mercoledì 26 dicembre 2018

Trent'anni da quattr'occhi

Avevo sette o otto anni quando misi gli occhiali.
Alle elementari, dunque, con il corredo di vergogna il primo giorno che mi presentai a scuola da quattr'occhi per la prima volta e un barlume di speranza infantile - e infondata - che sarebbe stata una situazione solo temporanea, che avessi gli occhi affaticati ma che, dopo aver usato gli occhiali per un po', sarebbero "guariti".
Per i successivi trent'anni della mia vita, quasi, quegli occhiali (e le varie montature e lenti di gradazioni sempre maggiori che si sono succedute) sono stati lo strumento che mi ha consentito di vivere una vita normale. Indispensabili e odiati, una routine sempre uguale - mettili nel cassetto la sera, riprendili al mattino appena sveglia se vuoi che il mondo acquisti un senso; puliscili; stai attenta quando salti, quando fai ginnastica, quando abbracci la gente, quando ti addormenti in poltrona, quando fai sesso, quando vai in piscina. Una preoccupazione - occhio che si rompono e costano un sacco, porca pupazza si sono stortati, merda la lente si è graffiata - e una benedizione della nostra epoca, perché qualsiasi scomodità svanisce di fronte alla prospettiva di vivere costantemente da miope (e anche un po' astigmatica nell'occhio sinistro, nel mio caso). La vita con quattro diottrie in meno, insomma, diventa una vita di rassegnata abitudine: scherzi facendo provare gli occhiali a chi ha la vista perfetta e dice "wow, con questi non vedo un tubo". Ti abitui ad avere sempre la custodia a portata di mano quando sai che, per esempio al mare, dovrai toglierteli per nuotare. Non badi più al fatto che il mondo ha dei precisi confini - una cornice tutto intorno, e se guardi troppo verso il basso o di lato la cornice segna il confine tra gli oggetti i cui colori rimangono dentro le linee e quelli che sembrano un acquarello su cui qualcuno ha pianto.

Questo Natale, però, è stato diverso.

Questo Natale mi sono fatta un regalo. Un'altra benedizione della nostra epoca, che desideravo da tempo ma, ehi, non viene gratis, e quindi ha dovuto attendere. La correzione di miopia e astigmatismo grazie alla chirurgia laser.
Ora, non descriverò qui l'operazione in sé perché ho verificato che non tutti apprezzano: gli occhi sono un punto particolarmente sensibile e molti si impressionano (perciò, sì, troverete una descrizione più approfondita in coda al post, a parte: legga solo chi vuole!) Sappiate solo (soprattutto chi è miope e medita se, un giorno, forse, chissà...) che è qualcosa di fattibilissimo, di molto meno drammatico di quanto potrebbe sembrare, e che non smetterò mai di consigliarla, ora che ci sono effettivamente passata. La data (11 dicembre) era fissata fin da settembre, in una clinica di Milano dove opera la mia bravissima oculista aronese, e per molte settimane è rimasta un argomento lontano, a cui cercavo di pensare il meno possibile, salvo quando si trattava di programmare il lavoro lasciandomi un paio di settimane di "buco" a dicembre perché, naturalmente, avrei dovuto stare lontana da pc e telefono per un po'. Poi, a fine novembre, ho cominciato a organizzarmi, a sentire il giorno fatidico avvicinarsi, in particolare all'acquisto del collirio preparatorio che avrei dovuto mettere tre volte al giorno nei tre giorni precedenti. Ed è lì che un pochino di ansia, lo ammetto, ho cominciato a provarla: perché chissà come sarà nella pratica l'operazione che mi era stata spiegata perfettamente in teoria; perché chissà se andrà tutto bene; perché chissà se nei giorni successivi proverò davvero così male (consiglio: evitate i forum su internet, che non faranno altro che mandarvi nel panico).

Arriva poi l'11 dicembre. Giungo in clinica accompagnata con largo anticipo, c'è tempo di una cioccolata calda, di rifare gli esami per confermare che sì, posso operarmi, che sì, i miei occhi  hanno proprio questo e quel difetto.
Poi mi chiamano (ed è qui che, se volete sapere come si svolge l'operazione nel dettaglio, vi rimando all'ultimo paragrafo del post). Alla fine della chirurgia, da sdraiata mi alzo a sedere, i medici mi chiedono se mi gira la testa, se sto bene. Io guardo quello che ho davanti a me.
E lo vedo.
Lo vedo, lo vedo, lo vedo. È a mezzo metro da me o poco più e senza occhiali lo vedrei-più-o-meno, sfocato. Invece adesso lo vedo, cazzo, lo vedo. Mi guardo intorno, ecco, sì, le scritte sulla porta sono un pochino tremolanti, ma le leggo. Non sono una macchia indistinta, quello che gli inglesi definiscono splendidamente blur. No, non mi gira la testa. Esco e torno in sala d'attesa, sorrido e incoraggio la ragazza che attende il suo turno. Il mio accompagnatore alza la testa sorpreso, "Ma sei appena entrata! Sarà un quarto d'ora, forse neanche..."
Io mi siedo accanto a lui. Lo vedo. Lo vedo. Lo vedo.
Mi vengono le lacrime agli occhi.

I giorni successivi non sono, in verità, semplicissimi, ma la mia oculista - che mi controlla quotidianamente - sa sempre prevedere esattamente come andrà la giornata seguente e quindi non mi spavento. Il martedì dell'operazione vedo abbastanza bene, e anche il mercoledì, ma accidenti, gli occhi bruciano sempre un po', lacrimano sempre un po', sembrano sempre avere una ciglia dentro e non posso sfregarli, ma solo asciugarli. Vivo in casa al buio, quando cucino accendo la luce ma ho gli occhiali da sole, i gatti si lamentano perché si sentono trascurati ma mi spiace, cuccioli, non posso farvi dormire con me, non voglio che mi diate testate in faccia e mi spargiate pelo sul cuscino... mi farò perdonare. No, niente dolore atroce la prima notte, come alcuni raccontano: la tachipirina 1000 è la mia fedele compagna, una al mattino, una al pomeriggio quando gli occhi sembrano gonfiarsi, una la sera per dormire bene e via, niente fitte lancinanti. Non posso leggere, sbircio il cell giusto ogni tanto, uso i messaggi vocali, ascolto audiolibri, sonnecchio, faccio partire musica su Youtube dallo smartphone. Stacco, da tutto.
Il giovedì, eccolo: il giorno in cui la vista sarebbe calata. L'oculista mi aveva avvisato, fa parte della guarigione: ho ancora addosso le lenti a contatto protettive, adesso vedo tutto sfocato, non riesco neanche a leggere i messaggi WhatsApp. Ma procede tutto secondo i piani. Sono tranquilla, sul serio, anche se buio, musica, sonno - che fa bene, fa guarire - e la serie continua di colliri e lacrime artificiali cominciano a diventare un po' più difficili da sopportare. Un po' scienza, un po' magia, un po' dèi benevoli fanno sì che le lenti mi vengano rimosse dall'oculista (con una pinzetta, urgh) già venerdì sera anziché (come originariamente previsto) sabato o addirittura lunedì: l'epitelio (rimosso durante l'operazione per poter usare il laser) si è riformato, ma è molto graffiato, soprattutto a sinistra, ho gli occhi infiammati. Posso cominciare con colliri al cortisone, gel apposito, e ancora lacrime artificiali, ovviamente. Sabato ancora fastidio, ancora bruciore, ancora occhiali da sole in casa, ma la sera esco, non ce la faccio più, sto sclerando a stare in casa e riemergerne solo per le visite di controllo. Che vanno bene, comunque: "Vedrà che domani andrà molto meglio". Sarà.
Domenica, in effetti, rinasco.
La vista è ancora un po' sfocata, ma posso leggere il cellulare. Colliri, lacrime, gel, bla bla, ma ci vedo molto meglio, non mi dà fastidio la luce naturale in casa, non ho più fastidio, sensazione di avere qualcosa negli occhi. Sono viva. Porto la mano alla tempia per aggiustare gli occhiali come miliardi di altre volte, e non li trovo.
Da allora è un continuo migliorare. Martedì posso ricominciare a usare il computer (poco, triplicando le lacrime artificiali, lo schermo anche a luminosità bassa è difficile da leggere, ma leggo su carta, stampo tutto il lavoro che posso). Occhiali da sole fuori casa, certo, anche la sera perché le luci artificiali mi danno un po' fastidio e ancora di più l'aria fredda, ma in casa zero problemi. Mercoledì, giovedì, ogni giorno è meglio: l'infiammazione sta guarendo, l'epitelio sta guarendo, quando i "graffietti" sulla sua superficie saranno spariti vedrò al mio massimo; l'occhio sinistro rimane più indietro di quello destro, è ancora un po' astigmatico, ma si sistemerà anche lui. Ed è già un'altra vita.
È già un'altra vita.
Post workout - il primo dopo l'operazione,
il primo senza occhiali che mi ballano sul naso ^___^

Natale. Sono passate due settimane esatte dall'operazione. L'astigmatismo del sinistro è già passato da due diottrie a 0,25, sparirà probabilmente del tutto; con il destro vedo già a 11 decimi. Prima mettevo lacrime artificiali anche perché sentivo fisicamente gli occhi "asciugarsi", adesso a volte me lo impongo perché è l'ora di farlo ma quasi non me ne accorgerei, altrimenti. Continuo a usare gli occhiali da soli all'aperto, ma solo di giorno, e sarà così per un paio di mesi almeno, credo, ma chissene: sono una vampira strafiga, col cappottone nero, le occhiate della gente sono impagabili. Faccio ginnastica e non ho occhiali che mi scappino dal naso quando sono a testa in giù. Sono riposata - una settimana di stacco totale dal pc mi ha fatto bene, e vorrei non scordarmi la lezioni: concedermi più riposo, anche se sì, ci sono sempre milioni di cose da fare e lavori da sbrigare. La gente che mi conosce mi dice "cavoli, non sono abituato a vederti senza occhiali", "ma hai messo le lenti a contatto?" Penso alla prossima estate e sogno di andare al mare, fare immersioni come a Tenerife nel 2017, e vedere. Tutto. Ogni singola scaglia di ogni minuscolo pesciolino. Prossimo controllo dall'oculista ai primi di gennaio, per allora la mia vista sarà ancora migliore di adesso.

Ogni tanto ancora mi aggiusto occhiali che non ho più sul naso e mi viene da ridere.
È già un'altra vita.


L'OPERAZIONE.
A titolo informativo, se siete curiosi, se non vi spaventa la possibilità di trovare qualche dettaglio un po' horror. Mi erano state prospettate due possibili operazioni, la Lasik, più costosa, a guarigione più rapida, e la PRK, quella a cui alla fine ho dovuto sottopormi perché la prima richiedeva una cornea più spessa, la mia è troppo sottile per poterla fare.
Premessa doverosa: prima della chirurgia venite riempiti di collirio anestetico, siete coscienti ma non provate assolutamente dolore.
La Lasik è ancora più "horror": mi è stato spiegato che l'occhio viene letteralmente affettato per orizzontale, un lembo viene sollevato, il laser agisce, il lembo viene richiuso. Se non ricordo male, durante l'operazione l'occhio viene tenuto aperto e sollevato in un modo tale per cui momentaneamente il paziente non vede, ma questa spiegazione mi è stata data mesi fa e, non essendoci passata di persona, non vorrei ricordare male, quindi per ulteriori dettagli rivolgetevi a chi ne sa di più.
La PRK ve la posso invece raccontare per bene. Prima mi è stato somministrato il collirio anestetico, poi, dopo qualche minuto, sono stata fatta entrare nella stanza con il macchinario vero e proprio. Mi sono sdraiata sotto l'apparecchiatura, ma la prima parte, lo sapevo, sarebbe stata manuale: mi è stato applicato all'occhio destro un blefarostato, che mi ha tenuto aperto l'occhio (l'ho solo intravisto, la sensazione è quella di avere come un cerchietto di ferro tutto intorno al globo oculare). Niente dolore, solo un lieve fastidio.
Poi è toccato alle spazzole. Eh, già, perché l'oculista mi ha rimosso l'epitelio utilizzando tre diverse spazzoline (una sembrava uno spazzolino elettrico di quelli con la testina rotonda, una la chiamavano "mazza da golf" e, per come la vedevo io, mi è parsa una L, come una specie di brugola, una era larga e morbida; credo servisse a rimuovere il liquido in eccesso ma non posso averne la certezza). Mentre continuavano ad aggiungere gocce di anestetico per minimizzare il fastidio, il mio epitelio è stato eliminato quanto bastava a usare il laser: i medici continuavano a rassicurarmi, a farmi spostare la testa - perché ve lo garantisco, tendete a ritrarvi senza neanche accorgervene - e a ricordarmi di guardare fisso la lucina rossa sopra di me. Non ve lo nascondo, è fastidioso: non si prova dolore, ma che vi stanno sfregando piano l'occhio sì, lo sentite e lo vedete, e accidenti, non passa mai troppo presto: a un certo punto ho davvero pensato ma come faccio a resistere fino alla fine? In realtà si fa e non è così drammatico, ma un po' di ansia e fastidio sono normali e inevitabili, e i medici, che lo sanno, fanno di tutto per ridurli al minimo. Dura boh, qualche minuto? Poi è toccato al laser. Sopra di me, la solita lucina rossa, che dovevo fissare stando il più possibile immobile, e una lucina verde. Il laser è programmato per seguire i movimenti involontari degli occhi, se anche si sposta troppo lo sguardo non succede nulla; io, comunque, ho trovato molto più facile guardare fisso la luce quando non avevo nessuno a pastrugnarmi l'occhio... Un ronzio, cinque o sei secondi, fine.
Giuro, fine e neanche te ne accorgi: non si sente nulla, non ci sono odori o bruciori o sensazioni di alcun tipo, se non avessi sentito ronzare la macchina non mi sarei neanche accorta che il laser stava funzionando.
A quel punto, repeat tutto con l'occhio sinistro.
La seconda volta è stata per me ancora più fastidiosa, inizialmente, perché già il blefarostato l'ho sentito parecchio di più; quindi altro collirio anestetico (e mi hanno spiegato che è normale, avendo già fatto un occhio, che il secondo crei più disagio). Epitelio ciao ciao, laser di pochi secondi, e via.
Sì, è stato fastidioso, sì, è durato poco, sì, lo rifarei: perché sì, ne vale la pena.

(E ringrazio gli dèi che non mi sia venuto in mente di cercare su YouTube video di operazioni simili prima di farla io stessa. Adesso l'ho fatto, non ho trovato niente di sconvolgente, ma credo sia meglio non sfidare la propria ansia...)

venerdì 14 dicembre 2018

Death is not the Worst - blog tour: ottava tappa

Ecco cosa può succedere durante una presentazione di Death is not the Worst delle care Julia Sienna e Helena Cornell...soprattutto se avviene a Biveno, la città in cui è ambientato Né a Dio né al Diavolo ;-) Grazie a Julia e Helena per la collaborazione nella stesura di questo raccontino. Enjoy!

* * *


"Ivan odiava le presentazioni.
In un posto sfigato come Biveno, di rado passavano autori interessanti, e Leonardo, il proprietario della Musa nonché suo capo, veniva contattato quasi solo da scrittori locali sconosciuti, che avevano vergato le loro sudate carte riempiendole di memorie familiari scritte in italiano ottocentesco da esporre poi con imbarazzo, tono monocorde e disturbi di memoria per amici e parenti che venivano ad applaudirli garbatamente. Ogni tanto capitava l'ex partigiano che narrava con brio imprese compiute su per le Alpi in tempo di guerra, ma erano occasioni rare. E quindi, di solito, il factotum della libreria – cioè lui – doveva spostare banconi, sistemare sedie e asciugare pavimenti allagati da ombrelli sgocciolanti solo per un'oretta di noia mortale.
Quel giorno, però, l'occasione era diversa: le autrici di Death is not the worst, che avevano contattato la Musa dicendo che “ne avevano sentito parlare molto bene da amici”, non arrivavano a ottant'anni nemmeno a sommarle insieme, e in più parlavano di urban fantasy. Un gradevole cambiamento, se non fosse che Leo, raffreddato, gli aveva detto “Ivagn, presendale te ti pregho, che io sto morendo”.
E così eccolo tra le due agguerrite fanciulle, seduto su uno sgabello che proprio quel giorno aveva deciso di traballare, a cercare di non ingobbirsi e non arrossire mentre cercava di districarsi tra centomila possibili domande (perché il foglietto su cui se le era appuntate se l'era ovviamente perso mezz'ora prima dell'inizio). Le prime, più generiche – per presentare le autrici e il romanzo – erano filate lisce e magari sarebbe riuscito a concludere senza morire per qualche figuraccia di fronte al nutrito gruppetto di lettori convenuto alla libreria. Poi ne erano seguite altre per spaziare su vari argomenti: da “a parte il seguito di DINTW, avete altri progetti di scrittura da portare avanti insieme? O state lavorando a romanzi ciascuna per suo conto?” “Io ho parecchia carne al fuoco, tre progetti da sola e altri a quattro mani che non vedo l'ora di scrivere. La cosa meravigliosa del nostro sodalizio è che davvero sole non lo siamo mai...” aveva risposto Helena e Julia aveva concluso, quasi fossero in grado di pensare con un'unica mente... “Ci aiutiamo sempre a vicenda, anche nelle nostre imprese singole, a due mani. Si può dire a due mani?” a “avete altri interessi in campo artistico, a parte la scrittura? Un talento nascosto in altri campi dell'arte, intendo: disegno, musica...?” E così si era scoperto che Helena amava disegnare e creare concept art ispirate alle sue storie per ritrovare la concentrazione giusta per scrivere, e che invece Julia suonava la chitarra elettrica e restaurava opere d'arte. Di alcune domande era molto soddisfatto, perché avevano generato una bella discussione anche tra gli intervenuti, come “Anche voi, come altri autori, avete inserito nel libro personaggi che vi somigliano almeno per alcuni tratti fondamentali?”
“Devo dire che qualcosa di te c'è sempre, anche se il personaggio non ti somiglia, però resta pur sempre parte del tuo mondo. Filtra attraverso i suoi occhi il pensiero dell'autore, anche se completamente diverso dal suo” rifletté Helena, lasciando poi la parola a Julia... “Come ha detto giustamente Helena, il modo di sperimentare e osservare il mondo di un personaggio potrebbe essere simile al tuo, anche se le considerazioni e i risultati finali possono essere diametrali. Un personaggi in tutto e per tutto simile a te autore non può esistere, o saresti tu. E sarebbe inquietante.”, oppure “Vi piacerebbe vivere nel mondo del vostro romanzo, o meglio andare sul sicuro e dire no grazie?”. Helena e Julia avevano risposto all'unisono: “No, per favore. Siamo persone troppo pigre e legate alla vita per finire tra le fauci di un Predatore” E poi una delle due gli aveva chiesto “E tu ci vivresti, in un romanzo che ti piace?” imbarazzandolo tantissimo, perché la risposta sincera sarebbe stata la mia vita è già un romanzo. Di vampiri, per la precisione. Aveva svicolato, ma gli era costata fatica.
“Infine, per l'ultima domanda, stupiteci” disse Ivan, con un mezzo sorriso e lo sguardo che scorreva sul pubblico senza incrociare gli occhi di nessuno. “Che cos'ha il vostro libro – o i vostri personaggi – che nessuno si aspetterebbe? In particolare, per quanto riguarda i Predatori e la loro natura? Da dove vengono queste figure?”
La risposta era stata semplice ma d'effetto. “La cattiveria”. Julia aveva sorriso e aggiunto: “Dal modo in cui l'abbiamo narrato, al modo in cui si comportano i personaggi... DINTW è una storia cattiva, ma senza la componente di giudizio morale che ci si potrebbe aspettare. I Predatori vengono da ogni cultura, da ogni tempo e si presentano come l'archetipo di ogni mostro o leggenda esistente. Sono la giustificazione a ogni terrore notturno dell'Uomo, a demoni, licantropi, vampiri, perché alla fine si comportano come un insieme di tutte queste figure e...”
Qualcuno dal pubblico tossicchiò.
Era un tipo stravagante, stravaccato alla bell'e meglio in ultima fila. Fino a quel momento se n'era stato zitto, perdendosi di tanto in tanto a fissare il soffitto o le scarpe con aria distratta. Indossava una camicia a quadri, le maniche arrotolate a scoprire gli avambracci, e un cappello da cowboy dal quale sbucavano ciuffi di capelli biondastri. “Scusate...” Si sporse sulla sedia e, rivolgendosi direttamente alle due autrici come se Ivan neanche esistesse, disse: “Non sarebbe meglio evitare di dire troppo su certe cose? Non credo sia...” fece un sorrisetto. “Salutare.” L'accento dell'uomo era straniero, inglese o forse americano. Ivan era perplesso, cosa ci faceva lì quel tizio che sembrava appena uscito da un film di Clint Eastwood?
Helena impallidì, deglutendo appena. “Si tratta solo di un romanzo, avanti Xan... ehm, signore, se ne rende conto, vero?” La ragazza allungò la mano, stringendo quella di Julia che osservava l'uomo, sbigottita. “Esatto, è un'opera di fantasia non pensiamo possa essere dannosa per nessuno. O no?”
Il tizio le fissò senza più alcuna luce scherzosa nello sguardo. “Come volete voi. Io vi ho avvertito...” Tirò fuori il cellulare di tasca, controllò rapidamente il display per vedere chi lo stava facendo ronzare e si alzò. “Ora, se volete scusarmi, abbandono la gradita compagnia, ma affari urgenti mi reclamano... In quanto a voi tre, ci rivedremo in giro, suppongo. Non sarebbe male fare due chiacchiere insieme, con più tempo a disposizione.” Fece un cenno brusco col capo e aggiunse: “Perdonate se il libro non lo compro, ma che dire... la mia vita è già un romanzo.”
Ivan quasi cadde dallo sgabello, ma il tizio non se ne accorse: uscì mentre rispondeva alla chiamata con un “Julius, arrivo, arrivo! Attaccando dove...?”
Le due autrici si scambiarono un'occhiata rapidissima, che Ivan scelse di non notare. Si schiarì la gola tra gli sguardi perplessi del pubblico rimasto e cercò di concludere più in fretta che poteva. Chissà perché, quel tizio strambo gli aveva lasciato addosso un pessimo presentimento. “Bene, visto che si è fatto un po' tardi, a questo punto chiederei se ci sono domande tra il pubblico...?”
Con un po' di fortuna, e se avesse giurato a Leo di arrivare prestissimo il mattino dopo e rimettere a posto le sedie quando ancora la serranda era abbassata, nel giro di mezz'ora avrebbe potuto fiondarsi a casa.
Prima che calasse il buio."




mercoledì 28 novembre 2018

Ci vediamo sabato a Ferrara!

Ultimo appuntamento in libreria per questo 2018. Dicembre sarà un mese pieno, e avrò parecchio per la testa. Nell'ultimo periodo ho un po' trascurato il blog, lo so, ma so già che tra i buoni propositi del 2019 sarà tornare a ripopolare questa pagina... (ma se qui c'è calma, sappiate che al di qua dello schermo c'è invece fermento, quindi, prima o poi, vi racconterò i frutti di tutto quanto).
Per chi abita a Ferrara e dintorni, dunque, ci vediamo sabato alla libreria Altrove, una nuova, piccola realtà che merita il vostro supporto: fateci un salto, mi raccomando!
A presto,
Ais



mercoledì 21 novembre 2018

Appuntamenti

Settimana ricca di eventi questa, appuntamenti che aspettavo da un po' e sono per me speciali. Giovedì 22, insieme a Luca Tarenzi, presenterò Né a Dio né al Diavolo a Biella, la "real-life Biveno" che fa da sfondo al romanzo. Non è solo l'occasione per parlarne proprio dove la storia è nata e la sua ambientazione si è formata, sarà anche un evento che mi consentirà di ritrovare persone care che non vedo da tempo e di calcare di nuovo "quelle" strade, di vedere "quei" negozi. Il pub che ha ispirato il Robin Hood descritto nel romanzo, la libreria che si è trasformata nella Musa dove lavora Ivan (nella realtà si chiama Il Libro, e se capitate a Biella non potete non andarci), le vie del centro, i giardini pubblici con la gelateria a forma di capannina e la fontana dell'orso... insomma, quel giorno mi troverete in biblioteca a presentare il libro, ma anche, prima e dopo, in giro a fare un tour dei ricordi.



Venerdì sera, invece, io,  Luca Tarenzi, Julia Sienna e Helena Cornell caliamo a Milano, alla libreria Cultora. Si parlerà di libri, ma anche di urban fantasy, di creature mostruose e di tanto altro... vi aspettiamo, milanesi!

Se avete contatti in zona, potete invitarli attraverso le pagine Facebook: ecco quella della presentazione a Biv... ehm, a Biella, e quella dell'evento milanese.


martedì 20 novembre 2018

Blog tour e giveaway "Death is not the worst"

Con molto piacere parteciperò al blog tour di Death is not the worst delle colleghe e amiche Julia Sienna e Helena Cornell. Il tour inizia oggi, quindi bando alle ciance ed ecco le tappe e tutto quello che vi serve per partecipare al giveaway:

20/11 presentazione del libro (a blog unificati ^___^)
23/11 presentazione dei personaggi + sondaggio sul personaggio preferito (Il sospiro del Muflone)
27/11 presentazione dei team + divisione dei partecipanti (Elmicioracconta)
30/11 intervista doppia alle autrici (Libri di Cristallo)
4/12 la ricetta dei Brownie (Starlight Book's)
7/12 intervista al personaggio più votato (Alessio del Debbio – I mondi Fantastici)
11/12 la playlist di DINTW (Lettrice Segreta)
14/12 Il crossover DINTW / NADNAD (Aislinn)
18/12 Che personaggio sei? (La Bella e il Cavaliere)
21/12 premiazione vincitore (Coffee and Books)


Norwich, Mississippi. La prestigiosa cittadina universitaria si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, incurante della scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti.
Catherine O'Bryan, giovane studentessa della Ole Lady, ritornata alla città natale per lasciarsi alle spalle gli spiacevoli eventi del suo recente passato, si imbatte nello spavaldo Tristan, unico erede dell'antica famiglia Averhart, che dimostra da subito interesse per lei, tanto da infrangere ogni regola e divieto si fosse imposto pur di farsi notare. Oltre il sorriso sprezzante del ragazzo, però, si celano ferite molto più profonde di quelle che la sua pelle mostra con fin troppa assiduità. Nel suo sangue si nasconde l'ira di un predatore, una maledizione che nessun Averhart può sciogliere, nemmeno dopo secoli di sofferenza e molte vite spese in tributo.
Fiamme nella notte, riti sciamanici, cannibalismo, corpi che bruciano occultando agli Umani uno dei più grandi segreti della Storia, ma questa è solo routine per gli Averhart e gli altri Cacciatori.
Il nemico li attende nell'ombra, pronto a ucciderli non appena abbasseranno la guardia. I suoi occhi d'ambra non smetteranno mai di fissarli, fino a quando non li avrà eliminati. Tutti.
Solo la Morte potrà placare la sua terribile Vendetta.

mercoledì 7 novembre 2018

Strani figuri in giro per Lucca...

Bellissima foto di Juzaburo Hibagami.
Reduce dai giorni folli, trionfali, stancanti e variopinti di Lucca Comics & Games, non posso che offrirvi una carrellata di immagini e ringraziamenti. Grazie a tutte le persone che sono venute a salutarci, che hanno partecipato al panel Gainsworth (eravate tantissimi!), che sono venute a chiedere una lettura dei tarocchi a me e a Luca Tarenzi. Grazie alla famiglia Gainsworth - un piccolo mondo felice che offre ogni giorno passione, competenza ed entusiasmo veri. Grazie a chi ha fatto foto e le ha inviate, a chi ha voluto intervistarci (Stefano Tevini per Radio Onda d'Urto, i ragazzi ineffabili di Fantasy On Air, appuntamento imprescindibile ogni volta che siamo a Lucca - trovate il video in fondo al post, Chiara Crosignani per Fantasy Magazine). Grazie a Edoardo Stoppacciaro, una grande persona e un grande artista che ha il solo difetto di abitare troppo lontano...
Grazie, poi, a chi ha voluto l'anteprima dell'antologia mia e di Luca, Terra Senza Cielo, e a chi si è disperato per non essersela potuta accaparrare (mi spiace... ora dovrete attendere maggio 2019). Grazie a chi ha apprezzato il cosplay di Baron Samedi & Maman Brigitte che vedete nelle foto (il mio primo vero cosplay, e mi sono divertita tantissimo!) Last but not least, grazie, ovviamente, a Luca Tarenzi che condivide con me le avventure letterarie & non in queste occasioni. E grazie a Lucca per quello che è, un carrozzone rumoroso e colorato che travolge intoppi e ritardi e offre una festa per gli occhi e per il cuore, ogni anno.

Ci sono tanti progetti in ballo, tante idee, tanta voglia di fare. Nonostante problemi, difficoltà, ostacoli. Con la fede nella magia, con il cuore e con la testa. Passata Lucca, si ricomincia a lavorare per realizzare mondi impossibili. Non vedo l'ora di raccontarveli...

Tutte le foto potrete vederle in questo album pubblico (in aggiornamento).

P.S. Tornata a casa tardi da Lucca causa traffico, corro a recuperare i mici (affidati ad altre persone durante la mia assenza). Erano soli da alcune ore e aspettavano la cena, parecchio in ritardo rispetto alle loro abitudini. Vado da loro, riempio subito la ciotola... e anziché fiondarcisi come suo solito, il Pampe la snobba completamente e comincia invece a girarmi intorno, strusciarsi contro le mie gambe e fare le fusa come un trattorino. Lo coccolo, lo ripiazzo davanti alla ciotola... e lui la ignora di nuovo per tornare a farmi le feste.
E poi dicono che i gatti non si affezionano alle persone...

Il panel "Brutti fuori o brutti dentro? Il percorso del mostro nella letteratura fantasy" in Sala Ingellis





Loschi figuri con la dolcissima Gisella Laterza
Pronti per il panel! Helena Cornell, Julia Sienna, io e Luca Tarenzi

Ed ecco l'intervista andata in onda live per Fantasy On Air - Radio Improntadigitale:

giovedì 1 novembre 2018

In anteprima esclusiva SOLO sabato a Lucca Comics

Ed eccola a voi, la nostra sorpresa di Halloween! Un progetto che abbiamo mantenuto top secret fino a ora, ma che ci ha entusiasmati per tutta l'estate. Un'antologia progettata insieme a Luca Tarenzi, che raccoglie una quantità di storie lunghe e brevi per esplorare ogni angolo dei nostri mondi: alcune sono state edite, in passato, in antologie ormai fuori catalogo; altre sono storie che abbiamo scritto in passato, rimaste inedite; altre sono nuove di zecca, realizzate apposta per questa antologia. Alcune sono a se stanti; altre hanno per protagonisti alcune vostre vecchie conoscenze (qualcuno ha detto Azrael? Lucifero? Siaghal? Tom? Giacomo? Uriel?...)
Ma c'è di più. Questa sarà solo un'ANTEPRIMA, disponibile ESCLUSIVAMENTE per coloro che verranno a stalkerarci al panel e al firmacopie di sabato a Lucca Comics. Al Salone del Libro di Torino dell'anno prossimo potrete godervi invece il cartaceo... che avrà ancora più sorprese ;-)
Allora, dolcetto o scherzetto?...
Grazie, come sempre, a tutta la famiglia Gainsworth e alla mitica Marika Michelazzi che ha realizzato la splendida illustrazione di copertina <3

Terra senza Cielo: coming soon...


martedì 30 ottobre 2018

Ci vediamo a Lucca Comics!

Dopo un paio d'anni di assenza, quest'anno tornerò finalmente a calcare le strade di Lucca in occasione della manifestazione nerd per eccellenza del nostro Paese, Lucca Comics & Games. Mi troverete lì solo due giorni, venerdì e sabato, ma saranno due giorni intensi... Ecco il riassunto degli eventi che io e i miei compari di Gainsworth Publishing abbiamo in programma: salvate le immagini, condividetele, distribuitele ;-) I nostri libri Gainsworth, invece, potete trovarli al padiglione Carducci, stand 159, per l'intera manifestazione 🎃

Non dimenticate dunque:

Venerdì 2 novembre alle 16 potrete ascoltare (e vedere in diretta) me e Luca aprire le trasmissioni di Fantasy On Air su Radio Impronta Digitale.

Dalle 17 alle 19 ci troverete al Caffé Ninci di Piazza Napoleone 2 per leggervi i tarocchi.

Sabato 3 novembre, non dimenticate il panel della squadra Urban Witche alle 13 e 30, Brutti fuori o brutti dentro? Il personaggio del mostro nella letteratura fantasy, alla Sala Ingellis: a parlare saremo io, Luca Tarenzi, Julia Sienna ed Helena Cornell. Seguirà firmacopie allo stand 159 del padiglione Carducci.

Dalle 17 alle 19, ci troverete nuovamente al Caffè Ninci per un altro giro di tarocchi.

A presto!

P.S. E se cercate letture spaventose in tema Halloween, ascoltate il podcast della puntata di ieri di Flatlandia: Stefano Tevini, Luca Tarenzi e io ci impegniamo a farvi scoprire nuovi brividi...



mercoledì 17 ottobre 2018

Né a Dio né al Diavolo - la colonna sonora, capitoli 11 e 12, interludio 2

Buongiorno. Fermento, tremila cose da fare e ancora di più da organizzare: ecco il riassunto dell'ultima settimana e del periodo. Si stanno definendo gli ultimi impegni per Lucca Comics: grandi cose, un calendario fitto che vi posterò appena predisposto del tutto (tenete d'occhio il riquadro degli appuntamenti in alto a destra su questo blog). Nel frattempo, se abitate a Bergamo & dintorni potete trovare me e Luca Tarenzi a chiacchierare di urban fantasy e dei nostri libro questo sabato 20 ottobre, alle ore 20:30, alla libreria L'Emporio delle Idee di Costa Volpino (BG), in via Nazionale 164, nell'ambito del festival Il Mestiere del Raccontare (qui la pagina Facebook). Vi aspettiamo!


Rieccomi poi con un altro paio di brani dalla playlist che ho composto per accompagnare Né a Dio né al Diavolo. La volta scorsa sono passata dai My Dying Bride ai Pink Floyd, un bello stacco che rispecchiava quello tra il primo capitolo della seconda parte del romanzo e il primo degli interludi (capitoli ambientati nel Seicento americano). Oggi facciamo un altro salto avanti.
Il capitolo undici per me è legato a Stranger in a strange land degli Iron Maiden, band superclassica per un pezzo che secondo me rispecchia bene l'irrequietezza di Ivan, i suoi dubbi e l'inquietudine che prova in un momento di incertezza e passaggio, tra timori e la possibilità di cose belle in cui ancora non osa sperare (penso a Sometimes things ain't what they seem / No brave new world, no brave new world / Night and day I scan horizon, sea and sky / My spirit wanders endlessly). Il capitolo dodici, invece, lo associo a uno dei pezzi che più di tutti sono adatti a rappresentare l'intero libro, Ghostsong dei Moonspell; un brano che dipinge alla perfezione anche il rapporto complesso ed enigmatico che si è instaurato tra due personaggi, nonché l'evento cruciale che si verifica nel capitolo 11 e cambia ancora una volta tutto quanto. E poi è anche un brano che adoro, quindi ascoltatelo perché merita!

... Blood doubts are asked again

Beware the Answers - you cannot tame
(Might) Take you too far away

Say what you are
Come here to haunt you
Say what you will
I am going to haunt you

And protect you
I am going to hurt you

And if we survive this Dawn
We wish we'd see the Day
Die to come back a Single-Time
That face in the window
Is never the same...


Infine, facciamo un altro salto nel passato, con il secondo degli interludi. L'atmosfera è completamente diversa e sono ricorsa all'alternative rock raffinato e malinconico dei Riverside di Schizophrenic prayer, bellissimo brano che descrive bene l'atmosfera vissuta da due personaggi costretti a celare al mondo ciò che sono, e ciò che sono l'uno per l'altro. Penso in particolare a queste righe: Acting like strangers to avoid the pain / We collect our phobias (...) In your arms / Feels like a better us / Dancing around the fire / Getting drunk with the night / Nobody is ever who they seem to be.

Spero di avervi fatto scoprire qualche canzone che vi piacerà quanto le amo io, e, per chi ha letto il romanzo, di aver gettato un po' di luce su determinate scelte. Alla prossima!

lunedì 8 ottobre 2018

Mondi strani, StraniMondi

Amare i libri, da lettori prima di tutto e doppiamente quando si comincia a scrivere, vuol dire muoversi allo stesso tempo su più piani d'esistenza: la "vita reale", quotidiana, e i mondi delle storie che si leggono o si scrivono. Non solo nel momento in cui si stanno fisicamente sfogliando le pagine di un libro - di carta o in ebook: chiunque ami leggere sa che le storie restano dentro di noi, come se quelle pagine andassero ad arricchire accumulandosi in infiniti strati il corpo, la mente, l'identità.
Amare i libri, oggi, vuol dire ritrovare altri lettori grazie a internet - sui social appositi come Goodreads o Anobii, oppure su Facebook, sui forum, sui blog e i siti specializzati. È più facile reperire testi meno noti senza perdersi nel continuo ricambio delle librerie; è più semplice scoprire di non essere i soli ad apprezzare l'autore poco noto o il genere di nicchia. E qualche volta, il virtuale si fa reale: in posti come Stranimondi, per esempio, la convention ancora una volta ospitata dalla UESM di Milano il 6 e 7 ottobre. Un evento in costante crescita, sempre di più un appuntamento imprescindibile.

Io sono stata presente durante tutta la giornata di domenica, ma no, come forse avete intuito questo non è un report. Ciò che sto scrivendo in queste righe è un semplice grazie. Grazie a tutte le persone che hanno condiviso l'esperienza con me: i volti noti che ogni anno ritrovo qui o al Salone di Torino o a Lucca; i contatti Facebook con cui ho parlato mille volte ma che per la prima volta ho incontrato dal vivo; i nuovi amici, conosciuti attraverso un'infinita girandola di presentazioni, di incontri casuali, di "lo conosci lui/lei?...". Grazie agli "addetti ai lavori" - gli editori, gli scrittori, i blogger, gli  organizzatori, tutti coloro che sanno cosa vuol dire combattere su questa trincea. Un grazie speciale, poi, va a tutta la Weird Squad che come sempre ha offerto una performance memorabile parlando di "Virtual Lovecraft", ovvero del buon H.P. e della sua influenza sul fantastico: Luca Tarenzi, Sandro Capone, Adriano Barone, Andrea Vaccaro e Roberto Savoini sono mattatori ineguagliabili e vi consiglio con tutto il cuore di partecipare alle loro prossime scorribande... ve ne andrete con le lacrime agli occhi dal ridere, garantito. E un grazie speciale, anche, a Giovanni De Feo, che sono felicissima di aver conosciuto finalmente dal vivo e che è un piacere stare ad ascoltare; ai ragazzi de La Ponga, che hanno ospitato me e Luca per il firmacopie dei nostri libri; e a tutti i lettori che hanno dato fiducia a Né a Dio né al Diavolo. Con alcuni ho avuto la possibilità di chiacchierare a lungo, ma non riuscirò mai a darvi tutti gli abbracci che meritate.

Infine, un piccolo festeggiamento personale: a Stranimondi ha esordito la prima ristampa del romanzo...
A presto, in questo mondo o in altri.


mercoledì 26 settembre 2018

Urban fantasy, questo sconosciuto...

Quest'estate mi è capitato molto spesso di imbattermi in discussioni sulla definizione di urban fantasy, o di parlarne con svariate persone - lettori, altri autori, persone qualsiasi indistintamente. Se è emersa una singola certezza è questa: in Italia non si sa granché di che cosa sia l'urban fantasy (per lo più lo si confonde con il paranormal romance, ma se ci mettiamo pure i fantasy storici, i distopici e via così le acque si confondono ancora di più). Ma anche all'estero, in realtà, non è che la situazione sia molto migliore (se non per quantità di urban fantasy pubblicati, assai più abbondante che da noi).

Le domande che ci si pone in genere sono di questo tipo. Urban sta per ambientato in città? E se il mio romanzo lo ambiento in un paesino di tre case? E se lo piazzo in campagna? E se lo ambiento in città ma nell'Ottocento/Rinascimento/Medioevo e così via, è urban o historical fantasy? E se è una città contemporanea ma tutti sanno che esiste la magia, quindi c'è una differenza sostanziale rispetto al nostro mondo, è ancora urban? E se tutti scoprono che esiste la magia durante il romanzo, è urban prima e dopo qualcos'altro? E se la città è in un mondo che con il nostro non c'entra proprio un tubo?... E se?...
Insomma, un guazzabuglio. E dunque? Ci si strappa i capelli a vicenda ammazzandosi di botte finché restano in piedi solo gli esponenti di una delle varie fazioni in campo?
No, non rispondete a queste domande. La mia utopica speranza è che prima di tutto interessi, a lettori, autori e chiunque capiti di qui, se questo o quel romanzo sia appassionante, coinvolgente, insomma, "bello"; dell'etichetta da appiccicarci sopra mi frega poco a prescindere (vale lo stesso quando si parla di metal, suddiviso ormai in trecentomila sottogeneri diversi, cosa che per me lascia davvero il tempo che trova).

Quello che posso dirvi è che un ottimo riassunto sulla spinosa questione lo trovate in questo saggio breve in pdf disponibile on line, scritto da Stefan Ekman, dal titolo Urban fantasy: a Literature of the Unseen (pubblicato nel 2016 sul Journal of the Fantastic in the Arts). È proprio perché mi sono imbattuta di recente in questo testo che ho deciso di segnalarvelo e, di conseguenza, di scrivere un post in merito: perché se vorrete leggerlo avrete un'idea delle discussioni critiche su questo genere (o sottogenere). In particolare, nei paragrafi Settings and Worlds e City and Urbanity? l'autore fa una carrellata delle opinioni di vari studiosi in merito alle principali questioni aperte: ovvero, se il testo è ambientato in una qualsiasi città (vera, immaginaria, passata, presente, futura, nel nostro mondo o in un mondo inventato) allora è urban fantasy? Oppure il termine "urban fantasy" è adeguato solo alle opere ambientate nella nostra contemporaneità? E solo in città, o anche in campagna o al mare o in montagna indistintamente? Nel saggio trovate, oltre a queste, svariate altre questioni intriganti, ma qui vorrei limitarmi a quelle che ho menzionato.

Be', vi dico subito una cosa: se vi aspettate una risposta definitiva e univoca, non dico da me (che sono una scrittrice ma non certo una critica letteraria o un'accademica, per quanto mi piaccia leggere la saggistica su questi argomenti) ma anche solo dal testo che vi ho linkato, vi disilludo subito. Quello che troverete tra quelle pagine è una panoramica su svariate opinioni diverse, anche diametralmente opposte. Ma vi invito prima di tutto a leggere: è affascinante e merita il tempo che questa quindicina di pagine (bibliografia esclusa) vi richiederà.

Fatto? Bene. Volete a questo punto sapere cosa ne penso io? Be', il mio modesto parere è che scannarsi in merito sia inutile, semplicemente perché si parla di etichette e convenzioni su cui nemmeno gli studiosi più accreditati concordano. Se avete letto i paragrafi che vi ho segnalato, vi posso dire ora che, per quanto mi riguarda, concordo con Leigh McLennon e gli altri critici che, come lei, considerano urban fantasy le opere ambientate nella contemporaneità (se scrivessi un fantasy ambientato nell'antica Roma, insomma, preferirei specificare che si tratta di fantasy storico); allo stesso tempo, come i vari Karin Waller, Nene Ormes, Helen Young sempre menzionati nel medesimo saggio, considererei urban fantasy anche le opere ambientate "in a town, in rural areas, or on a journey" (cito le parole della Young dalla pagina 457); dello stesso parere è anche il principale esperto di urban fantasy del nostro Paese, Luca Tarenzi, che ha sostenuto le medesime tesi in svariati corsi e interventi. Urban, insomma, non è semplicemente un riferimento ad ambienti letteralmente "urbani", cittadini, ma, sempre secondo la Young (pagina 458), è "a cultural feature or mind-set rather than a place". Questo è quello che penso io; se parlo dei miei urban fantasy, sapete a questo punto cosa aspettarvi. Tutto qui.

Prima che si scateni la polemica (scherzo: spero proprio di no), specifico ancora una volta: non sto dicendo che sia così per comando divino, né che se non concordate siete degli incompetenti. Se non siete d'accordo con la definizione che prediligo io, be', siete in compagnia di un'altra mezza tonnellata di critici... Semplicemente, non esiste una definizione unica. La cosa più logica, a mio modesto parere, quando si vuole usare il termine urban fantasy, è indicare a quale definizione ci si atterrà, per evitare confusione; e se proprio si vuole andare oltre, specificare anche ogni volta che non tutti hanno la stessa idea.
Ma, insomma, se uno di voi mi dicesse "Il mio romanzo è ambientato nella Roma di Cesare quindi lo considero urban fantasy anche se è in ambientazione storica", credete che a me interessi di più rompere le scatole perché io preferisco una definizione diversa, o leggere il libro in questione e vedere se è un bel libro?

martedì 18 settembre 2018

Mayhem

Domenica ho lavorato tutto il giorno.
No, non sono dipendente di un centro commerciale, ma sono una libera professionista e se non ci fosse il calendario del pc a ricordarmi che giorno della settimana è, io non saprei dirvelo di sicuro. E anche se il mi' babbo ha passato diverso tempo a chiedermi "ma non è che il posto di lavoro X potrebbe assumerti davvero?", ci ha rinunciato ormai da tempo. Soprattutto dopo che spinto sempre di più per lavorare da casa in maniera il più possibile indipendente, con i miei orari e gestendomi da sola. Adesso, salvo le lezioni di scrittura che tengo in trasferta, lavoro sempre nel mio studiosalottobiblioteca disordinato, con i poster dei Blind Guardian e dei Moonspell davanti, i biglietti dei concerti fissati al sughero e i disegni che alcuni lettori mi hanno inviato sulla parete di lato (ho ben due Lucifero di Angelize e una Dea che mi fissa inquietante, tra gli altri), fate e folletti e peluche di pipistrelli qua e là, e, naturalmente, Mircalla o il Pampe in braccio a turno, tazze di tè, caffè o cappuccino quando mi pare. E se mi gira lavoro in pigiama, oppure mi vesto e mi piazzo con il pc nei miei bar preferiti e lavoro da lì. Ah, e la musica è sempre di sottofondo. E anche se mi capita di arrivare a sera stanchissima, a volte, e di passare al lavoro interi week end, posso anche decidere che ehi, oggi è lunedì eppure io non metto la sveglia. Oppure ehi, sto lavorando da sei ore, facciamo che adesso vado a fare una passeggiata sul lungolago per schiarirmi le idee e riposare gli occhi e poi continuo. Non ho malattie o ferie pagate e non mi arricchirò mai, ma faccio un lavoro che mi piace e anche se in certi periodi si fanno i salti mortali per gestire la mole di incarichi, mi tengo da parte il tempo per vivere davvero, godermi le piccole cose, senza dover convivere forzatamente con colleghi o capi tutti rinchiusi in un posto che non è casa mia. E prima che qualcuno si offenda, non sto affatto dicendo che le mie scelte siano quelle "giuste" per tutti, chiaro: c'è chi preferisce lavorare "a scadenza" e chi ha bisogno di orari fissi. A ognuno il suo: l'importante è che sia quello che fa stare bene, e a tutti auguro di avere la possibilità di scegliere.

Perché tutta questa tiritera? Perché è settembre, le vacanze sono finite per più o meno tutti, e uno degli ultimi film horror che ho visto e mi sono piaciuti, Mayhem (2017, regia di Joe Lynch), parla proprio di ambienti lavorativi. E, per la precisione, di quel tipo di ambiente lavorativo da cui sono fuggita come dalla peste quando l'ho anche solo parzialmente sfiorato. Perché Derek (lo Steven Yeun di Walking Dead, che qui ho adorato) è un giovane avvocato rampante in una grande società di consulenze legali. Nel mondo si è diffuso da poco un virus che libera dalle inibizioni (e quindi spinge la gente a piangere, inferocirsi o fare sesso in pubblico senza controllo): al primo omicidio commesso da una persona infetta, è proprio Derek a farla scagionare in quanto non in possesso delle proprie facoltà mentali. La sua brillante carriera si interrompe bruscamente quando una perfida collega gli fa le scarpe, ma proprio mentre il ragazzo se ne sta andando con lo scatolone dei suoi effetti personali, lo stabile viene sigillato e posto in quarantena perché all'interno è stato rilevato il virus. La cura viene diffusa per via aerea, ma ci vorranno otto ore prima che faccia effetto e i dipendenti vengano liberati... otto ore di tempo, per Derek, per risalire fino ai piani alti e uccidere i responsabili del suo licenziamento, rimanendo impunito.

Inizia dunque una sarabanda di violenza arricchita dalla giusta dose di ironia, ma senza mai scadere nell'umorismo volgare o sciocco: le peripezie di Derek, colletto bianco disilluso che ha rinunciato alla passione per la pittura o ai rapporti con i familiari perché prosciugato di tempo ed energie dalla vampiresca ditta per cui lavora, sono condotte con ritmo e arricchite da una galleria di personaggi impagabili, presentati dal narratore (appunto, la voce fuori campo di Derek stesso) in poche frasi taglienti: il nerd responsabile dei computer, il freddo bastardo che si occupa di comunicare i licenziamenti e così via. E le riflessioni sulla gabbia dorata in cui Derek ha faticato tanto a entrare, quel lavoro spietato che poteva garantirgli soldi e lussi ma che gli ha rubato l'anima, la giungla feroce dove sopravvivere a scapito degli altri e venire spolpati e gettati al primo errore, sono quantomai attuali al giorno d'oggi. Perché, come si diceva più su, qualsiasi lavoro va bene se è quello che vi fa stare bene; ma, credo, come vuole il detto, bisogna lavorare per vivere, non vivere per lavorare. E sempre più è importante ricordarsi la dimensione umana, le passioni, il fuoco che fa davvero brillare gli occhi e ravvivare l'anima, qualsiasi esso sia. Come la pittura per Derek, i cui quadri punteggiano il film, sprazzi colorati alternati all'ambiente grigio, di plastica, vetro e metallo, del suo luogo di lavoro.
Insomma, un film intelligente e divertente insieme, che vi consiglio senza se e senza ma.

mercoledì 12 settembre 2018

Né a Dio né al Diavolo - la colonna sonora, capitolo 10 e interludio 1

Eccomi con un altro paio di brani dalla playlist che ho composto per accompagnare Né a Dio né al Diavolo. Vi avevo lasciato con le canzoni che facevano da colonna sonora alla conclusione della prima parte del libro; ora i personaggi non sono più "nel Kansas", per così dire (... okay, Tom si sta immaginando Ivan con i codini da Dorothy, adesso. Dategli il tempo di smettere di ridere).
I due brani che vi propongo oggi sono piuttosto speciali, per me; uno è stato tra i primi a finire nella colonna sonora ed è sempre rimasto saldamente legato al capitolo 10, che inizia la seconda parte, mentre l'altro è stato una delle ultime aggiunte ed è legato al primo degli "interludi" che, a poco a poco nel corso del romanzo, esplorano la storia dei vampiri... quand'erano ancora esseri umani, ovvero nel Seicento. Nella versione originaria gli interludi erano solo un paio, mentre poi ho deciso di esplorare meglio la vicenda, cosa che mi ha consentito di svelarla a poco a poco, di dosare le informazioni e giocare con il ritmo della storia; ed ecco perché molte delle canzoni associate a queste parti sono arrivate per ultime.

Nello specifico, ad aprire le danze è Here in the throat dei My Dying Bride, un brano assolutamente perfetto per trasmettere l'atmosfera di tensione che si respira adesso che le carte cominciano a svelarsi. Il testo mi è sempre parso adattissimo a un ipotetico dialogo tra i tre personaggi in ballo e i complicati rapporti che si stanno delineando: Lucas, Ioan appena rispuntato dal passato e Ivan che è ancora convinto di poter tornare nel suo confortevole... Kansas (smettila di ridere Tom). Ecco la parte di testo che ho sempre trovato perfetto per intrecciare le voci dei tre (potete ascoltare la canzone a questo link):

I need him
To wash me of my sin
To take me from this place
To heal me of my wounds
I need him
To clean your mark off me
To wipe you from my eyes
To strike you from my heart
I need him

I know, not what, I do or say
But I, do what, I say and believe

You need him
To take you from this place
To heal you from your wounds
You need him
To clean my mark off you
To wipe me from your eyes
To strike me from your heart
You need him

You are, nothing to me, anymore
I hope, I mean, nothing to you

I want a place to hide, somewhere far from your side
There is no stopping you, there's nothing you won't do


Per il primo degli interludi ho pescato invece un classico dall'atmosfera completamente diversa: Your possible pasts dei Pink Floyd, che già dal titolo rende l'idea (potete ascoltarla a questo link). Siamo nel 1655, nell'America puritana, e un ragazzetto viziato di ventun'anni cerca di godersi la vita tra alcol ed eccessi ogni volta che non si trova sotto il vigile occhio paterno. Finché, durante un viaggio, incontra un tizio taciturno e solitario... Ecco il frammento del testo che mi ha fatto decidere per questo brano, e che mi ha sempre fatto pensare a come Lucas e Ioan stessi che, dopo essersi rivisti nel capitolo 10, ripensano ciascuno per conto suo a quei giorni lontani...



He said, "I was just a child then. Now I'm only a man."

Do you remember me? How we used to be?
Do you think we should be closer?

By the cold and religious we were taken in hand
Shown how to feel good and told to feel bad
Tongue tied and terrified we learned how to pray
Now our feelings run deep and cold as the clay
And strung out behind us the banners and flags
Of our possible pasts lie in tatters and rags

Do you remember me? How we used to be?
Do you think we should be closer?

lunedì 3 settembre 2018

Quando rotola l'erba

Quest'estate, vivagliddei, ho letto e scritto molto più di quanto non mi capitasse da tempo, e spero di mantenere il trend positivo anche ora che sono passati agosto e le ferie generali. Ispirata da alcune delle letture che mi sono capitate sotto mano, oggi riprendo un post scritto qualche tempo fa su Facebook, che ha suscitato un bel po' di commenti e opinioni contrastanti (ecco il link: è pubblico, quindi non serve avere un account per vederlo). Quanto segue si riferisce ai miei gusti personali di lettrice e di scrittrice, non a regole o imposizioni, quindi non c'è offesa nei confronti di chi ha gusti e/o abitudini diverse.

Ufficialmente: detesto quando un autore indica che un personaggio rimane in silenzio, nel corso di un dialogo, con «...». Mi fa l'effetto di "eh, non avevo voglia di sforzarmi per indicare la pausa con un gesto, una descrizione, un pensiero, quindi to', tre puntini di sospensione".
Come dicevo, gusti personali, eh, probabilmente... ma mi risulta fastidioso come unghie su una lavagna.
Che poi, a me sfruttare queste pause proprio per mostrare l'atteggiamento dei personaggi - se il loro sguardo sfugge, se si prendono il tempo di, che so, tirare una boccata di sigaretta, se tamburellano con le dita, cose del genere - piace tantissimo. Fa parte di quella miriade di "non detti" che danno al romanzo uno spessore e una solidità molto maggiori. Non è facile non cadere sempre nelle stesse frasette riempitivo, ma, appunto, lì sta la bravura, lì sta l'impegno.

Che cosa ne pensate? Si tratta di un trend che ho visto in questi anni ma che non rammento dalle mie letture giovanili; forse, come facevano notare alcuni commentatori sul post di Facebook, influenzato dai fumetti (dove però ha perfettamente senso e non mi ha mai dato fastidio). In narrativa, quelle battute di dialogo "vuote" evocano alla mia mente l'immagine dei cespugli rotolanti nel deserto, solo che a guardare con disagio e imbarazzo il personaggio ammutolito - e l'autore che l'ha messo in campo - sono io lettrice. Prima di scrollare l'uno e l'altro per le spalle e dirgli "Allora? Sei finito in freeze come lo schermo di un computer bloccato? Ti stai fingendo morto? FA' QUALCOSA!"

giovedì 30 agosto 2018

Interviste e la Sfida di Minuti Contati

Buongiorno! Tra pochi giorni partirà la nuova "Sfida a..." di Minuti Contati, pagina che organizza periodicamente concorsi per racconti brevi. Questa volta ho avuto l'onore di essere chiamata in causa come "boss": la Sfida di settembre sarà a Né a Dio né al Diavolo e ad affiancarmi come sponsor e giudici ci saranno due cari amici scrittori, Cristiana Astori e Andrea Atzori. Se volete partecipare con vostro racconto, trovate tutte le info sul gruppo Facebook, la Pagina o il sito. Tra qualche giorno sveleremo il tema che ho scelto; nel frattempo, qui trovate una mia piccola intervista (mi sono innamorata della locandina modificata di Ammazzavampiri XD). Si parla del concorso, ma anche del libro, di nuovi progetti, di personaggi e scrittura e parecchio altro.



Un'altra intervista è apparsa sabato sull'edizione biellese de La Stampa: la trovate on line a questo link. E ancora una volta grazie per le recensioni al romanzo, che continuano a fioccare su Amazon, Ibs, Goodreads oltre che sui siti come Duels, che vi avevo già segnalato la settimana scorsa. L'amore che state dimostrando a Né a Dio né al Diavolo mi commuove...

Infine, ne approfitto per augurare buon compleanno con un giorno d'anticipo a uno dei personaggi, Ioan, che è nato il 31 agosto 1635 (per la cronaca, Vergine ascendente Scorpione, il che spiega il suo pessimo e vendicativo carattere... ^^'). Vabbe': ti voglio bene, combinaguai.
E ora torno al lavoro, che qui ci sono tante cose a bollire in pentola...


lunedì 27 agosto 2018

Essere donna

La settimana scorsa ho avuto l'onore e il piacere di essere ospitata da Carolina Capria di L'ha scritto una femmina, bellissima pagina Facebook che vi invito a seguire.e che raccoglie recensioni di opere scritte da donne, cercando di promuoverne l'arte e sfatare il mito ahimè fin troppo diffuso che le donne "scrivano solo per donne", mentre gli uomini scrivano "per tutti" (e come capirete, da autrice urban fantasy che si è sentita dire più di una volta "pensavo scrivessi paranormal romance", il tema mi sta particolarmente a cuore).
Per Carolina, ho parlato di Senza filtri di Lily Collins, un libro che ho tradotto l'anno scorso e che vi avevo già segnalato qui. Riscopritelo, perché è uno di quei testi che andrebbero fatti leggere nelle scuole - come sopra, a ragazzi e ragazze. Oggi, invece, vi voglio segnalare due libri che ho scoperto proprio grazie a L'ha scritto una femmina, molto diversi ma accomunati dalle riflessioni su che cosa voglia dire essere una donna nel mondo contemporaneo. No, non sono libri "contro" gli uomini (come forse qualcuno potrebbe pensare): femminismo non vuol dire superiorità femminile, femminismo significa uguali diritti per tutti, indipendentemente dal sesso e dall'orientamento sessuale.

Il primo è Gli uomini mi spiegano le cose di Rebecca Solnit, una raccolta di saggi brevi che partono dal mansplaining (la tendenza di alcuni uomini a "spiegare" alle donne cose di cui le interlocutrici sono già esperte, partendo dal presupposto, insomma, che le donne non sappiano, non siano in grado, non conoscano). Ma questo è solo uno degli argomenti del libro, che consiglierei davvero di leggere - alle donne perché, come me, si ritroveranno fin troppo spesso in certi meccanismi e situazioni descritti nel libro, e agli uomini perché potrebbe stupirli. Sono convinta che un problema fondamentale, nella comunicazione uomo-donna, sia la mancanza di un dialogo veramente sincero, che vada al di là degli stereotipi e affronti anche quello che normalmente viene trascurato; spesso ho l'impressione che uomini e donne cerchino di capirsi basandosi sugli sketch dei comici che ironizzano sulla moglie che porta il marito all'Ikea o sull'uomo che quando vede delle tette non capisce più niente. Ecco, andare oltre a questi stereotipi farebbe bene a tutti, "maschi" e "femmine". Me ne sono resa conto davvero negli ultimi anni, avendo finalmente trovato persone illuminate con cui poter discutere di queste cose.
Detto questo, leggete il libro di Rebecca Solnit se non avete paura di raggelarvi di fronte alle statistiche sui casi di molestie e stupro; se volete riflettere sui motivi - e sui danni - di un'educazione e un'ambiente in cui le donne, prima ancora di lavorare per migliorarsi e raggiungere i propri obiettivi, devono convincersi che no, non è giusto essere interrotte; che no, non sono obbligate a essere "carine e accomodanti"; che no, non devono temere di dire la propria, di mollare un fidanzato oppressivo. Gli uomini mi spiegano le cose contiene una delle descrizioni più lucide e complete della cosiddetta rape culture, la cultura dello stupro - che non riguarda solo le violenze fisiche, ma anche tutti quegli atteggiamenti più o meno misogini che continuano in qualche modo a giustificarle discolpandone gli autori e colpevolizzando le vittime.



Il secondo libro che vi segnalo ha un taglio molto diverso e scanzonato, Ci vogliono le palle per essere una donna (orribile titolo che sostituisce l'originale How to be a woman) di Caitlin Moran. A partire dalla propria biografia, Moran parla di tutte quelle tappe fondamentali della vita a cui una donna può andare incontro - il primo ciclo, la scoperta dell'amore e del sesso, il rapporto con il cibo e il proprio corpo, l'ingresso nel mondo del lavoro, gli episodi di discriminazione, fino al matrimonio, all'eventuale maternità, ad argomenti scottanti come l'aborto. Con brio e comicità, a volte un po' greve ma senza dubbio senza peli sulla lingua, il libro diventa una summa di esperienze con cui tutte ci possiamo confrontare, svelando quelle trappole e quelle gabbie in cui ci si ritrova infilate prima di rendersi conto che è possibile uscirne e decidere da sole se sia proprio necessario "tenersi un uomo" che magari è uno stronzo, se sia proprio necessario entrare in una taglia 40, se sia proprio necessario essere delle principessine; e, allo stesso tempo, denunciando tutte quelle abitudini talmente diffuse e radicate che spesso non ci si rende conto di quanto subdolamente misogine - proprio perché non si tratta di dichiarazioni esplicite in stile "le donne non possono/sono/fanno", ma di meccanismi assai più sottili (come l'insistenza a preoccuparsi più della vita sentimentale e/o della maternità di donne famose piuttosto che del loro lavoro e della loro arte o la tendenza ad aspettarsi che per le donne il tempo si fermi a trent'anni mentre i capelli grigi rendono gli uomini "affascinanti"). Con un saggio, liberatorio consiglio finale: fregarsene delle aspettative, delle consuetudini, di ciò che crediamo di dover essere, per preoccuparsi invece di ciò che vogliamo fare; non pensare a una lotta "uomini vs donne", ma a un cammino da percorrere insieme, uomini e donne in lotta fianco a fianco contro le discriminazioni.

mercoledì 22 agosto 2018

Né a Dio né al Diavolo - la colonna sonora, capitoli 7, 8 e 9: "Crumbling down" (Sentenced), "Mad World" (Gary Jules), "... And the story ends" (Blinnd Guardian

Momento ringraziamenti doveroso: mi state scrivendo in tantissimi per dirmi quanto vie è piaciuto Né a Dio né al Diavolo, per parlarmi dei personaggi, per dirmi che vi mancano già - e tra tutti questo è il complimento più bello per me, perché i personaggi sono la parte più importante della mia scrittura e il motivo per cui tutte le mie storie nascono. Grazie, grazie, grazie anche per le recensioni su Amazon, Ibs, Goodreads... mi commuovete ogni volta.
Una recensione particolarmente bella è quella di Stefano Tevini comparsa su Duels: senza spoiler, ma acuta e ben fatta. Se vi va, fate un salto a leggerla, e magari sbirciate il resto del sito ^_^ Ancora una volta: grazie, grazie, grazie <3
Diretto, lineare e di un’emotività potente, Né a Dio né al Diavolo non ha bisogno di essere altro, mette in scena dei personaggi forti, tutti nessuno escluso, e li lascia lavorare, ed è quello che loro fanno. Interagiscono fra loro, lasciando che la storia si scriva praticamente da sé, e catturano il lettore che li ama, li odia, si incazza con loro e per loro ha paura ma non può negare che qualcosa, fra l’inguine e lo stomaco, s’è mosso. Il lavoro di Aislinn è coraggioso, una lettura superficiale rischia di farla stupidamente classificare come un epigono di Anne Rice quando, in realtà, l’autrice è in grado, con la sua voce personale e profondamente sentita, di rileggere e modernizzare un canone fra i più sfruttati della letteratura moderna e contemporanea. Senza tanti fronzoli, un cazzotto al fegato e uno al cuore.
E passiamo alla colonna sonora di Né a Dio né al Diavolo, che trovate elencata in coda al libro (oltre che nella mia playlist YouTube). Ho accorpato questi tre capitoli perché sono quelli conclusivi della prima parte del romanzo (nonché della parte di storia che, ai tempi della primissima stesura, rappresentava il lungo racconto che si è trasformato poi nel romanzo vero e proprio). Naturalmente non farò spoiler, ma queste tre canzoni diversissime tra loro sono accomunate, per me, dalla sensazione che qualcosa stia finendo per sempre e che, poi, il mondo non sarà più lo stesso. È vero per Tom che vive una brutta avventura nel capitolo 7, sulle note di Crumbling down (give up hope) dei Sentenced, e si rende conto che il mondo è un po' più complicato e oscuro di quello che credeva. Tom è un pagliaccio, un casinista, ma possiede anche un lato pratico e indipendente che ho sempre ammirato; è il primo a raccogliere sfide assurde, a bere una birra di troppo e a mettersi nei casini offendendo la gente, ma è anche un ragazzo di ventitré anni che vive da solo da quando ne aveva diciannove o giù di lì, che se la cava da solo quando ha un problema, che ha dei piani per il futuro e li persegue con costanza. In questo capitolo, tuttavia, si scontra con qualcosa che non avrebbe mai immaginato, e sarà qualcosa che cambierà la sua prospettiva per sempre. Certo, rimane il pagliaccio, il casinista; ma, se vogliamo usare questi termini, l'ingenuità e l'innocenza con cui ha affrontato la vita fino a quel momento svaniscono.

Il capitolo 8 è un flashback, e stavolta a condurlo è Ivan, che spiega il suo più grande segreto. Per la prima volta Ivan si mette veramente a nudo con qualcuno, e sceglie di farlo con Tom, il suo migliore amico fin dai tempi dell'asilo, quello che sa tutto di lui... tranne un paio di cosette che adesso salteranno fuori. E anche in questo caso, certe scosse cambiano tutto, per sempre. La colonna sonora di questo flashback è la splendida Mad world di Gary Jules, cover dei Tears For Fears resa famosa da Donnie Darko. La sua atmosfera malinconica, tra innocenza, consapevolezza e smarrimento era assolutamente perfetta per questo capitolo.


Il capitolo 9 fa un po' tirare il fiato ai personaggi, ma, come si dice, è la quiete prima della tempesta. Uno spera di poter ricacciare tutto di nuovo sotto il tappeto, l'altro tiene un basso profilo per digerire la situazione e prepararsi a... reagire ancora non sa come, e il terzo, Lucifero... be', quello che ha per la testa lui si vedrà al prossimo capitolo ;-) Per adesso lasciamo i ragazzi finalmente al festival metal in Germania, sulle note di ... And the story ends dei Blind Guardian, che ridà un po' di energia pur rendendo chiaro che another journey starts. Alla prossima!

lunedì 20 agosto 2018

Empatia, ancora

Lo spunto di questo post è stato uno dei tanti video su graziosi animaletti che circolano per i social, un dolcissimo video in cui una lontra di pochi mesi fa il bagno per la prima volta (lo potete vedere su Facebook: è pubblico, quindi non dovrebbe neanche servirvi l'account).
Lo so che la miriade di video "animale X fa cosa tenera" sono una distrazione, un modo per perdere tempo, ecc ecc.
Ma.
Quando mai l'umanità ha avuto la possibilità di vedere così tante esperienze, realtà, abitudini, scoperte diverse in pochi istanti? Solo negli ultimi giorni ho visto un "moderno alchimista" cristallizzare qualsiasi cosa, ho visto non so quanti artisti mostrare come realizzano le loro opere, ho visto la storia di non so quanti gattini salvati per il rotto della cuffia e diventati adulti e felici. Musicisti, giocolieri, animali esotici, mestieri bizzarri, amicizie improbabili, amori contrastati tra persone di cultura, razza e religione diverse e/o dello stesso sesso. Storie di umanità e natura, che per un istante colpiscono, commuovono, fanno sorridere, stupiscono.
Sì, sono distrazioni, i "video di gattini". Ma sono anche storie, tutte, ed è di storie che si nutre il cuore umano. Sono anche queste cose che dovrebbero allenarci all'empatia, a condividere emozioni ed esperienze con esseri umani di altri Paesi, con creature di specie diverse, con il pianeta intero.
E allora come accidenti è possibile che in quest'epoca così ricca di possibilità - di conoscenza da un lato, di esperienze di vita dall'altro - stiamo tornando alla peggiore barbarie fasciorazzista e ignorante? E non intendo riferirmi alla situazione politica nello specifico: penso alle migliaia di commenti crudeli e insensibili di fronte a certe notizie, agli episodi di bullismo, omofobia, violenza e ai leoni da tastiera che irridono e insultano le vittime. Non ci credo che nella vita reale chi si sfoga così è educato e gentile; e, se anche fosse, chi è educato e gentile solo quando è costretto dalla propria vigliaccheria e si dedica alla violenza e all'insulto quando si sente sicuro che persona è? Parlavo di storie ed empatia sul blog un paio di mesi fa (https://aislinndreams.blogspot.com/2018/06/questione-dempatia.html) e non mi stancherò di farlo, perché anche se le mie parole e i miei racconti sono un'infinitesimale goccia in un oceano sconfinato, l'unica cosa che so e posso fare è continuare a raccontare storie per un mondo migliore; a raccomandare empatia per un mondo più giusto.


L'immagine viene da WeHeartIt.

lunedì 13 agosto 2018

Adulti 2018

Cose che ti fanno capire di essere adulta:
- compri delle tende
- quando fai la spesa porti a casa insalata, frutta, e l'unico cioccolato è fondente
- fai le pulizie di casa.
Cose che ti fanno capire che essere adulti vuol dire solo che puoi decidere per te stesso senza che nessuno ti imponga qualcosa:
- le tende le hai comprate on line e sono NERE CON STELLINE ARGENTATE
- "frutta" vuol dire solo i frutti di bosco che ti piacciono perché se l'altra ti fa schifo sono cavoli tuoi
- casa pulita da te non sarà mai splendida splendente come quando le pulizie le fa tua madre, ma chissenefrega, c'ho fretta di fare altro, tanto domani ci sarà di nuovo polvere e ho sempre la scusa che i gatti perdono tanto pelo.

Insomma, il trucco è fregarsene di essere tecnicamente adulto e bilanciare quello che devi con quello che vuoi. Fregarsene se hai 36 anni e metti gli shorts e le magliette cretine, o metal, o di Ghostbusters. Fregarsene del fatto che tu hai sonno quando gli adolescenti sono ancora pimpanti, perché sai per esperienza che ci si inizia davvero a divertire - e a sapere come farlo - dopo i trenta \m/

(Post originale su Facebook qui e qui)

lunedì 30 luglio 2018

E il cerchio si chiude

Uno dei personaggi, nel mio ultimo romanzo, Né a Dio né al Diavolo, va a lavorare alla Musa, una libreria della sua città, l'immaginaria Biveno. Nel libro la Musa ha riaperto da poco grazie al nipote del vecchio proprietario, dopo essere fallita anni prima all'apertura di una Feltrinelli in centro. Adesso, mi arriva questa foto, dalla Feltrinelli di Biella che avevo in mente quando ho scritto quelle righe... E il cerchio si chiude.

By the way, la libreria dove il personaggio va a lavorare è quella che io andavo a saccheggiare da ragazza, quando la Feltrinelli non esisteva ancora, è sempre rimasta aperta - per una volta la realtà è migliore della fantasia - e non si chiama Musa, ma "Il Libro". È sempre per chiudere un altro cerchio, mi dicono che #NaDnaD sia anche lì... Se ci passate, ecco dove quel certo personaggio trascorre le sue giornate (anche se il favoloso magazzino sotterraneo l'ho aggiunto io e non so se esista davvero ^^'). Grazie a @rachel_roseinthedark per la foto


lunedì 23 luglio 2018

Storia vera

Non ti ama, Elisa.
Non ti ama la persona - non riesco a chiamarlo uomo, insulterei gli uomini - che quando sei furiosa perché lo hai visto fare qualcosa che ti ha fatto star male ti strattona per un braccio per costringerti a restare. Non ti ama la persona che si getta in ginocchio di fronte a te implorandoti e abbracciandoti le gambe e poi, quando vede che non funziona, ti si piazza davanti e ti urla di ascoltarlo. Non ti ama se ti ringhia "guardami negli occhi, stai zitta". Non ti ama se ti sbatte contro il muro di una casa.

Non è un uomo, Elisa, quello che fa la voce grossa con te e ti sbandiera giuramenti "su mia madre, sul figlio che avremo": è solo un verme ammantato dei sogni che ti hanno detto che dovresti avere. Non è un uomo quello che, messo di fronte alle sue azioni ignobili e a qualcuno che non mostra paura di lui, nega dicendo "ma no, non ho alzato le mani" e ti trascina via: è un verme e per di più codardo.

Non è un uomo, Elisa, e tu non sei "la sua donna".
Ama te stessa, Elisa, e lasciatelo alle spalle, perché poi ti sentirai più leggera. Sarai libera, e avrai anche spazio per un amore che ti abbracci e non ti spaventi, che ti rispetti e non ti comandi.
Ama te stessa, Elisa, e lasciatelo alle spalle, perché quello che è successo è solo il maledetto atto di una tragedia: il primo.

P.S. Non risponderò ad alcuna domanda sulla natura o i dettagli dell'episodio che ho descritto: sappiate solo che è tutto vero. L'unica cosa che mi interessa è la speranza che queste parole arrivino a Elisa, o almeno ad altre ragazze e donne che potrebbero averne bisogno.