lunedì 5 settembre 2016

Poker d'horror estivi... in ritardo: The Witch, Somnia, Hush, It Follows

Questo è un post che progettavo di pubblicare molto prima - scorporandolo magari in più parti - e invece, alla fine, tra un impegno e l'altro è rimasto in attesa fino a oggi. Consideratelo dunque una semplice segnalazione di alcuni degli horror che ho visto quest'estate, per vedere se trovate qualcosa che vi stuzzica. Tranquilli, niente spoiler, solo cenni alla trama, ma non vi rovinerò il finale o i colpi di scena ;-)

E il primo, indiscutibilmente, è The Witch, senz'altro il piatto forte di quest'estate, almeno in Italia; all'estero era uscito prima e, se accettate un consiglio e ne avete la possibilità, mi raccomando: guardatelo in inglese... meglio ancora con i sottotitoli in inglese. Proprio il linguaggio usato in The Witch è uno dei punti forti che contribuiscono alla sua straordinaria atmosfera: i dialoghi rispettano l'inglese originale dell'epoca dei puritani in America (siamo nel Seicento), e sono in parte tratti proprio dagli atti dei processi del periodo. Non so come sia stato doppiato, ma indipendentemente da questo, godetevi le voci originali per calarvi ancora di più in The Witch.
Che poi, definirlo solo "horror" è riduttivo, come è riduttivo quando si parla di un altro gioiellino recente come Babadook (sì, ve lo citerò all'infinito). Horror, fantasy, fantascienza sono etichette spesso usate in senso denigratorio, soprattutto in Italia, e non devo spiegarvi io quanto questa sia un'immane idiozia: come se opere appartenenti a questi generi non potessero appartenere al "vero cinema" o alla "vera letteratura"... Se però per "horror" intendete solo sbudellamenti e un paio di spaventi grossolani, ecco: siete fuori strada in generale, e lo siete ancora di più in particolare quando si tratta di The Witch. Che poi mi sia capitato di vedere gente che lo commentava scrivendo "ma non è horror, non si capisce niente, è lento" fa capire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, in che pessimo stato siamo in Italia.

The Witch ci porta indietro nel tempo, in boschi desolati e sterili, ai margini dei quali una famiglia puritana religiosissima - padre, madre, la figlia maggiore Thomasin, il figlio Caleb, coppia di gemellini, un neonato - si arrabatta per strappare alla terra di che vivere. Che poi nel bosco ci sia una strega davvero è quasi (quasi) un elemento marginale: ciò che affascina sono l'atmosfera opprimente e la crescente paranoia che erodono gli equilibri familiari, rendono vani gli sforzi di un padre che non è, come si potrebbe pensare, il semplice "fanatico religioso", ma che perde progressivamente il controllo; di una madre tormentata e instabile per la perdita dei figli: prima il neonato, scomparso e rapito (dai lupi? O dalla strega?), poi Caleb, che svanisce nel bosco e torna... cambiato.
Le cose precipitano sempre più inesorabili. Thomasin diventa, innocente, il capro espiatorio dei drammi grandi e piccoli della famiglia, la cui paranoia è rinfocolata dai capricci degli orribili gemellini che accusano la sorella maggiore di essere una strega. Ecco, proprio i gemelli risultano tanto inquietanti quanto insopportabili: bugiardi, disobbedienti, saltellano cantando le loro orrende canzoncine al caprone nero della fattoria, Black Phillip... Sono loro a essere stati stregati dal diavolo in forma di capro? O Black Phillip è solo ciò che sembra, un semplice animale? E quando le accuse e le recriminazioni svelano bugie e ingiustizie familiari, che cosa succederà? Ci sono davvero le streghe nel bosco?...
The Witch gioca con l'ambiguità e l'assoluto realismo della ricostruzione storica (colori slavati, luce naturale di semplici candele e nient'altro durante le cene in famiglia, linguaggio d'epoca e così via), mettendo in scena un soprannaturale vero e concreto per i personaggi, ingabbiati nel loro paradigma religioso che li costringe a una vita soffocata, dura, di penitenza, autodenigrazione, e dove ogni scherzo o spiraglio di luce getta ombre inquietanti sulle loro anime. E solo all'ultimo lo spettatore capirà se quel soprannaturale esiste davvero o no, e che cosa davvero possono rappresentare le streghe per la giovane Thomasin.
Un film che vi consiglio assolutamente, sia che vi piaccia l'horror sia che non ne siate appassionati.



Hush (Il terrore del silenzio: scusate ma preferisco il titolo originale) e Somnia: ben due film per uno dei miei registi horror preferiti, quel geniaccio di Mike Flanagan, autore di piccole perle come Oculus e Absentia e di cui aspetto i prossimi Ouija, l'origine del male (prequel di uno dei film horror più brutti che abbia mai visto, Ouija, con il quale Flanagan non ha avuto nulla a che fare: il trailer promette molto meglio dell'originale) e Il gioco di Gerald tratto da King.

Partiamo dall'ultimo: aspettavo Somnia, storia di un bambino i cui sogni si materializzano nella realtà quando dorme, con molta ansia. Nel film non mancano le scene suggestive e il coinvolgimento emotivo: per il piccolo protagonista, Cody, un orfano che pur di non dormire s'ingozza di caffè e stimolanti perché è perseguitato da un terribile mostro degli incubi, che di volta in volta uccide i suoi genitori adottivi; per la madre disperata che ha perso il figlio Sean e ha adottato Cody insieme al marito, e che ora è divisa tra l'affetto per il povero orfano e l'irresistibile tentazione di sfruttarlo... quando nei sogni di Cody compare proprio Sean, la cui immagine si materializza di fronte alla donna. E che dire delle farfalle coloratissime che compaiono dal nulla? Dell'ambiente da incubo in cui si svolge il finale?
A differenza che in altri film di Flanagan, però, la trama non è priva di illogicità e nel complesso l'opera risulta meno imprevedibile ed efficace di altre, anche perché il doppiaggio italiano è molto più... rivelatore, rispetto all'originale, in merito all'identità del mostro che perseguita Cody. E tuttavia, le scene in cui viene mostrata la vera madre del piccolo e il triste destino che l'ha colpita mi hanno fatto singhiozzare, letteralmente singhiozzare al cinema. Forse non a tutti faranno lo stesso effetto, forse sono io a essere troppo sensibile su certi argomenti, per motivi personali... Fatto sta che in certi momenti Somnia è un colpo al cuore.
Meno poetico e più serrato è l'interessantissimo Hush, tradotto con un orrendo Il terrore del silenzio. Lo spunto iniziale è apparentemente classico: una ragazza sola in una casa isolata viene perseguitata da un serial killer che cerca di entrare. Ma Mike Flanagan non è mai banale, ed ecco che la ragazza... è sordomuta. Lo spietato killer toglie ben presto la maschera che vedete nella locandina e nel trailer qui sotto, e si rivela terribile proprio perché realistico: non una forza soprannaturale, non un energumeno dalle capacità inverosimili, ma un "semplice" giovane psicopatico e crudele. La lotta tra il killer e la donna diventa quindi serrata, imprevedibile, non priva di momenti forti, e il film funziona come un orologio svizzero, sfruttando efficacemente punti di forza e debolezze della protagonista (la bravissima Kate Siegel), sia quelli legati alla sua condizione fisica sia quelli legati al suo mestiere di scrittrice. Intelligente, mozzafiato, da vedere.



Tocca infine a It Follows: film controverso, di cui ho letto pareri esaltanti e stroncature crudele. A mio parere, in questo caso, la verità sta nel mezzo.
La trama è semplice: a Jay viene trasmessa una "maledizione" che passa da una persona all'altra attraverso i rapporti sessuali. Un'entità soprannaturale, che può assumere l'aspetto di qualsiasi persona, sconosciuti, parenti, amici, inizia a seguirla, camminando a passo lento: è possibile seminarla, ma prima o poi la si vede sempre rispuntare... e se arriva a toccarti ti uccide. Unico modo per salvarsi: passare la maledizione a qualcun altro. Ma se la "cosa" uccide il suo bersaglio, tornerà a dare la caccia alla vittima precedente.
Sgombriamo prima di tutto il campo da un dubbio: no, la maledizione di cui parla It follows non mi sembra affatto una banale metafora per le malattie sessualmente trasmissibili, tanto più che nel film l'unico modo di salvarsi, almeno temporaneamente, è continuare a fare sesso. Osservando il film con più attenzione e ascoltandone i dialoghi, ciò di cui si parla in realtà è ben diverso: è la morte in se stessa, la consapevolezza dei giorni contati che ci aspettano, la perdita di quella spensieratezza che appartiene solo ai bambini, e il sesso diventa piuttosto la metafora del passaggio all'età adulta, per i giovani protagonisti del film, che vivono in un tipico quartiere americano dove di adulti non se ne vede nessuno. Qua e là lo svolgimento scricchiola un po', ma, nel complesso, la visione mi ha soddisfatta, e qualche momento inquietante non manca, in particolare durante alcuni degli attacchi "spettrali".

venerdì 2 settembre 2016

L'importanza del tempo per sé

Si critica spesso la cosiddetta "vita da spiaggia", e io stessa, quando penso ai viaggi che amo fare, parlo di Scozia, di Olanda, di città europee o meno, di isole dove alternare ai tuffi in mare le visite ai siti archeologici, come in Grecia, per esempio. Eppure, amo il mare: l'acqua è il mio elemento, l'azzurro il mio colore, il sole e la luce mi danno energia e mi mettono di buon umore.
Non andavo al mare da... nemmeno so quanti anni.
Eppure, convinta da un'amica - che non abbraccerò mai abbastanza - e ospite di vecchi amici di famiglia - che tuffo nel passato, ragazzi... grazie <3 - ho concluso quest'estate di lavoro con un week end a Pesaro, nelle Marche.
Giorni istruttivi.
Da troppo, troppo tempo non avevo vere pause, se non per brevi viaggi da non più di una manciata di giorni, solitamente in giro per festival o a visitare città - bellissimo, mentalmente riposante... ma non altrettanto dal punto di vista fisico. Forse il fatto che ai suddetti festival appena possibile mi sdraiassi sull'erba a sonnecchiare poteva essere una spia di quanto avessi bisogno di vero riposo, diciamo.
Tre giorni trascorsi in spiaggia dalla mattina alla sera, però, mi hanno dato un assaggio di quello che davvero significa staccare: da tutto, lavoro, pensieri (per quanto possibile alla mia testa bacata), perfino scrittura (avevo davvero il cervello in apnea). Ho fatto scorpacciata di vitamina D stando a rosolare al sole (adesso la mia carnagione, da bianco luna o Cosmic Latte - sì, esiste -, è passata addirittura a un Bianco Navajo - sì, di nuovo, esiste -, almeno sulle braccia. Sulle gambe una via di mezzo tra le due, diciamo. Comunque, non toccavo tali livelli di abbronzatura da... boh.) Ma, soprattutto, ho passato tre giorni a leggere - per un numero totale di pagine più alto di tutto il mese precedente - e a galleggiare nell'acqua, a passeggiare, insomma: a riposare.
E mai come quando ci si riposa davvero ci si rende conto di quanto ce ne sia bisogno, e di quanto poco lo facciamo.

Sono sempre stata una ferma sostenitrice del "si lavora per vivere, non si vive per lavorare". Sono freelance e indipendente apposta perché voglio farmi da sola i miei orari, gestirmi l'agenda, scegliere, se mi va, di andarmene a spasso di lunedì o di lavorare di notte o di farlo sabato e domenica e poi recuperare mercoledì, a seconda di esigenze, umore, impegni. Il problema è l'inevitabile ansia da "però se dico di no a questo lavoro poi non mi chiamano più", oppure "se dico di no oggi magari domani non c'è altro"... la prima è una stronzata, come ho avuto più volte modo di verificare, la seconda è connaturata al lavoro che faccio, quindi sai che roba: si accetta e si va avanti. Nonostante il terrorismo psicologico di chi cerca di costringerci a mettere sempre e solo il lavoro al primo posto (lo dice meglio di me questo video - ci sono anche i sottotitoli, se cliccate su una delle iconcine in basso a destra). Il risultato, comunque, è che sono andata avanti per troppo tempo ad ammazzarmi di lavoro, diminuendo di conseguenza anche la produzione letteraria (dopo aver scritto, letto, tradotto tutto il giorno, alle dieci di sera la voglia e la testa di mettersi di nuovo a scrivere sono assenti entrambe). A lavorare troppo spesso sabato e domenica senza recuperare almeno un giorno di riposo la settimana dopo. A farmi ansie su ansie. A sgranare gli occhi quando vedevo qualcuno che non aveva altro che il lavoro - né hobby, né amici, né buon umore - e a pensare ohddei per favore no.
Non così.
E a rendermi conto che, nonostante i buoni propositi e i consigli di chi mi sta vicino, cominciava comunque a mancarmi l'ossigeno.
Citando il buon Maccio, mobbasta.

Intendiamoci, continuo a riempirmi l'agenda di lavoro. Anche un po' troppo, a volte, lo so. Non credo di essere capace di impedirmelo (perché "e se poi domani non arriva altro?..." eccetera eccetera). Però, almeno, ho allentato un po' la corda; ho cambiato un po' certi lavori che mi davano più mal di stomaco di quanto fosse accettabile; ho iniziato a difendere strenuamente la mia oretta o più di scrittura quotidiana, che mi mancava tanto, tanto davvero; e ho tutta l'intenzione di tenermi almeno un giorno di riposo settimanale, d'ora in poi, che magari mi aiuterà anche a essere più concentrata durante il resto della settimana.
Capisco che non per tutti sia possibile, che qualcuno potrebbe dire "la fai facile, sei fortunata" e cose del genere. Ma non è mia intenzione sfidare la sorte o essere ingrata, lo sanno gli dèi: dico solo che il lavoro è importante, e ogni giorno lotto con la paura del futuro... ma nella vita non può esserci solo il lavoro. Non può esserci solo la paura. La vita sono le emozioni - l'amore, le esperienze, le coccole, le passioni, gli hobby, il pezzo di cioccolato o la dormita senza puntare la sveglia o il viaggio... il tempo per noi, il tempo per le persone importanti.
E così, il mio buon proposito sarà difendere il mio tempo libero. E per la prossima estate sarà farmi almeno una settimana intera di vacanza al mare, o in un bosco isolata dal mondo, o su un'isola lontana... dove non ne ho idea, ma importa relativamente. Almeno una settimana, se possibile anche qualche giorno in più, per staccare dal lavoro e dedicarmi solo a riposare, rilassarmi, leggere, stare al sole... e scrivere, certo.

Perché scrivere è quella cosa strana che è un lavoro e non è un lavoro, che è una passione e che è aria per respirare. Scrivere è una vitamina D per la mente. E se quest'anno avevo bisogno di tre giorni in cui non avvicinarmi nemmeno a un computer, l'anno prossimo magari sarò riuscita a trasformare la mia vacanza in un momento, oltre che per rilassarmi, per scrivere tranquilla.