita all'aperto, ma l'esame non è previsto tra quelli normali di controllo. Per fortuna le conseguenze non sono gravi: depressione, Alzheimer, diabete, artrite reumatoide... :( (Scusa l'off-topic.)

    RispondiElimina