martedì 31 ottobre 2017

Samhain

La foto viene da Pinterest
Stasera termina un ciclo, uno nuovo inizia. Perché sì, a casa mia il "capodanno" lo si festeggia due volte, e prima di quello ufficiale che fa cambiare il calendario c'è quello d'autunno. Quello per ricordare le persone che non ci sono più e tutte le cose ormai passate, quello per ripensare a ciò che è stato e sbirciare verso ciò che sarà. Quello per accendere una candela e preparare una cena speciale, da consumare con i vivi e con i morti. A Biella, da dove vengo io - me lo sentirete dire spesso, che sono "fieramente biellese" - si usava un tempo offrire vino e castagne ai defunti, ma tradizioni di questo tipo sono presenti in tutta Italia, così come in altre terre. Giusto per ricordare che no, Halloween non è una festa "straniera", ma solo una festa antica con una maschera nuova.
Il che, d'altronde, è una delle abitudini preferite degli dèi: cambiare maschera, fingere di venire scacciati e dimenticati per poi fare capolino quando meno ce lo si aspetta, magari nell'affresco di una chiesa o in una fonte sacra che ha solo cambiato nome, in una canzone o in una piccola offerta lasciata a un crocicchio o in un angolo di strada.

Io sono confusa e inquieta, quest'anno, lo ammetto. Un po' è l'aria, l'atmosfera di questo periodo vibrante. Un po' sono i desideri che mi pesano dentro. Vorrei buttare nel fuoco tante cose, vorrei che le fiamme illuminassero quello che per ora si nasconde tra le nebbie d'autunno. Vorrei l'energia di questo fuoco che divora e purifica, che non è solo luce dorata ma anche calore che ruggisce, ma sono una creatura d'acqua e il fuoco m'incanta e mi spaventa, non lo so gestire, e dopo essermi scottata fino alle ossa negli anni scorsi ho paura di maneggiare perfino il fuoco che mi appartiene. Cerco un modo, ancora, per venire a patti con me stessa, nella bellezza e nell'imperfezione. Vorrei bruciare e dire addio a ciò che non voglio più, usare il fuoco per temprare lame. Ogni anno l'autunno e l'inverno mi avvolgono come un bozzolo, da cui riemergo in genere durante le feste natalizie. Vorrei vedere spuntare dei semi, per allora. Perché se continui a seminare e nulla spunta, la tentazione di bruciare tutto cresce. E io che sono creatura d'acqua non so se poi saprei domare l'incendio.
Vorrei forgiare me stessa, nel prossimo anno, in tutti quegli aspetti che ancora non sono abbastanza affilati come dovrebbero.
Vorrei, e forse è questo che chiederò stasera, tornare a maneggiare il mio fuoco senza paura.

Che sia un nuovo anno felice, dove il fuoco serva a forgiare strumenti nuovi per tutti voi e a illuminare le notti.

P.S. Rimando assolutamente al bel pezzo di Luca per un'altra riflessione assai interessante.

Mircalla e il Pampe consigliano questo libro,
per andare alla scoperta delle tradizioni italiane legate a questa festa

giovedì 19 ottobre 2017

It - Chapter One

Ci sono due libri di Stephen King che io venero, e sono L'ombra dello scorpione e It.
Ecco, l'ho detto subito, così vi sarà chiaro quanto io abbia atteso - prima con timore, poi con progressiva emozione - il film che Andy Muschietti (già apprezzato qualche anno fa con La madre) ha diretto e che esce oggi in Italia (con colpevolissimo ritardo rispetto all'estero, dove è uscito a inizio settembre). Ed è per questo che ve ne parlo oggi, anche se ho avuto la fortuna di poter vedere il film all'estero e in lingua originale, una cosa a cui tenevo tantissimo. Mi direte voi se il doppiaggio del Pennywise di Bill Skarsgård è ben riuscito (meglio di quello davvero grigio del trailer): io vi posso garantire che metà del personaggio sta nella raggelante, meravigliosa voce dell'attore.

Ma andiamo con ordine e facciamo un passo indietro. Spazzando via dal tavolo, prima di tutto, qualsiasi confronto con la miniserie degli anni Novanta: sì, l'ho vista. No, mi ha fatto pena. Sì, Tim Curry è Tim Curry. No, il suo It non è un mio culto. Sì, senza nulla togliere a Tim, il Pennywise di Skarsgård vince a mani basse.
Ecco, vedete? Non riesco proprio a procedere con calma e ordine, perché alla fine, comunque la si giri, si torna sempre a lui. Pennywise, il mostro dei mostri. Il male che infesta Derry, vi vive e se ne nutre, non solo divorando bambini e adolescenti (ma anche adulti, occasionalmente) dopo averne "condito la carne" terrorizzandoli grazie alla capacità di assumere la forma di ciò che più li spaventa, ma anche rendendo più violenta e malvagia della media la cittadinanza. Derry non è un bel posto: lì si muore o si scompare più della media. Lì, troppo spesso, gli adulti voltano il viso dall'altra parte quando qualcosa di brutto succede. E il resto del mondo non se ne accorge nemmeno, di queste stranezze... perché It non vuole che se ne accorga.
Contro il mostro saranno sette bambini, sette "perdenti", a combattere: sette creature fragili, impotenti di fronte al mondo incomprensibile e prevaricatore degli adulti, che tuttavia trovano la loro forza nell'amicizia, nel legame che li rende pericolosi perfino per Pennywise.

Dire che It è un romanzo lungo e complesso, difficilissimo da portare sullo schermo anche spezzandolo in due (e dividendo, intelligentemente, la linea narrativa dei bambini nel primo film e ciò che accade loro da adulti, ventisette anni dopo, nel futuro secondo film), sarebbe un eufemismo. Non si tratta solo di condensare un gran numero di eventi, ma anche un gran numero di personaggi, cercando di trasmettere la complessità e la ricchezza di dettagli con cui il buon Re ricrea il background dei suoi protagonisti così come delle sue comparse, la storia di Derry e l'atmosfera che vi regna. Ci è riuscito, Muschietti? La risposta è, nel complesso, sì. Ovvio, il film dura due ore: molto è stato tagliato, molto è stato semplificato. Ma la parola chiave l'ho già usata: atmosfera. Quella c'è, eccome: Derry è davvero Derry. E se solo gli amanti del libro riconosceranno la quantità di particolari che ne compongono il quadro, le strizzate d'occhio a quello che è stato tolto ma non dimenticato, la cura con cui vengono ricreati ambienti e personaggi, credo che anche lo spettatore che non ha letto il libro percepirà questa ricchezza. Penso al murales che fa riferimento alla banda Bradley, o al fatto che Stan, il più ordinato dei Perdenti, sia sempre l'unico che usa il cavalletto della bicicletta quando gli altri fanno cadere le proprie senza badarci; penso alla statua di Paul Bunyan (orribile e plasticosa) che ricorda una scena del romanzo qui assente, o ai riferimenti alle tartarughe, o al fatto che Beverly sia mancina... e tanto, tanto altro ancora. Certo, avrei voluto qualche minuto in più di film per fornire un pochino più di spazio alla caratterizzazione del bullo Bowers, per esempio (c'è una scena che ne mostra in maniera estremamente efficace il background, ma arriva verso la fine, e fino a quel momento lo vediamo in pratica solo picchiare, urlare... bullizzare, appunto), per curare meglio quella di Mike (di questo - e di mille altre cose - parla benissimo la Bolla), o per scavare un po' di più nella storia di Derry (che nel film c'è, ma amando come viene ricreata nel romanzo ne avrei voluta anche di più; probabile se ne riparli comunque nel prossimo capitolo cinematografico). Si tratta però di piccole cose, anche legate al gusto personale: il film funziona eccome già così.


La forza di questo It, comunque, sono i personaggi e gli attori che li interpretano. Il casting è azzeccatissimo, punto: dai Perdenti allo psicopatico Henry Bowers, dagli adulti che compaiono nella pellicola a lui, Pennywise. Che ha la gestualità di un folle pupazzo a molla, il volto che si accartoccia in un frignare derisorio o si illumina di gioia crudele, una voce che finge gentilezza e poi assume toni inumani. Pennywise prende in giro le sue vittime e gioca con loro, ipnotizza e tortura, per poi sfoggiare il sorriso più inquietante che ricordi. E attraverso lui Andy Muschietti mescola un po' dei propri marchi di fabbrica (ditemi se la donna del ritratto non ricorda lo spettro di La madre) al flavour anni Ottanta che oggi è tornato di moda (dico solo Stronger Things e San Junipero di Black Mirror), avvicinando i Perdenti e i loro aguzzini (ho adorato il mullet e i vestiti di Henry) ai ricordi di chi, oggi, ha l'età per tornare a Derry ad affrontare It una seconda volta. Perché lo si sa, vero, non è uno spoiler: il mostro tornerà, ventisette anni dopo... nel capitolo due del film, per la resa dei conti.

Dunque, da appassionata del libro, per la prima volta sento che è stata fatta giustizia ai Perdenti e a Pennywise. Molto si è perso per ovvi motivi di spazio (e budget, ma il prossimo capitolo di sicuro potrà osare di più), qualcosa è stato cambiato o adattato, ma lo spirito dell'opera, e la natura del mostro, sono rimasti gli stessi. E sarà questo l'It che ci darà davvero gli incubi (lo posso testimoniare!)

Chiudo con un personale desiderio: che (un altro) Muschietti metta mano anche all'Ombra dello scorpione per trarne un (paio di) film belli come questo, curati come questo, e con un Randall Flagg grandioso quanto questo Pennywise...

martedì 17 ottobre 2017

Letture - estate e dintorni

Rieccomi a fare il punto con le letture degli ultimi mesi. La cadenza di questi post non è mai regolarissima, ma cerco di scriverli tre o quattro volte all'anno (l'ultimo lo trovate qui); d'altronde, non sono elenchi di tutti i libri che ho letto, ma solo di una selezione. Quelli più interessanti, quelli che mi hanno colpito, quelli che volevo leggere da tempo ma avevo sempre rimandato, e così via, sperando di fornirvi qualche spunto o di farsi scoprire qualcosa che possa stuzzicarvi.

Ho letto i libri segnalati nello scorso post?
Abbastanza. Ho concluso quelli che avevo in lettura: Summer knight di Jim Butcher, il saggio Rhetorics of fantasy di Farah Mendlesohn. Gli altri che avevo in mente di iniziare, invece, sono stati scavalcati da titoli diversi...

Cosa ho letto di bello, di recente?
... che ora vi segnalo. Prima di tutto, ho concluso Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, un libro che da moltissimo tempo volevo leggere, che avevo iniziato e poi interrotto. Ve ne parlerò meglio in un futuro post, ma posso dire che sono rimasta soddisfatta della lettura (e non è facile accontentarmi, quando si tratta di vampiri...) Ho poi letto la Trilogia di New York di Paul Auster, raccolta di tre insolite e peculiare storie "gialle", che mi ha accompagnato sulle spiagge di Tenerife. Mi sono dedicata poi alla saggistica riprendendo due tempi per me sempre intriganti, la "caccia alle streghe" e, di nuovo, i vampiri: nel primo caso ho letto Witch Hunters di P.G. Maxwell-Stuart, interessante trattazione dedicata alle figure impegnate nella lotta alla stregoneria. Non solo inquisitori, ma anche "pricker", per esempio (gli uomini incaricati di piantare spilloni nel corpo della presunta strega in cerca del famoso marchio invisibile lasciato da Satana), la prospettiva della medicina, quella dei religiosi... insomma, una carrellata sulla mentalità e la società tra quattro e seicento, in Europa e non solo. Sul secondo argomento, ho recuperato Le vampire: crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing, un saggio incentrato soprattutto sulla figura delle vampire al cinema: alcune riflessioni interessanti, una marea di titoli e un panorama di voyeurismo ed erotismo a uso e consumo dello spettatore maschio... Ecco, diciamo che le donne vampire non stanno molto meglio delle donne e basta, quando si parla di sessismo.
Infine, le tre letture che ho preferito in assoluto: il meraviglioso Kings of the Wyld di Nicholas Eames (che uscirà in italiano a febbraio!); il delicato La signora dei gomitoli di Gisella Laterza, che vi ho segnalato la scorsa settimana; e, per quanto riguarda i classici, l'affascinante Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, a cui pure dedicherò un post.

Che cosa leggerò nei prossimi mesi?
Bella domanda, come sempre. Io programmo, seleziono, metto da parte... e poi ovviamente le carte si rimescolano, passo di libro in libro come una farfalla tra i fiori, scopro titoli imprevisti o me ne vengono prestati di consigliatissimi, e tutti i programmi vanno in fumo. Ma è anche questo il bello, no?
Dunque, in lista ho come sempre un po' di romanzi e un po' di saggistica. Dal classico manuale di scrittura Rhetoric of Fiction di Wayne C. Booth, un volume poderoso e ricchissimo, al saggio sulla caccia alle streghe di Salem A storm of witchcraft di Emerson W. Baker, a quei testi che già avevo citato nella mia lista la volta scorsa e che ancora attendono (Stories about stories. Fantasy and the remaking of myth di Brian Attebery, How novels work di John Mullan e Seidweys. Shaking, swaying and serpent misteries del caro Jan Fries, sulla tradizione nordica del seidr).
Per quanto riguarda la narrativa, ho alcuni autori giapponesi da godermi, i Dresden files da continuare, qualcosina di Franzen, qualcosa di Swanwick, qualcosa di Hal Duncan... in realtà, solo la lista delle cose che "voglio leggere prima di subito" mi occuperebbe quattro o cinque post, per cui è meglio che mi fermi. Consapevole che tuffarmi in tutte le storie che vorrei è una missione impossibile, ma decisa a... cadere sul campo ;-) Alla prossima!

giovedì 12 ottobre 2017

La signora dei gomitoli - Gisella Laterza

Se sbirciate tra gli scaffali della mia libreria, ne vedrete uno dove abbondano raccolte di fiabe: i Grimm, Calvino, leggende di vari Paesi. L'argomento fiaba, il folklore, la mitologia, le tradizioni popolari mi hanno sempre affascinato e di tanto in tanto aggiungo nuove letture al tema.
Poi mi capita tra le mani un libro nuovo, scritto da una cara e talentuosa amica. Una raccolta di fiabe, ma non quelle famose: fiabe dal sapore antico, ma tutte nuove. Sembra un ossimoro, eh?
Invece è questo che Gisella Laterza, dopo l'affascinante romanzo Di me diranno che ho ucciso un angelo (Rizzoli 2013), ci regala oggi La signora dei gomitoli: un filo di lana colorata da seguire per percorrere un viaggio attraverso alcune delle più belle città italiane, ognuna teatro di una fiaba. Storie che parlano di principesse e incantesimi, come da regola; ma anche storie che parlano di ragazzini di oggi e di angoli nascosti però ancora visibili, luoghi reali e carichi di storia; di magiche trasformazioni e di librerie che si contendono lo spazio all'acqua; di draghi e di tartarughe... e di molto altro ancora.

Ed è questo che mi affascina, de La signora dei gomitoli: la capacità di Gisella di proporre qualcosa di nuovo che allo stesso tempo tocca corde universali e antiche. Semplicità e leggerezza (al Calvino delle Lezioni americane sarebbero proprio piaciute queste fiabe, voglio credere) che ricordano la danza di una fata sui petali di un fiore, e che non hanno nulla a che fare con l'ingenuità o l'inconsistenza. Gisella è un talento aggraziato, che sta crescendo senza clamore come una foresta destinata a diventare maestosa.
Se volete farvi un regalo, o se volete farlo a qualcuno - adulto o bambino, ragazzo o ragazza - vi consiglio con tutto il cuore questo libro; e chissà,  magari recuperate anche Di me diranno che ho ucciso un angelo. Non ve ne pentirete.

“La Signora è sempre in viaggio. Trova storie per le strade, dentro i pozzi, sotto i baffi dei gatti. Quando arriva in una nuova città, si siede in mezzo alla piazza, solleva la valigia, tira fuori i gomitoli, li srotola. Intreccia i fili e inizia a raccontare. Attorno a lei si radunano molte persone, soprattutto bambini, non perché le sue storie siano solo per loro, ma perché i bimbi, si sa, sono più attenti.” Le fiabe della Signora dei Gomitoli percorrono l’Italia intera, da Torino a Otranto, da Bergamo a Napoli. Per scoprire che in cima alla torre più alta di Bologna viveva un tempo una principessa di nome Garisenda; che a Milano c’è una casa con l’orecchio e che se le si sussurra un desiderio, è sicuro che si avvererà; che i primi abitanti di Lampedusa si chiamavano Sinibaldo e Rosina e amavano le tartarughe che venivano dal mare.

lunedì 9 ottobre 2017

Senza filtri - Lily Collins

Il momento in cui ti viene proposta una nuova traduzione è sempre speciale. Stai per scoprire, in pratica, il compagno di viaggio con cui dividerai lunghe giornate per i successivi due-tre mesi. Leggi la trama - un po' come se fosse la "presentazione in breve" di un profilo Facebook - e cerchi di capire se passerai con lui avventure emozionanti o se arrivata a sera desidererai di scappartene via rifugiandoti nella compagnia di letture migliori. Se lo detesterai e non farai che insultarne i personaggi giorno dopo giorno o se ringrazierai che il tuo lavoro sia così bello da aver messo sul tuo cammino un libro indimenticabile. Aspetti di imparare da lui, di ballare con lui, di rassettarlo al meglio come se stessi risistemando i capelli e vestiti di un partner che hai strapazzato un po'... per poi mandarlo per la sua strada in attesa di un'altra danza con un nuovo compagno di viaggio.

È di uno di questi compagni di viaggio che vi racconto oggi. Un altro libro uscito da poco e che sono felice di avere avuto l'onore di tradurre, un altro memoir di un'attrice, come I diari della principessa di Carrie Fisher, di cui vi avevo parlato qualche tempo fa. Stavolta, però, si tratta di un'attrice giovane, Lily Collins, figlia di Phil, che forse avrete visto nel recente Fino all'osso - To the bone, in Scrivimi ancora, in Shadowhunters o in varie altre pellicole. Tuttavia, Senza filtri non è tanto il memoir di una giovane attrice figlia d'arte che racconta la propria ascesa al successo, i piccanti  particolari dietro le quinte di Hollywood o il glamour delle passerelle. No, si tratta prima di tutto della lettera aperta di una giovane donna a tutte le altre giovani donne che affrontano questo complicato XXI secolo.
Lily Collins non è un guru, una profetessa o una professoressa in cattedra. Lily Collins è una ragazza che ha affrontato l'anoressia e l'impossibile ricerca della "perfezione da copertina", il dolore di un padre a volte assente e con un passato da alcolista, le relazioni con fidanzati abusivi. Ed è di questo che parla: di come sia importante, prima di tutto, trovare il coraggio di essere se stessi e far sentire la propria voce.

In un mondo dove fior fior di libri romance spacciano per "romantiche" storie dove stalker prepotenti si permettono di baciare a forza le protagoniste, in un mondo in cui qualsiasi forma fisica che si discosti dal modello velina diventa "grassa", in un mondo in cui le sole famiglie "per bene" sono quelle che rispondono a un unico modello plastificato da Mulino Bianco, Lily Collins racconta - ed è vero: senza filtri - l'angoscia che si prova nel vedersi sbagliate, le menzogne messe in atto per convincere gli altri che vada "tutto bene", l'incubo che si vive quando a farci paura è una persona che dovrebbe amarci. Ma Senza filtri è anche la storia di come una teglia di biscotti fatti in casa possa diventare il primo passo verso la risalita; di come le incomprensioni con i genitori si possano risolvere; e di come le persone che ci fanno male si possano e si debbano estromettere dalla nostra vita. È una storia di tatuaggi che significano molto e del coraggio di essere un po' folli, di viaggi in angoli affascinanti di mondo e del desiderio di cambiare, in meglio, se stessi e il mondo. E io, che ho la mia mezza tonnellata di problemi molto simili alle spalle, mi sono spesso ritrovata a tradurre le parole di Lily Collins con la pelle d'oca. Mi sono ritrovata a desiderare che qualcuno me l'avesse messo in mano a quindici anni, questo libro, o a venti, o a venticinque, quando nascondevo il cioccolato nei cassetti e non sapevo nemmeno più che fine avesse fatto mio padre, quando mi si diceva "non metterti quella maglietta, non sei una silfide" e quando avevo paura delle persone che mi trovavo vicino.

E così, allo stesso modo, vorrei che alle ragazze di oggi questo libro capitasse in mano. E ai ragazzi, anche. Perché quando tutti ti dicono che devi comportarti da "signorina" e non puoi fare quello che fanno i maschi; quando ti dicono che devi imparare "a tenerti il tuo uomo" anche se è uno stronzo, perché se no sei una zitella; quando ti insegnano che se vai oltre la taglia 40 sei grassa... be', io vorrei che le ragazze rispondessero con un grande, solennissimo no. No, sono bella così, magra o in carne, sportiva o sovrappeso. No, l'importante è che stia bene, fisicamente ed emotivamente, non che sia come qualcun altro mi vuole. No, l'importante è che io sia me stessa, non "l'altra metà di qualcuno".
Perché ragazze, ricordatevelo, per piacere: non avete bisogno di una metà che vi sorregga, ma di qualcuno che cammini al vostro fianco. Non avete bisogno di qualcuno che vi dice cosa fare, cosa pensare o quando parlare, ma di qualcuno che ama quello che fate, ciò che pensate e la vostra voce.
Senza filtri.