giovedì 28 gennaio 2016

Notte horror

Buongiorno! Di recente le mie tradizionali "notti horror" mi hanno portato a recuperare un paio di film in lista d'attesa da tempo, e anche a vedere una nuova ciof... porcher... puttan... insomma, una nuova produzione. Due bei film su tre non è male, quindi via, se cercate ispirazioni per qualche visione orrorifica provate a pescare da qui.

Unfriended.
Mi dichiaro colpevole, quando uscì, di aver visto la locandina e aver pensato "uhm, sa di vaccata". In realtà, appena approfondita la questione, mi ero ripromessa di dargli una chance, e ne è valsa la pena. Il film parte da un'idea classicissima, lo spirito di una ragazza morta suicida che vuole vendicarsi di chi l'ha spinta al tragico gesto, ma sfrutta in modo intelligente la tecnologia moderna per raccontare la storia in modo insolito. Un gruppetto di amici, i classici ragazzotti americaniche vanno dall'insopportabile all'insulso, si ritrova in videochat ad affrontare lo spirito (reale? O dietro a tutto c'è solo un hacker?) che li costringe a mettere a nudo segreti, cattiverie, gelosie e meschinità, spingendoli a uno a uno al suicidio in modi terrificanti. Tutto il film è composto dalle schermate video - con tanto di chat segrete a lato, nelle quali i personaggi possono discutere in segreto o "contrattare" con lo spirito - e la tensione non manca. Non un capolavoro, insomma, ma un film godibile e costato praticamente niente, che apprezzerete di più se sapete l'inglese abbastanza da leggere le chat oltre a seguire i dialoghi. Curiosità: la protagonista è Shelley Hennig, Malia di Teen wolf.

Sinister 2.
Sequel di un film decisamente bello, di cui vi avevo parlato qui, merita la visione perché, fortunatamente, non si limita a fotocopiare il suo predecessore, che tanto giocava sul colpo di scena finale ormai già noto agli spettatori. Stavolta il punto di vista principale non è tanto quello dell'adulto che si imbatte nel "babau" che divora l'innocenza dei bambini, ma è proprio quello della piccola vittima designata. Se da un lato ritroviamo il poliziotto che, nel primo film, era stato testimone dei fatti (un personaggio insolito, un impacciato "tipo normale" che non ha nulla dell'eroe), dall'altro seguiamo i due fratelli che, nella casa stregata di turno, cominciano a dialogare con le entità comandate da Bagul. Non mancano quindi gli elementi essenziali del primo capitolo (i filmini che documentano le terribili stragi familiari, con i loro titoli innocenti e le loro immagini scioccanti e perversamente compiaciute della sofferenza che testimoniano), ma ci sono anche spunti nuovi e non poco interessanti. Insomma, il gioco del mostro è noto ormai (be'... quasi), ma le sorprese non mancheranno comunque. Se non conoscete questa saga, vi consiglio di recuperare entrambi i film.

The Vatican tapes.
E veniamo al momento ilarità.
La protagonista del film è una sosia di Kristen Stewart (evidentemente attuale paradigma dell'attrice attira-adolescenti; pure in Maze Runner il personaggio femminile principale era un semiclone della Stewart... e no, non è un pregio, quando l'espressività è quella di un termosifone). La fanciulla è ovviamente vittima di possessione da parte di uno spirito demoniaco, che provoca suicidi, voce roca tipo raucedine e tutto il solito corredo. Ma a intervenire saranno un simpatico pretino paffuto (che avrebbe fatto meglio a restare tra gli astronauti di The Martian - Sopravvissuto, dove era tra i compagni di Matt Damon) e soprattutto un esorcista giunto direttamente dal Vaticano (dopo esilaranti dialoghi con un sacerdote di colore che è chiaramente un houngan voodoo in incognito). Riuscirà la cavalleria a salvare la ragazza?
Considerato che il suddetto esorcista pare non avere la minima idea dei protocolli seguiti in questi casi (del tipo: non bisogna mai perdere le staffe con il demone di turno o dargli retta; non si sparano preghiere a caso, ma si pronunciano determinate frasi comandando l'entità in nome di Cristo; eccetera eccetera...), le prospettive sono pessime. Anche perché, ahah, l'astuta entità non è una qualsiasi... In mezzo a tutto questo aggiungete contrasti familiari buttati a caso per irrobustire la trama, manifestazioni demoniache che non fanno paura neanche ai bambini, illogicità sparse. Voilà, la boiata è servita.

martedì 26 gennaio 2016

Mi hanno detto che c'è stato un climax

Questo è un argomento su cui rimugino da un po', complici i continui esempi che mi sono trovata per le mani di recente, e così ho deciso di esorcizzarlo cercando di riderci un po' su con voi.
Non c'è bisogno di essere fissati con lo "show, don't tell" per capire che le scene in cui capitano le cose più importanti vanno effettivamente... be', inserite nel libro che state scrivendo: e intendo con la giusta ricchezza di dettagli, con il giusto ritmo... insomma, afferrate il lettore alla gola e non lasciatelo fino alla fine! Di sicuro, però, non vanno "riassunte" in due parole. Cioè, immaginate se, durante la visione de L'Impero colpisce ancora, nel momento in cui Luke e Darth Vader si incontrano... CUT! Luke è a bordo del Millennium Falcon, senza una mano, che spiega a Leia: "Darth Vader ha detto che è mio padre e mi ha ferito!"
Bum, zero pathos.

"Ahah! Ma certo, è ovvio!" vi sento dire. Eh, mica tanto, se i tre quarti dei romanzi che mi passano per le mani in questo periodo preferisce ricorrere a questi arditi e vertiginosi "cut" ("il giorno dopo il detective Pincopallo spiegò a tutti che aveva risolto il caso e arrestò il colpevole". Ah. *Yawn* Grazie.), oppure, quando va bene, risolvere il problema di un dialogo drammatico o di una morte sanguinosa con un rapido riassunto (del tipo "Tizio disse tutto quello che aveva dentro e lei si commosse tanto". Personalmente, trovo più emozionanti i volantini con le offerte del supermercato che mi lasciano davanti al portone del palazzo).

Ok, si tratta di ingenuità, normali per autori alle prime armi, un po' meno per gli altri, ma vabbè', come detto non si tratta di ovvietà come si pensa, forse. Come si fa a evitare questo... coitus interruptus con il lettore?
Al di là di tutta la teoria e la pratica e i consigli che si accumulano con gli anni, al di là di tutte le lezioni che tanti saranno ansiosi di farvi, io posso solo spiegarvi il modo più semplice e immediato che ho trovato per capire cosa va descritto in ogni dettaglio e cosa si più lasciar precipitare nell'oblio della "riga bianca" di stacco tra una scena e l'altra, il criterio che uso io quando scrivo: mostra quello che mostreresti in un film.

Fermo subito le proteste: lo so che un romanzo e un film sono mezzi espressivi diversi. E lo so, direte che un libro consente di calarsi nei pensieri dei personaggi in modo più completo e profondo rispetto a un film che, al massimo, può sfruttare dialoghi, espressività degli attori, ogni tanto la voce-pensiero (ma con parsimonia). E certo, un romanzo ha più spazio (e quindi scene, riflessioni, descrizioni, dialoghi) a disposizione rispetto a un film, che invece deve comprimere la storia in un'ora e mezza, due, qualche volta di più ma non troppo spesso. A maggior ragione, quindi, se una scena rappresenta un punto fondamentale della storia - per la crescita di un personaggio, per la risoluzione della trama, per lo sviluppo di una relazione... -, se, quindi, non potrebbe mancare in un ipotetico film tratto dal vostro libro, ecco, vi scongiuro: non riassumetela in due frasi, anche se è complicata e avete paura di non renderla al meglio.

Pensare la scena come "filmata" anziché semplicemente da scrivere vi aiuterà anche a gestirne meglio il ritmo: dove i personaggi/attori faranno delle pause? Come si muoveranno nella stanza in cui si trovano? O, naturalmente, in qualsiasi altro ambiente la scena si svolga. Giocherelleranno con qualche oggetto per sfogare il nervosismo? Lo sguardo gli cadrà su una foto appesa al muro? Quali gesti compiranno, e quando? Eviterete così l'effetto "monologo", con un personaggio che sproloquia per dieci o quindici righe senza una pausa e senza che gli altri intervengano, e anche la sensazione che i personaggi stessi siano manichini immobili che si limitano a blaterare in piedi sul "set". Oppure, se state descrivendo una scazzottata, o una sparatoria tra il detective e l'assassino, o un duello a spada, immaginate i movimenti dei personaggi come una sequenza cinematografica: prima di tutto vi aiuterà a capire se la mirabolante acrobazia che avete in mente o il trucco con cui il protagonista si contorce per sferrare il colpo finale sono in effetti verosimili e fisicamente possibili. Poi vi aiuterà anche a comprendere come gestire la prosa dal punto di vista stilistico, perché quando fendenti e affondi si susseguono veloci anche la vostra scrittura dovrà adattarsi alla rapidità della sequenza: i personaggi non avranno il tempo di pensare, il lettore non avrà il tempo di staccarsi dalla pagina. E quando invece i due contendenti si fissano, si studiano, si girano intorno... lasciate che la vostra prosa rallenti e costruisca l'atmosfera con frasi più lunghe e circostanziate.

Fate una prova: prendete, per esempio, la sequenza de La Compagnia dell'Anello in cui Aragorn, verso la fine, uccide l'Uruk-hai che ha trafitto Boromir. Guardatela: la pausa mentre quest'ultimo attende il colpo di grazia, il tempo che sembra rimanere immobile... e poi l'arrivo improvviso di Aragorn, la lotta concitata, la nuova pausa quando Lurtz estrae il pugnale dalla propria gamba, il nuovo scontro, il momento in cui i due personaggi si fissano, la morte dell'Uruk-hai. Vedete quanti cambi di ritmo? Provate a descriverla come se fosse una scena del vostro romanzo. Riuscite a renderla con  la stessa atmosfera, lo stesso equilibrio di pause e accelerazioni?
Forse vi sembrerà un esercizio banale, ma per quanto mi riguarda l'ho trovato estremamente utile quando ho iniziato a dedicarmi alla scrittura seriamente e mi ero esercitata a scrivere una "novellizzazione" di una serie tv che amavo da ragazza.
Ma che vi vada o meno di tentare l'esercizio, l'importante è che, quando il vostro protagonista dovrà affrontare il suo "cattivo", non vi limitiate a scrivere "ah, era stata una lotta davvero emozionante, piena di colpi di scena (fidatevi, eh!), ma alla fine Tizio Caio aveva vinto!"

mercoledì 20 gennaio 2016

L'inestinguibile oscurità: Macbeth

Non credo che mi fosse mai capitato prima, ma è stato il caso di questo Macbeth del regista australiano Justin Kurzel.
Finito il film, nel cinema nessuno si è mosso.
Nella sala - non esaurita, ma piuttosto piena - non si è sentito un fiato. Non una parola. Per almeno metà dei titoli di coda.

Sono parecchio affezionata a Shakespeare, anche se la mia lettura dei suoi testi teatrali risale per lo più a una quindicina di anni fa (abbondante). Ho una personale predilezione per Re Lear (il nome Goneril di uno dei miei vecchissimi personaggi viene da lì, of course), ma ho amato tante sue opere, compreso il Macbeth. Non potevo non vedere questa trasposizione, dunque: sono andata al cinema sulla fiducia, senza aver visto trailer o foto promozionali prima. E sono stata conquistata.

Prima di tutto, badate: il linguaggio è esattamente quello di Shakespeare, pertanto, se vi aspettate una versione moderna (tipo questo Amleto - decisamente non convenzionale ^^') rimarrete delusi, e potrebbe volerci un po' prima che vi abituiate, se non avete familiarità con i testi del Bardo inglese. Detto questo, è impossibile non rimanere rapiti dall'atmosfera di questo film, fatto di pennellate di colori mai casuali, di tormenti interiori, di una discesa nella follia che ha come protagonisti il nobile Macbeth e sua moglie: per ambizione, la donna lo spinge ad assassinare il legittimo sovrano (un invecchiato David Thewlis, qui simile a un bonario nonno, sempre più Lupin di Harry Potter e sempre meno perfido Einon di Dragonheart). Dapprima restio, Macbeth (un Michael Fassbender simile a un Aragorn caduto preda della pazzia, straordinario in questa interpretazione) si ritrova sempre più preda dell'ossessione e del sospetto, sempre più crudele e spietato nell'ordinare la morte di chiunque potrebbe rubargli il trono conquistato con il sangue (anche quando si tratta di bambini); parallelamente, l'algida lady Macbeth - una splendida Marion Cotillard, tanto delicata nell'aspetto quanto velenosa nelle parole - cede al rimorso e al peso dell'orrore da lei stessa inizialmente sobillato.

Non c'è un momento fuori posto, in questo film, e non c'è nemmeno tregua per lo spettatore, di fronte ai roghi che infiammano il cielo, agli sguardi delle streghe che profetizzano il futuro e svelandolo mettono allo stesso tempo in moto gli eventi, al realizzarsi delle loro parole nel modo più imprevedibile (la famosa "foresta che si muove", annunciando l'imminente caduta di Macbeth, è resa in maniera, per quanto ne so io, del tutto nuova). E a quell'immagine finale, su uno sfondo rosso come il sangue, che vedrete preannunciare il ripetersi di un orrore destinato a ritornare, mostrando tutta l'inestinguibile oscurità dell'animo umano.

lunedì 18 gennaio 2016

Italia, oggi

La Rete ribolle d'indignazione di fronte a quella certa frase di un certo editore che nessuno nomina, il quale, nelle sue linee guida per l'invio manoscritti, dice di non accettare il genere di cui prevalentemente mi occupo con la finezza di un poeta: perché "il fantasy, onestamente, ha rotto il cazzo."*

Due considerazioni lampo sulla faccenda.

Non è che il fantasy ha rotto il cazzo. Non vende un cazzo (in Italia), è ben diverso. Se i fantasy vendessero tutti cinquantamila copie, il genere starebbe simpaticissimo a ogni editore... che ci si butterebbe a pesce pubblicando qualsiasi manoscritto con elfi o spade, indipendentemente dalla qualità. E invece no, il sogno si è frantumato, l'editoria vacilla, quasi nulla vende oggi e tra i pochi libri che ancora fanno cassa no, non rientra certo il fantasy.

Considerazioni commerciali a parte, una frase del genere si commenta da sé. Stiamo ancora a discutere di "letteVatuVa alta" e "geneVi bassi"... Benvenuti nel Medioevo 2.0, ovvero il Terzo Millennio in Italia. Il fantasy tanto è robaccia, quindi se vende va tutto bene, altrimenti... come si diceva sopra: qualità? Non scherziamo, può forse esserci un romanzo di qualità nel fantasy? Non è fatto solo di cliché ambulanti, guerrieri e principesse? Oppure adolescenti innamorate di vampiri o equivalenti di turno?
Meglio scrivere storie esistenziali noiosissime e coltissime, già. Non sia mai che un lettore si diverta troppo: la lettura è sofferenza! Non si possono coniugare qualità della scrittura, temi interessanti e ritmo incalzante! Meglio restare ancorati a una terza persona onnisciente manzoniana (oh, la modernità) che sputa sentenze sulla vicenda di un grigio impiegato che soffre pene d'amore... ecco, quello sì interesserà alla gente. O forse no, ma permetterà alla cVitica di pontificare.
Urban faery - Cernunnos, the Horned God
by Midnight-digital, Chris Dessaigne.
Un mondo che non vuole più miti e leggende
è un mondo in rovina...

No, non voglio scrivere un post per difendere "il fantasy italiano", anche perché sembrerebbe che intenda solo tirare acqua al mio mulino. Già lo so che chiunque potrebbe attaccare la scena nostrana, elencando pessimi esempi pubblicati da piccoli, medi o grandi editori. Ed è vero; ma come in tutti i generi, anche nel fantasy di produzione italiana ci sono buoni libri e libri pessimi.
Quello che so è che ne ho visti, di bravi autori italiani (che sanno usare il punto di vista! Che sanno gestire il ritmo di una storia! Che sanno commuoverti, emozionarti, perfino farti pensare!). E la spocchia con cui vengono scaraventati giù per lo sciacquone insieme a tutto un genere mi dà sui nervi. Mi scoccia non vedere tradotti in italiano infiniti bei libri fantasy (urban, high, storico... qualsiasi sottogenere). E non vedo come le cose potranno cambiare, nell'immensa miopia culturale del nostro Paese che non coltiva lettori, che ancora è fermo all'Ottocento, che non osa, che non ha soldi, che non ha nemmeno la cultura per capirlo, il fantasy.
Ho conosciuto tanti lettori magnifici, in questi anni (sempre più rivolti alla lettura in inglese, per i motivi di cui sopra). Non è vero che non c'è un pubblico per questo genere, nel nostro scricchiolante e acciaccato Belpaese. Solo che quel pubblico è ristretto, troppo per interessare i grandi editori; ed è a volte poco coraggioso, a volte diffidente dopo troppe scottature subite in passato (non immaginate quante volte ho sentito dire "non volevo leggere il fantasy di XYZ perché è italiano, ma poi accidenti! Mi è piaciuto!".)

E ora, vi aspettate forse una conclusione incoraggiante? Una proposta risolutiva per chiudere il post? No, non ne ho. Si tratta di una fotografia sconfortante, contro cui si può lottare solo continuando a leggere, continuando a scrivere - e facendolo al meglio -, continuando a mantenere vivo questo piccolo club di appassionati. Che poi i libri vi arrivino in libreria o su ebook, pubblicati o autoprodotti, non conta (più): leggete e cercate le vostre perle in mezzo ai sassi, e parlatene, segnalatele, condividetele (preoccupatevi di piantare bei fiori, insomma, se volete che il giardino sia rigoglioso). E che l'Italia vada per la sua strada: ciascuno di noi può tracciare la propria, in qualsiasi direzione preferisca.

Della faccenda si parla anche qui, e segnalo un pezzo che tocca il tema di fondo qui. Ma il credito più grosso va alla bravissima Laura Mac Lem (ve ne avevo già parlato qui, ma è autrice, tra le altre cose, anche di questo), che ha segnalato per prima la frase da cui è partita la discussione.

*Specifico, visto che non è stato compreso da tutti: il problema non è che un editore non voglia pubblicare fantasy. Ci mancherebbe! Ognuno ha la sua linea editoriale. Il problema, in un caso come questo, sono i toni...

martedì 12 gennaio 2016

In time of need (dove tutto è iniziato)

Oggi vi regalo un racconto.
Non è un inedito, ma è una storia che volevo mettere disponibile on line da tempo. L'occasione è arrivata un paio di mesi fa, quando i ragazzi di Minuti Contati mi hanno chiesto di fare da guest al loro concorso per racconti-lampo. Ho offerto loro questa storia, un pochino rimaneggiata rispetto a quando la scrissi (ma non molto: non volevo rifarla da capo, volevo offrirvela come è nata nel 2010... ho giusto limato qualche frasetta), e ora la inserisco anche tra i racconti disponibili sul mio blog. Ci sono molto legata perché... be', perché da qui è nato tutto. Da qui è nato Angelize.

Il racconto si intitola In time of need, "Nell'ora del bisogno", titolo che si adatta al tema e allo stesso tempo richiama il testo di Angels dei Within Temptation (canzone che, durante la stesura, ho ascoltato all'infinito). La storia è stata pubblicata per la prima volta nel 2010 in Stirpe angelica e l'idea alla sua base è quella da cui poi è germinato il romanzo - anzi, due romanzi. Se avrete voglia di leggerla, ci troverete anche un "proto-Haniel"... la prima incarnazione di quello che sarebbe diventato uno dei miei protagonisti. Qui lo immaginavo un po' più vecchiotto e con gli occhi scuri (pensavo ad Alan Rickman in Dogma, per dire) e così l'ho lasciato, anche se poi nel romanzo la sua età è calata (fino ai 29 anni) e il suo aspetto è pure cambiato (bassetto, magrolino, e con quegli occhioni azzurri alla Jared Leto che allo stesso tempo ti sfottono e cercano di impietosirti alla "puppy eyes", brutto bastardo...)
Attitudine Haniel :-P

Che Angelize sia nato da qui l'ho scritto più volte, e anche "da dove mi è venuta l'idea di questi angeli": un po' come ribaltamento di quelli cui la gente pensa quando insegna ai bambini a pregare "l'angioletto custode" che dovrebbe proteggerli, un po' come recupero dei soldati di Dio che distruggono città e sterminano popolazioni, un po' come incarnazione del "disprezzo del mondo" e della carne tipico del cristianesimo medievale. Altre curiosità? Be', già nel racconto la città d'ambientazione sarebbe Milano, ma a causa del limite di battute che avevo quando l'ho scritto ho dovuto scorciare diverse cose, tra le quali alcune descrizioni del luogo in cui si svolge la storia. Che è diventato una generica città industriale... ma ora lo sapete: sì, è Milano anche lei.
E ora basta chiacchiere: spero vi divertirete a leggere.


In time of need

Sparkling angel
I believe
You are my saviour
In my time of need
Within Temptation – Angels

Nath si appoggiò al muro nel tentativo di tenerlo fermo: continuava a vorticare.
E aveva bevuto. E aveva parlato. Fino alla chiusura, seduto con il ragazzo a un tavolo nell’angolo. Gabriele lo ascoltava senza quasi sbattere le palpebre, senza mai voltarsi o agitarsi sulla panca o guardare altrove.

Ecco. Ce la stava facendo. Nonostante il caldo soffocante, la saliva acida in gola e gli occhi che non riuscivano ad accordarsi sulla direzione da fissare, ora il mondo era immobile. Tutto sotto controllo.
Poi si piegò in avanti e vomitò.
Non aveva avuto molta scelta: il suo stomaco aveva deciso che quattro Cuba Libre erano un po’ troppi per assorbirli in meno di un’ora, anche con l’aiuto della pizza mangiata prima di scoprire che Ylenia non sarebbe venuta a trovarlo, quella sera, non avrebbe portato i depliant dell’agenzia di viaggi, non avrebbe dormito con lui. In effetti, probabile che non l’avrebbe nemmeno più vista. Non aveva sopportato di guardarlo in faccia nemmeno mentre lo lasciava, preferendo un messaggio in segreteria. Difficile che avrebbe avuto ripensamenti, dal tono così definitivo che aveva usato.
Stronza vigliacca. Se non stavi bene con me, potevi dirlo prima che iniziassimo a parlare di matrimonio. «Ho i miei motivi»? E come si chiama il Signor Motivo?
Gli era sembrato saggio uscire, o avrebbe continuato a riascoltare il breve, brevissimo messaggio di lei fino a inciderselo nel cervello. Ma era fregato, lo aveva già imparato a memoria, pause a effetto e inflessioni cariche di gravità comprese. Continuava a sentirlo in testa, mentre guidava fino a un pub in periferia, quello dov’erano finiti per caso una sera e che a Ylenia non piaceva. Era sicuro che i Cuba Libre lo avrebbero distratto. Magari, dopo un paio, sarebbe riuscito addirittura a trovare un lato positivo nell’essere stato piantato.
Be’, non aveva funzionato. In compenso ora sentiva in bocca un sapore aspro e viscido e rimasugli di cibo e…
Vomitò di nuovo, lo stomaco contratto. Peggio che dopo gli addominali in palestra: aveva male dentro.
«Stronza.»
Nath si tirò su, barcollò più in là e appoggiò la schiena contro il muro posteriore del locale. Dalla finestrella sopra di lui si spandeva il puzzo dell’olio usato per le patatine fritte. Premette le dita sulla bocca per reprimere un altro conato.
Quando il suo respiro fu più regolare, passò sul viso il dorso della mano – adesso il caldo dentro faceva a pugni con il freddo di febbraio – e strofinò gli occhi umidi. Lacrime dovute agli sforzi del fisico, nient’altro. Lui non piangeva mai. Sei emotivamente sotto vuoto, gli aveva detto una volta Ylenia. La Stronza.
«Serve una mano?»
Nath tirò su col naso e cercò di mettere a fuoco la persona che gli aveva parlato. All’angolo del vicolo, sotto un lampione, c’era un ragazzo qualsiasi – vent’anni, forse, felpa grigia, jeans e capelli corti. Uno spot della normalità.
«No, grazie. Ormai ho già fatto da solo.»
Il ragazzo si avvicinò di qualche passo, tirando una boccata di sigaretta. «Serata di merda, eh?»
«Già.» Ancora una volta Nath asciugò il sudore freddo e le lacrime bollenti. «Possiamo definirla così.»
«Secondo me, il tuo errore è stato bere da solo.» Il ragazzo sorrideva comprensivo, anche se con una scintilla divertita negli occhi. «In due si parla e l’alcool fa meno effetto.»
«Non conosco nessuno in questa città.» Eh, già. Non era praticamente mai uscito senza la sua ormai ex ragazza, da quando si era trasferito lì per lei. E gli amici di Ylenia erano insopportabili. Piuttosto che stare con loro si sarebbe andato a schiantare.
«Be’, adesso conosci me. Gabriele.»
Il tizio buttò la sigaretta e tese la mano. Lui la strinse: non si sentiva in grado di rifiutare. «Nath.»
Di solito un tipo così lo avrebbe mandato a cagare perché non si faceva i fatti suoi, ma quella sera che importava? In fondo pareva gentile.
Ancora lo stomaco gli si contorceva. Meglio cercare di anestetizzarlo un altro po’.
«Chiodo scaccia chiodo,» disse Gabriele, come se gli avesse letto nel pensiero. «Dai, rientriamo. Bevi, sfogati e domani sarai pronto a spaccare il mondo.»
«Non voglio annoiarti con i miei casini» aveva biascicato Nath, a un certo punto – una lontana parte di lui, quasi del tutto messa a nanna dal rum, lo aveva rimproverato per come si stava comportando. Non sapeva quanti bicchieri avesse svuotato, il cameriere ritirava quelli sporchi ogni volta che portava quelli pieni.
«Nessun problema. Se posso dare una mano, volentieri! Tanto ero solo, stasera.»
Allora Gabriele aveva iniziato a intervenire nel suo fiume di lamenti sulla solitudine e su tutto quello che aveva mollato per seguire lei e così via. A dargli consigli. A spronarlo a reagire. «La ami o no?»
«Non sho.»
«Allora scoprilo» aveva detto, pagando l’ultima ordinazione. Non aveva bevuto niente, Gabriele, ma per questo giro si era concesso un whisky ambrato. «Va’ da lei, fatti aprire, guardala in faccia. Secondo me lo capirai. E allora saprai cosa fare.»
«Giusto!»
Avevano brindato, buttando giù i bicchierini d’un fiato. Quando uscirono, Gabriele lo sorresse mentre incespicava fino all’auto.
«Grazie.» Nath avrebbe voluto aggiungere qualcos’altro, ma non gli veniva in mente niente. Tastò le tasche in cerca delle chiavi. «Shei un amico.»
«Di nulla.» Gabriele infilò due dita nel taschino della sua giacca di jeans, estrasse il mazzo con il portachiavi di Snoopy e glielo porse. «È un piacere aiutare le persone. Corri da lei!»
E il suo sguardo era così entusiasta, così elettrico, che lui sedette al posto di guida, dopo due o tre tentativi riuscì a infilare le chiavi, ricordò di chiudere la portiera e partì sgommando.
Arrivo!

...

«Se stato un bel coglione, Nath! Potevi aspettare me, no?»
Lui si strofinò gli occhi, si alzò dal marciapiede su cui era sdraiato e si mise seduto.
Quello che vedeva non aveva senso.
La sua macchina accartocciata contro un palo della luce, le fiamme, i pompieri, l’ambulanza. A sirene spente.
«Su, forza. Tanto vale che cominci a pensare al futuro.»
Accanto a lui c’era un tipo con i capelli neri. E i contorni sfumati. Luminosi e ondeggianti. Fasci di luce lo avvolgevano, come ali ripiegate intorno al corpo. Il tizio lo afferrò per un braccio – mi sta toccando, ma non lo sento! – e lo tirò in piedi.
«Cosa succede?» balbettò Nath. Tornò a guardare la macchina – quasi segata in due dal lampione, come una torta mezza affettata – poi cercò gli occhi scuri del tizio. «Sei… un angelo?»
«Non sono.» Il tipo sbuffò. «Siamo.»
Nath abbassò lo sguardo.
Anche le sue mani erano chiare e splendenti, nonostante fosse buio, una notte rischiarata solo da aloni giallastri. Anche i suoi vestiti sembravano non avere una forma definita. Nath si voltò per controllare la propria schiena. Anche lui aveva…
«Cosa significa?»
«Significa che quel bastardo di Gabriel è arrivato prima di me, ti ha fatto ubriacare, così gli hai dato retta e sei andato a schiantarti. Complimenti, coglione che guidi sbronzo.»
«Lui… ha cercato di uccidermi?»
«Cercato mi sembra un po’ poco.»
«Oddio.» Nath si guardò intorno in cerca di un qualsiasi appiglio. Doveva essere un incubo. Doveva.
Ma ricordava…
(il fuoco che lo avvolgeva e dilaniava e carbonizzava e)
Strinse le palpebre, le riaprì. Il tizio lo fissava spazientito.
«E tu sei il mio angelo?» balbettò Nath. «Tu volevi salvarmi?»
«Io ti avrei fatto morire in qualche modo meno doloroso.»
«Cosa?!»
«Potessi averlo qui lo strozzerei, Gabriel. Ma chissà dov’è finito» inveì il tipo tutto d’un fiato.
Nath tremava. «Che cosa sei tu?»
Il tizio incrociò le braccia – quelle ali di luce splendenti di un riflesso rossastro, ora, pulsante. «Se credevi che gli angioletti stessero sulla spalla della gente a consigliare il bene, be’, sbagliavi. Forse qualche migliaio di anni fa. Ora che non c’è più il Vecchio, tutto ciò che vogliamo è goderci un corpo. Tu non sai che significa non averlo. Ma lo imparerai presto, stanne certo» aggiunse, cupo.
«Non capisco.» Nath avrebbe voluto dire ho la nausea, non mi sento bene, ma in realtà non era così. Era confuso, gli sembrava di galleggiare – abbassò gli occhi, e attraverso i piedi vide il marciapiede, la cicca che qualcuno aveva buttato – ma non si sentiva male.
Non si sentiva affatto.
«Ti sto spiegando, infatti, testone.» Il tipo lo studiò per qualche istante, un sopracciglio inarcato e la bocca piegata in una smorfia. Scosse la testa, andò verso i resti dell’auto, passando attraverso uno dei poliziotti, e posò le mani sulla lamiera rovente, senza un sussulto, senza una reazione. Si voltò a guardarlo: “Non possiamo mangiare. Né bere. Né scopare. Non possiamo provare niente. Vaghiamo, osserviamo gli stupidi umani. E li invidiamo. Ti sembra così strano che cerchiamo di guadagnarci il diritto di vivere davvero?”
«Continuo a non capire» piagnucolò lui. Si strofinò gli occhi – e sì, mosse le braccia, si tastò il viso, ma era come assistere ai gesti di un attore. Non si toccava. Non avvertiva né calore né freddo, né la pelle né i capelli. Sovrappose le mani davanti a sé: attraverso vedeva il fumo che il vento strappava all’auto, l’affaccendarsi inutile di polizia stradale e infermieri, i ficcanaso scesi in strada ad allungare il collo.
Il tipo dai capelli neri lo fissava quasi con pietà. Gli tornò vicino, mentre il bagliore rosso delle sue ali si affievoliva: «Sveglia, amico. Te l’ho detto, prima inizi a cercare il fesso da fregare, prima ottieni la tua seconda chance.» Abbassò la voce e aggiunse, in un misto di ostilità e rassegnazione: «Se non trovi un bastardo come Gabriel che ti precede.»
Nath indietreggiò. «Ma tu chi sei?»
«Haniel. Ma mi sarei scelto un nome più banale se mi fossi presentato a te prima, ovvio. E tu adesso sei Gabriel, visto che hai preso il suo posto.»
«Come sarebbe?»
«Si sceglie il cretino adatto. Qualcuno manipolabile. È la nostra specialità, no? Suggerire. Consigliare. Dare… spintarelle. Quello si ammazza, in un modo o nell’altro, tu ne approfitti e prendi la sua vita. Cioè, non proprio la sua» sogghignò, accennando alla forma scura che gli infermieri stavano coprendo con un lenzuolo. «Non la vorrebbe nessuno, adesso, la tua. Però ottieni l’energia necessaria a incarnarti in un neonato, da qualche parte nel mondo. Sei vivo e ti godi cibo, emozioni e scopate. E il fesso diventa angelo al tuo posto, perché l’equilibrio va mantenuto. Non possiamo uccidere, non otterremmo il passaggio; ma se qualcuno si sacrifica per te… Anche se non lo fa volontariamente, va bene uguale.»
«È orribile!»
«Per il vecchio te di sicuro. Per noi mica tanto.» Haniel sospirò. «E adesso mi tocca cercare qualcun altro. Tu eri perfetto. Giovane, pieno d’energia e stupido.»
«Smettila!»
Haniel lo squadrò senza scomporsi. «Stupido» ribadì. «Comunque, Gabriel è stato più veloce. Quindi buon divertimento, collega, ovunque tu sia» e mimò un brindisi senza allegria.
«Spero sia finito in qualche inferno a crepare di fame!»
«Dopo il modo in cui si è dato da fare, sarebbe ingiusto» osservò Haniel, serafico.
Nath non sapeva dove posare lo sguardo. «Non posso crederci. E poi Gabriele… Gabriel è stato con me, ha bevuto!»
«Ha capito che era il momento giusto e si è incarnato. Lo possiamo fare, per breve tempo, ma è solo un’illusione. Non ha sentito niente lo stesso. Se si fosse sbagliato e non fosse riuscito a causare la tua morte, avrebbe rischiato di dissolversi. Ma gli è andata bene.» Haniel alzò le spalle: «Perciò, quando deciderai di tentare, assicurati di non fallire.»
«Mai!»
«D’accordo. Ci credo. Buona fortuna.» Haniel si volse e si allontanò, confuso nel bagliore vibrante delle sue ali di luce.
«Ehi! Dove vai?» Haniel era un bastardo che si dispiaceva per la sua morte solo perché non l’aveva causata lui: ma era anche l’unico… essere che lo vedesse, che gli parlasse. Che lo potesse aiutare.
«Non sono mica il tuo angelo custode, bimbo» rispose Haniel, girandosi a guardarlo. «Quelle favole sono stronzate.» Incrociò le braccia e alzò gli occhi al cielo. «D’accordo. Vienimi dietro. Quanto meno due chiacchiere fanno passare il tempo. Spero che tu sia simpatico, se no sai che noia, Gabriel.»
«Non chiamarmi così! Io non potrei, non potrei mai…»
Haniel gli rivolse un sorriso ironico. «Scommettiamo?»
 

...

Luca era stufo.
Stufo di passare per lo sfigato, imbranato, debole che eseguiva tutto quello che Marco ordinava e non aveva il coraggio di prendere le proprie decisioni. E se lo faceva, come quando si era rifiutato di saltare da una finestra del palazzo di Ale solo per accogliere una stupida sfida a balconing, passava per codardo e basta.
Tu sei molto maturo, Luca, dicevano le prof. Sei proprio un bravo ragazzo, ribadiva sua madre.
Un bravo ragazzo maturo e solo.
Proseguì verso casa, lungo le vie grigie di smog della periferia industriale, fissandosi le scarpe, le mani cacciate in tasca. Prese a calci un sasso fin quasi in fondo alla strada, quando con un tiro maldestro lo fece finire in un tombino.
Sbuffò, calando ancora di più il berretto sulla fronte.
«Ehi, cos’è quella faccia lunga?»
Luca alzò lo sguardo.
Appoggiato a un lampione – tutto piegato perché un cretino era andato a schiantarcisi qualche mese prima, e infatti restava ancora un mazzo di fiori appoggiato lì accanto –, c’era un tizio più grande di lui, infagottato in un giaccone scuro. Fumava una sigaretta e sembrava non avere nulla da fare.
«Niente.» Luca provò a svicolare. Gli mancava giusto uno stramboide che voleva attaccare bottone. Magari era uno spacciatore.
«Dai! Si vede lontano un miglio che hai qualcosa che non va. E so anche cosa.»
«Come?» Luca lo osservò, diffidente.
«Ma sì, passavo dalla Via Leopardi mentre voi ragazzini strillavate» spiegò il tizio, andandogli dietro. «Eri tu quello che sfottevano, eh? Ho visto bene?»
«Già.»
«Guarda che potresti fargli il culo, a quelli, se solo ci provassi.»
Luca voleva ignorarlo, ma quel ragazzo aveva un sorriso così contagioso, una faccia così gentile e pulita. Non sembrava uno cattivo.
«Gabriele» si presentò il tizio, allungando la mano. Luca la strinse, riflesso condizionato della solita buona educazione. «Coraggio. Puoi cambiare le cose.»
«Sicuro.» Fosse facile! «Fatto sta che io da un balcone non mi ci butto.»
«Saggia scelta» commentò Gabriele.
Per qualche istante osservò il lampione contro cui era rimasto appoggiato a fumare: deglutì, lo sguardo spento, la sigaretta dimenticata tra le dita. Era così consumata che l’estremità accesa era arrivata a sfiorargli le dita, ma lui non sembrava essersene accorto.
Poi abbassò gli occhi sulle mani. Tirò una lunga boccata, e finalmente alzò lo sguardo con un largo sorriso.
«Però, secondo me» gli disse, «hai solo bisogno di qualcuno che ti dia fiducia in te stesso.»



Sparkling angel
Couldn’t see
Your dark intentions
Your feelings for me
Within Temptation – Angels

mercoledì 6 gennaio 2016

Perché dietro l'angolo io vedo i mostri (puntata 3)

Con un pochino di ritardo arriva anche la terza e ultima puntata di questa serie di post sulle radici del mio immaginario. Non un elenco di opere (letterarie, cinematografiche ecc) che amo/ho amato, ma quelle che più hanno contribuito a formare il mio stile, la mia visione delle storie, i generi e i registri con cui flirto più spesso. La differenza è importante: quando uscì al cinema mi innamorai de La Bella e la Bestia della Disney, ma non credo mi abbia influenzato in modo particolare (se non per il fatto che è l'insieme delle storie con cui entriamo a contatto, la costanza delle nostre letture/visioni/esposizioni all'arte, che ci stimola e ci fa crescere).

Nelle prime due puntate vi ho citato Peter Pan e Dylan Dog da un parte e Stephen King e Dracula dall'altra. Ne veniva fuori il ritratto di una ragazza, e poi scribacchina, amante del folklore/mitologia/fate & vampiri, dell'urban fantasy con sfumature horror e un bel po' di ironia. Il mio amore per il linguaggio ironico deriva anche dal fatto che ho un fratello maggiore con cui ho coltivato la prontezza per battute/battutacce/doppi sensi/sarcasmo, così come ora lo condivido con gli amici più cari (ecco perché se alla gente normale vengono in mente battute e doppi sensi tre volte al giorno, a me capita trenta, per darvi una proporzione. Haniel ringrazia). E devo anche tributare il giusto merito a quei meravigliosi film anni Ottanta, insieme fantastici e ironici, come oggi non se ne fanno più - due su tutti, quelli che so ancora a memoria: Ritorno al Futuro ("Il delfino ci ha uniti!") e ancora di più Ghostbusters ("Mi piace perché dorme sopra le coperte, un metro e venti sopra le coperte!")

Con la fine degli anni Ottanta, lo srotolarsi dei Novanta e, di conseguenza, la mia adolescenza, dovevano ancora arrivare, però, due scoperte a travolgermi del tutto, quasi contemporaneamente. Cominciò tutto il giorno in cui rispolverai alcune vecchie cassette con qualche disco di Alice Cooper, Ozzy Osbourne, AC/DC e Soundgarden, che mio fratello mi aveva registrato ma che non avevo mai considerato: feci partire la musica e...
BUM.
Era il 1998. Nel giro di pochi mesi avevo scoperto hard rock, heavy metal, thrash, death, power, black... tutto quanto, insomma, pian piano. E quando mi capitò in mano Nightfall in Middle Earth dei Blind Guardian... BUUUM! Non solo cominciò un'incredibile storia d'amore musicale, ma da lì andai a cercare il libro fantasy più famoso dell'universo, che conoscevo di nome ma non avevo ancora letto: Il Signore degli Anelli (e, naturalmente, poi, Lo Hobbit e Il Silmarillion).

Sì, ne Il Signore degli Anelli a me
fregava soprattutto di Aragorn
Tolkien si frisse in padella i miei neuroni di teenager e mi spinse a dirottare i miei primi tentativi di scrittura (che già duravano da qualche anno, ma non ricordo esattamente quanto: storie per lo più abortite in breve e mai concluse) verso il fantasy classico. Oggi non salvo praticamente niente di quelle prime storie, ovviamente ingenue, derivative e a dir poco zoppicanti per quanto riguarda lo stile, salvo due cose: la prima è il fatto che già si intravedessero temi di mio gusto e l'amore per la caratterizzazione dei personaggi (anche a loro, guerrieri con più lato oscuro che luce, elfi maledetti, maghi dal sorriso storto, sono affezionata). La seconda è che senza quelle prime centinaia - migliaia, forse - di pagine scritte, riscritte, ririscritte, che oggi preferisco non tentare nemmeno di risfogliare, non ci sarebbero state quelle di oggi: insomma, sono state un'indispensabile palestra e mi hanno anche consentito di affacciarmi sul mondo editoriale (e senza di loro non avrei partecipato a Stirpe angelica, non avrei scritto In time of need, e forse non avrei mai avuto l'idea per Angelize...)
Poi, grazie agli dèi, sono tornata all'urban fantasy e alle "cose strane e inspiegabili in ambientazione contemporanea". Ma a imparare e rompermi le ossa ho iniziato allora.

Blind Guardian anni Novanta. "I'm lost but still I know
there is another world..."
Se con il tempo il mio amore per Tolkien si è un po' raffreddato - è rimasto l'affetto, ma oggi non avrei voglia di rileggermelo, lo ammetto - il metal, e, in generale, la musica, sono stati una valanga che mi ha travolto e che è parte imprescindibile di ogni mia giornata. Mi sveglio, accendo il pc, faccio partire la musica e poi faccio colazione. E se devo uscire di corsa per andare a Milano, è l'iPod che mi accompagna. E qualsiasi cosa faccia (salvo se sto guardando un film) c'è musica nell'aria. I miei libri hanno una colonna sonora. I concerti affollano la mia agenda. I metallari con i capelli lunghi per me sono quello che erano i fighetti dei Take That per le adolescenti della mia gioventù.
Potrei inaugurare una serie di post solo su questo, ma condenserò. Prima di innamorarmi di zio Alice (Cooper) & co, avevo cominciato a interessarmi a cose come Alanis Morissette o Roxette, ma i miei ascolti erano sporadici. L'energia, la scarica di elettricità, la fibrillazione del metal non l'avevo provata mai, così come non avevo mai trovato così tanti pezzi che mi toccavano anche a livello di testi.
Sì, il look del mio Lucifero con completo nero
e cravatta rossa viene ESATTAMENTE da questa
foto di Fernando Ribeiro dei Moonspell
E, lo dico spesso, a insegnarmi a entrare nella mente dei personaggi, prima di qualsiasi manuale, è stato Hansi Kürsch dei già citati Blind Guardian, con i suoi testi meravigliosi (ancora mi commuovo quando canta struggente Clean my wounds, wash away all fear/let courage be mine/noone hears me crying/no song no tale which contains all the grief/(but) renowned the deeds and the victims of defeat...)
Con il tempo sono arrivati Within Temptation e i miei adorati Moonspell, gli Omnia che non sono metal come genere ma sono metal come spirito, e tanti altri. Ma non sarei la persona che sono né scriverei come (e quello che) scrivo senza la musica.

Ecco qui. Ci sono stati negli anni altri elementi che mi hanno influenzato e che sono entrati a far parte del mio immaginario, ma questi sono quelli che mi hanno colpito al cuore prima dei vent'anni, e che ancora mi porto dentro. E forse ripercorrerli ha fatto bene anche anche a me, o lo farà, spero: in un momento in cui non so dove vado e non so perché continuo, tornare alle radici e ritrovare quei brividi non può che essere un buon passo avanti.

Puntata 1

Puntata 2

lunedì 4 gennaio 2016

As only I can


Me ne sono stata rinchiusa in un bozzolo, in questi primi giorni dell'anno, lontano da internet e a riposo. Un  po' la stanchezza con cui sono arrivata al 31, un po' l'universo intero hanno cospirato per far sì che così fosse. Oggi si riparte, senza fretta ma con decisione: quello che vorrei fosse il mio mantra nel 2016, mi rendo conto.

Buoni propositi? Quelli del caro Neil qua sopra sono già ottimi, ma qualcosa va aggiunto.
- Voglio andare avanti, sempre e comunque, ignorando dubbi, sfiducia, "e se?", situazioni che non posso controllare.
- Voglio difendere il mio tempo: né il lavoro né nient'altro devono fagocitarlo così tanto come in questi ultimi mesi. Sfibrandomi al punto da rendermi incapace di concentrarmi anche quando un po' di tempo lo avrei. Impedendomi di leggere al di fuori delle letture di lavoro.
- Voglio staccare internet quando scrivo. E farlo spesso. E portare a termine quel certo romanzo frenato da troppi (indovinate?) "dubbi, sfiducia, 'e se?', situazioni che non posso controllare"
- Voglio magia. Voglio spostare le montagne. Voglio imparare. Voglio flirtare con la sindrome di Orfeo.
- Voglio sostituire i "farò" con i "faccio" ogni volta che sarà possibile.
- Voglio avere coraggio.

Know that I am loved.

Buon anno a tutti.

On air:
Folkstone, Mercanti anonimi
Le voci della sera

Ascolto rapito le fioche voci della sera
cerco nel presente un senso al mio ieri e al mio domani
Dormi ma lascia i tuoi sensi desti
sorprenditi e scolpisci il senso di ogni cosa
divora il vuoto con la fantasia
lenta e sottovoce riempirà i tuoi perché…