mercoledì 29 marzo 2017

Taste of India

Oggi mi trasformo in "food blogger"... no, mi viene da ridere solo a scriverlo. Diciamo che oggi vi racconto un esperimento culinario, e chissà che non vi stuzzichi.
Amo la cucina etnica - giapponese, cinese, indiano, eritreo... ditene una e se non l'ho provata la proverò (basta che non ci infiliate insetti di mezzo, ecco. Lì metto un paletto.)
Anyway, anche su richiesta dei miei assaggiatori di fiducia ho voluto provare a preparare l'halwa di carote, un dolce indiano che spesso gustiamo in un ristorante della mia zona. Problema: on line, se provate a cercare, si trovano mille ricette tutte abbastanza diverse tra loro per dosi e ingredienti. Pertanto, ho usato questa come base, con una spruzzatina di questa, e sono andata a istinto, adattando il procedimento a mio/nostro gusto. Per esempio, nella ricetta classica ci vogliono anche le uvette, ma siccome qui non piacciono a nessuno le ho eliminate senza pentimenti.
Se volete tentare l'impresa (non difficile, solo un po' lunghetta in quanto a tempi) ecco quello che ho fatto io, altrimenti scegliete una delle ricette che vi ho linkato o cercate anche voi on line la versione che vi piace di più!

Ingredienti:
500 gr di carote lavate e sbucciate
500 ml di latte
200 gr di zucchero
1 gr di cardamomo
15 gr di anacardi non salati
15 gr di pistacchi non salati + altri per guarnire
15 gr di mandorle + altre per guarnire
un pochino di burro

Procedimento:
Grattugiate con santa pazienza le carote, schiaffatele in pentola antiaderente con il latte, lo zucchero e il cardamomo (se avete il pestello tritatelo un po') e cuocete. Mescolando. Mescolando. Mescolando. Finché tutto il latte si è asciugato (calcolate tra la mezz'ora e l'ora, a seconda della fiamma). A quel punto, mettete da parte la pentola e tritate la frutta secca (fine o grossolana, a preferenza), tostatela in padella con un po' di burro e aggiungetela al composto di carote mescolando bene e cuocendo ancora un po'.
Distribuite in stampini di budino o in ciotoline, fate raffreddare e prima di servire decorate a piacere con pistacchi e/o mandorle tritate.
Avviso: è un dolce parecchio dolce, ergo consiglio porzioni contenute. Nel caso tenetene da parte per il bis!

On air:
Ovviamente Taste of India degli Aerosmith :-)

lunedì 27 marzo 2017

Irish girl

Se mi chiedete quali sono le mie città preferite al mondo, tra quelle che ho visitato, ovviamente, vi risponderò senza alcun dubbio Edimburgo (anzi, Edinburgh) per... tutto quanto, e Amsterdam, per la libertà che qui ci sogniamo su tutti i livelli. La Scozia è la terra che più mi affascina, ruvida e bellissima, e le Orcadi il luogo dove comprerei una casetta, se potessi, per farci ogni tanto un ritiro spirituale. Eppure, sono più una ragazza irlandese.
In comune, Scozia e Irlanda hanno quel meraviglioso clima da "four seasons in a day", come hanno detto i proprietari del graziosissimo bed & breakfast dove sono stata da poco, sperduto nella campagna nordirlandese, una grande casa in delizioso stile britannico dove ci hanno coccolato tra stanze graziosissime (ciascuna con il nome di un personaggio della mitologia irlandese) e colazioni abbondanti ed eccellenti. Pioggia, sole, cinque minuti di grandine, sole con un vento da portarti via, pioggerellina e ancora sole: questi i giorni irlandesi che ho passato sotto l'Equinozio. E, quanto meno in questo periodo, anche il mio umore funziona così: una - sfibrante - alternanza di tranquillità, ansia, preoccupazioni, ottimismo, depressione, pensieri fuori controllo che si inerpicano lungo i peggiori scenari possibili, immaginando dialoghi e tocchi e scene peggio che nei miei libri. Non sono molto brava a fingere calma, perciò è facile che dal mio viso nubi, tempeste e raggi di sole trapelino (evidenti, anche se sono solo la punta dell'iceberg!)
Certo, il clima mutevole è tanto irlandese quanto scozzese. La storia di queste due terre è molto complessa e non pretendo certo di riassumerla in poche righe di blog, né di coprire interamente la vastità delle vicende, lo spirito di questi popoli, i secoli - i millenni - che hanno condotto alla Scozia e all'Irlanda (Eire e Irlanda del Nord) moderne; quindi, per favore, non venitemi a dire "ma in realtà", "ma però", "ma invece", quando leggerete le prossime righe. Non sto scrivendo un post di storia, sociologia, politica o altro; sto appuntando su virtuale carta le mie personali impressioni e niente di più; ciò che lo spirito di quelle terre mi trasmette.
Quando sono in Scozia, percepisco la fierezza e l'orgoglio, miste alle risate di corpo e alle pacche sulle spalle mentre ti viene offerta una rossa doppio malto con cui buttar giù lo stufato. Un po' di autoironia e una litigiosità bonaria, se ha senso questo ossimoro; il calore di un camino dove accogliere i viandanti e la spada appesa al muro ma a portata di mano, ché non si sa mai. Le fate, qui, sono quelle casiniste di Fate a New York di Martin Millar, per intenderci. I mostri sono quelli giganteschi che si fa a gara per affermare di avere visto.
Un saluto dalla campagna nei dintorni di Belfast
In Irlanda, pioggia e sole bagnano una terra intrisa di malinconia e musica struggente. Certo, una Guinness non si nega ad alcun pellegrino, e il buon cibo, e un posto davanti al fuoco; e non mancano i guerrieri, anche se forse un po' stanchi; solo che la loro stanchezza è un silenzio un po' serioso che balena a tratti, mentre quella dei guerrieri scozzesi la si nasconde perché no, siamo sempre guerrieri, cazzo. Lo spirito irlandese conosce dolcezze, e le sue fate hanno i tratti eterei e delicati - ma anche letali, a volte - di quelle disegnate ad acquerello da Alan Lee, e non serve vantarsi di averle viste, perché se succede te lo si legge nelle linee che ti incidono la pelle intorno agli occhi.
Per questo dico di essere irlandese, più che scozzese, per quanto Edimburgo sarà sempre una delle mie mete predilette un gradino sopra Dublino; perché tra uno sbalzo vertiginoso da pioggia a sole a grandine a vento e una buona birra - rossa o scura, mi vanno bene tutte - mi ritirerò in silenzio, a cercare  nel fuoco del camino risposte che  non riesco a leggere. Le mie divinità mi abbracciano e mi mettono la spada in mano, mi trascinano in un ballo e mi azzannano. E se ci sarà musica canterò, e sarà di desideri e di storie, di ferite che ogni tanto riprendono a sanguinare e sì, anche di gioia di vivere e danzare. E non riesco a guardare al futuro senza pensare al passato, e temo e spero, e non trovo l'equilibrio tra questa terra e quella al di là del velo, tra il coraggio e la paura, tra ciò che sono e ciò che vorrei essere.

mercoledì 22 marzo 2017

Letture: La strada - La promessa

Ci sono libri che lasciano in bocca un sapore amaro - di cenere e sangue, di terra bruciata e di dolore. Non sono letture facili, ma non me ne sono mai pentita: sono quei libri che mostrano aspetti oscuri e spietati dell'animo umano, che svelano quello che c'è sotto la patina di civiltà sottile come una pelle che ci portiamo addosso. Mi vengono in mente Il Signore delle mosche di William Golding o Profumo di Patrick Süskind, libri letti molti anni fa ma mai dimenticati, e che ancora, a ripensarci, evocano sensazioni vividissime.
Entrambi i libri che vi segnalo oggi, letti per caso a poca distanza l'uno dall'altro, rientrano nella medesima categoria. Sono libri molto diversi, sia per stile sia per cadenza, ma entrambi li consiglio caldamente... stavo per scrivere "agli stomaci forti", ma evocherei immagini sbagliate. Diciamo che ve li consiglio se non temete di affrontare letture dure come diamanti e sporche come carbone.

La promessa di Friedrich Dürrenmatt è "Un requiem per il romanzo giallo", dice il sottotitolo. Una storia che ha per protagonista un detective eccezionale, ossessionato dalla promessa fatta alla madre di una bambina uccisa barbaramente in un bosco svizzero: trovare l'assassino, a costo della sua anima. E l'anima la perderà, il detective - non è uno spoiler: lo si sa fin dalla sua prima apparizione. Perché la genialità, l'intuizione, i piani visionari, la tenacia a volte portano al trionfo, a volte si scontrano con banalità grandi come sassolini ma capace di inceppare i meccanismi più complessi: la volontà non basta sempre a sconfiggere il caso. Non vi dico di più: il romanzo è breve, si legge velocemente, ma non si fa dimenticare con facilità.

Breve lo è anche La strada di Cormac McCarthy, e personalmente l'ho trovato ancora più indimenticabile. Bastano poche righe per ritrovarsi immersi in un mondo aspro e decaduto, dove gli uomini sono cannibali o sopravvivono racimolando gli ultimi rimasugli di cibo e oggetti utili da paesaggi e città decadute, dove la natura è morta e sterile, dove non esistono più colori e tutto è grigio a parte il sangue. L'unica luce, l'unico obiettivo del protagonista è proteggere il figlio, in una lotta per la sopravvivenza che può guardare solo al presente, perché il futuro potrebbe svanire da un istante all'altro. Tutto in questo libro è permeato da una forza inimmaginabile: i dialoghi scarni, i dettagli scelti alla perfezione, l'atmosfera minimale e intensa allo stesso tempo. Una storia di frammenti nudi che si piantano nel cuore e nella mente. Consigliato, se siete disposti a immergervi nel futuro sporco dell'umanità.