martedì 30 gennaio 2018

Felicità

Come ormai sapete, il Pampe non cammina bene: è un micio "pendolino", ovvero ha la sindrome cerebellare, che gli impedisce di controllare a dovere le zampe, sia anteriori sia soprattutto posteriori. Salta solo fino a una certa altezza e con misurazioni un po' approssimative, se corre (e corre: trotta come un cavallino) tende a curvare, quando si stira capita che perda l'equilibrio e così via.

Ovviamente, lui e Mircalla hanno un milione di giochini: palline, palle con le campanelle dentro, topini vari, e non parliamo poi della quantità di pallottole di carta o stagnola in giro per casa. Ci giocano un po', poi si stufano, come sempre i gatti.

Ma qualche giorno fa mia madre ha comprato per loro una pallottola verde con dentro un campanellino. Ecco, per quella pallina il Pampe è impazzito: ci gioca delle mezz'ore di fila, la prende a zampate (magari a volte sbaglia mira, ma poi ce la fa), la insegue, la prende in bocca, la sposta dietro mobili o sacchetti, fa il giro e le fa l'agguato, poi ricomincia a inseguirla. È adorabile, semplicemente. Cos'ha di particolare proprio quella palla?

Che è ovale, e quindi rotola storta. Fa movimenti imprevedibili. Insomma, è pendolina come lui. E io trovo meraviglioso che il Pampe mi insegni ogni giorno quanto si può essere felici nell'imperfezione, nelle difficoltà, nell'imprevedibilità, nonostante tutto e tutti.




Il post è ripreso da uno stato di Facebook che ho pubblicato qualche giorno fa.

martedì 23 gennaio 2018

Professor Marston and the Wonder Women

A volte la realtà è più incredibile della fantasia. O, se incredibile non è la parola giusta, più affascinante, più sorprendente.
Certo, questo dipende anche dal mindset e dal contesto sociale in cui si vive. Una semplice automobile, normalissima per tutti noi che in questo momento siamo connessi a internet, abbiamo l'elettricità e magari da un veicolo di quel tipo ci siamo appena scesi, risulterà scioccante per un indigeno che vive ancora come all'età della pietra. E anche se oggi le conquiste scientifiche abbondano e ci piace considerarci evoluti, basta guardarsi intorno per rendersi conto che, anche solo nel mondo cosiddetto "occidentale", c'è una profonda spaccatura tra quella parte della società più aperta e libera e quella più intransigente e legata a tradizioni passate. Ecco, lo so: già solo queste righe avete capito come la pensi io.

Perché questa premessa? Perché siamo abituati, nel nostro Paese ma non solo, a sentir discutere di matrimoni tra persone dello stesso sesso, per esempio; e mentre il mondo va avanti e sempre più nazioni riconoscono tale diritto, qui in Italia arranchiamo ancora tra squallidi episodi di omofobia. D'altronde, la situazione non è rosea neanche all'estero: ogni giorno rigurgiti d'intolleranza mettono in dubbio diritti che sembravano acquisiti, ogni giorno c'è chi s'interroga se una donna stuprata "se la sia cercata", chi fa proclami razzisti, chi si scandalizza se due uomini si tengono per mano (magari per poi sbavare segretamente all'idea di due ragazze che si baciano). Non mancano tuttavia, fortunatamente, le persone che si oppongono a intolleranza e prevaricazione. Non mancano film che affrontino la tematica dell'omofobia, per esempio (uno dei miei preferiti resta Mine vaganti) ed è sempre più facile trovare personaggi gay in telefilm o romanzi.
Quello che invece è estremamente più raro, invece, è un film come Professor Marston & the Wonder Women (grazie, grazie, mille volte grazie a Luca Tarenzi che me l'ha fatto vedere), uscito in autunno in America e in Italia... mah. Chissà se uscirà mai.
Perché questo film ha un difetto atroce: parla di poliamore, ed è una storia vera.

Il professor William Marston del titolo è il creatore di Wonder Woman, oltre che della macchina della verità. Lui è un professore universitario, assistito dalla moglie Elizabeth, brillante quanto lui ma ostacolata nella sua carriera dal gravissimo errore di essere nata con una vagina e dal fatto di dire ciò che pensa senza peli sulla lingua. Un giorno i due incontrano la bella e dolce Olive, studentessa intelligente e desiderosa di libertà, ma timida e repressa. Inizia così una delle più dolci, strazianti e incredibili storie d'amore che possiate immaginare: quella tra il professore, sua moglie Elizabeth e la giovane Olive. Un rapporto poliamoroso. Che cosa si intende con questo? Una relazione romantica in cui una o più delle persone coinvolte ama più di un partner. E uso il termine ama perché non si tratta di una versione elegante del concetto di "coppia aperta": il poliamore si riferisce alla possibilità di innamorarsi di più di una persona allo stesso tempo. Ed è quello che succede ai tre: anzi, se è subito evidente l'attrazione di Marston per la bella Olive, saranno le due donne le prime a rendersi conto che tra loro esiste un legame sentimentale: che Elizabeth e Olive si amano, ma entrambe amano anche William, e quest'ultimo ama entrambe.
Il rapporto tra i tre continua per anni, ostacolato dalla visione ristretta della società americana degli anni Trenta-Quaranta; una società dove i giochi erotici dal sapore bondage dei tre basterebbero da soli a emarginarli, figuriamoci se ci si aggiunge un amore saffico, e figuriamoci se a questo ci si aggiunge una relazione poli. Licenziati dall'università, costretti a reinventarsi, William ed Elizabeth vanno a vivere insieme a Olive, e pian piano la loro famiglia si allarga: entrambe le donne hanno due figli. Non è facile però nascondere la verità ai vicini, e quando il loro amore non convenzionale viene alla luce l'intolleranza, la grettezza e l'ostracismo delle persone metteranno a dura prova i tre protagonisti.


La storia d'amore al centro della trama, tuttavia, è solo uno dei temi che il film riesce ad affrontare con una grazia e una profondità invidiabili. Perché si parla di donne, e della loro forza. Si parla di libertà di espressione - e il film indaga le vicissitudini con la censura del fumetto Wonder Woman, che Marston inventò fondendo nella supereroina i tratti delle due donne amate. Fatico a scrivere queste righe, lo ammetto, perché il film mi ha toccato, commosso, appassionato ed esaltato su così tanti fronti che posso solo consigliarvelo con tutto il cuore: per la scrittura ottima, per i personaggi umani e complessi, con le loro imperfezioni e il loro grande coraggio. Certo, non tutte le teorie psicologiche del professor Marston risultano forse ancora comprensibili. Ma il film è estremamente ben riuscito nel raccontare difficoltà e gioie dei suoi personaggi, e le ultime immagini, con le fotografie dei veri William, Elizabeth e Olive, testimoniano una volta di più che non si tratta di fiction: Marston morì giovane, nel 1947, ma le sue due compagne continuarono la loro relazione fino alla morte di Olive nel 1985.

E così penso: forse il mondo sta cambiando, se possiamo raccontare una storia come questa? Se per una volta un uomo o una donna innamorati di due persone non sono costretti a scegliere, e questa classica recipe for disaster si conclude invece bene? Se gli ostacoli, l'ostracismo, la censura non li fermano, e per una volta l'amore è davvero più forte, è davvero abbastanza?
Poi mi torna in mente una notizia di mesi fa, su tre uomini che si sono sposati (ovviamente all'estero, non ricordo dove), e ricordo i commenti buzzurri, ma anche quelli che, pur pacati, dicevano comunque no. Non è possibile amare due persone. Senz'altro è una situazione subita, non voluta. Una deviazione, non amore.
Non suona molto diverso da chi dice che l'omosessualità è contronatura, no?
Ecco, finché avremo la presunzione di sapere quant'è grande il cuore altrui, finché avremo la presunzione di poter decidere cosa è amore e cosa no, cosa è normale e cosa no tra adulti consenzienti, di strada da fare ce ne sarà ancora. Parecchia.

P.S.
Si è parlato di questo film in Italia? Mah. Da una ricerca rapida e sicuramente parziale su internet, vedo che qui si cita un professore "poligamo" (NO. Poligamia e poliamore NON sono la stessa cosa). Qui invece si parla di "Una vicenda di malessere e masochismo, ma anche di assoggettamento erotico e mentale, praticato ai danni della giovane adepta usata a suo dire come “una cavia da laboratorio”" (ancora peggio: ai danni? Malessere? Assoggettamento? Qualcuno ha mai spiegato la differenza tra sottomissione erotica e sottomissione reale?). Fortunatamente c'è chi ha compreso meglio l'essenza del film (qui leggo che "ha indagato in maniera delicata i rapporti familiari e amorosi del professore Marston, senza dimenticare però la componente sensuale"). Uscirà mai in Italia questo film? La mia parte pessimista risponde figuriamoci, e una data d'uscita per ora non l'ho trovata, ma spero che qualcuno di voi possa segnalarmene una e smentirmi...

Se siete interessati ad approfondire, ecco un interessante articolo sui film che narrano relazioni poli.


martedì 9 gennaio 2018

I miei anni Ottanta

Finalmente, con il solito cronico ritardo, ho finito di vedere la seconda stagione di Stranger Things, glorioso revival di atmosfere anni Ottanta, ma senza gli eccessi peggio riusciti regalatici da quell'epoca, in chiave fanta-horror. Con la ormai collaudata formula della miniserie (sei puntate le prima stagione, nove la seconda), Stranger Things è un meraviglioso arazzo da lucciconi agli occhi, che tra volti storici - Wynona Rider, David Harbour, Matthew Modine, Sean Astin - e volti nuovi - il cast di ragazzini, tra i quali Finn Wolfhard e naturalmente Millie Bobby Brown, la straordinaria Eleven - gioca con le aspettative degli spettatori senza diventare frustrante, recupera un'ambientazione deliziosamente vintage facendo autoironia sulle molteplici citazioni, e dà vita a personaggi per i quali è difficile non empatizzare, tra esperimenti scientifici fuori controllo e altre dimensioni, celebrazioni dei giochi di ruolo e colonna sonora da "accidenti, me la ricordo questa! Non la sentivo da un sacco!", poteri mentali e mostri in libertà (ma con effetti speciali degni), pettinature improbabili e mancanza di tecnologia oggi ovvia (zero cellulari o internet, naturalmente, mentre i computer utilizzano il BASIC e i biciclettari girano senza casco e ginocchiere).
Ora, non mi interessa qui fare una recensione della serie - su internet ne troverete fino alla nausea, e come al solito tranquilli, non mancano battaglie tra fan sfegatati e haters, se avete tempo da perdere e pop corn a disposizione. Come avrete probabilmente già capito, ho adorato entrambe le stagioni, episodio più episodio meno, e non vedo l'ora di vederne una terza; mi sono affezionata ai personaggi e alle atmosfere "di una volta", mi sono divertita a lasciarmi naufragare in un dolce mare ben riconoscibile ma non per questo meno godibile. Ho sorriso, ho riso, mi sono ritrovata con gli occhioni spalancati come all'epoca in cui guardavo Gremlins o Ghostbusters: insomma, mi dichiaro soddisfatta.


Si sono versati fiumi di cyberinchiostro, poi, sul revival anni Ottanta di cui Stranger Things è uno dei picchi, ma che comprende anche l'aggiornamento dell'ambientazione di It che, nella prima parte, ha fatto muovere il Club dei Perdenti nell'epoca dei New Kids On The Block anziché negli anni Cinquanta; oppure, e qui so che si scatenerà la commozione selvaggia, San Junipero, straordinario episodio della terza stagione della (mi ripeto, straordinaria) serie Black Mirror. Un revival probabilmente fisiologico, ora che chi aveva l'età dei protagonisti di Stranger Things, all'epoca, è l'adulto nostalgico di oggi.
Io ci sono nata, negli anni Ottanta (nel mitico 1982, per la precisione), e di tanto in tanto mi sento dire che in fondo sono ancora una "anni Settanta onoraria", probabilmente perché il mio spirito è più affine a questi ultimi che ai primi. Come comprenderete, i miei ricordi sono vaghi, soprattutto legati alle repliche, per così dire, che alla diretta: sono cresciuta tra acchiappafantasmi, automobili che viaggiano nel tempo e re dei goblin che governano su labirinti misteriosi, ma non li ho vissuti al cinema, bensì registrandoli su videocassetta e rivedendoli fino a consumarne i nastri. Ricordo le repliche di Drive In e la politically uncorrectness che oggi farebbe rabbrividire i leoni da tastiera, le giacche di jeans con i lustrini e le pettinature atroci che scivolavano poi senza soluzione di continuità negli anni Novanta, quando i film che continuavo a rivedere erano sempre quelli. E adesso contemplo i mostri di gomma di Grosso guaio a Chinatown e continuo ad adorarli, perché anche se gli effetti speciali erano artigianali, accidenti, lo spirito c'era. Lo spirito che animava quelle avventure e ti faceva restare a bocca aperta, quel meraviglioso equilibrio tra ironia, autoironia e pericolo che riusciva a farti innamorare di Jack Burton, o di Peter Venkman (molto più che di uno Schwarzenegger o di uno Stallone, per quanto mi riguarda), a farti ridere e allo stesso tempo a interessarti davvero al destino di quei mondi in pericolo - quelli dove un mostro di marshmallow calpestava le chiese di New York e un antico stregone cinese immortale rapiva le ragazze (con gli occhi verdi come me, non so se mi spiego...) per spezzare una maledizione, quelli dove galeoni pirati si celavano nelle grotte protetti da infiniti tracobb... ehm, trabocchetti, e dove il nuovo vicino di casa poteva essere un vampiro molto affascinante e molto crudele. È così difficile raggiungerlo, quell'equilibrio: ecco perché Ghostbusters fa ridere ma è anche epico e Thor: Ragnarok riduce le disavventure di Asgard a un cinepanettone volgarotto e sciocco*. No, non sto dicendo che solo gli anni Ottanta fossero in grado di produrre classici d'avventura e del fantastico: sto dicendo che nei suoi migliori esempi, quell'epoca è riuscita a conciliare artigianato, passione, autoironia e brivido, ed è un mix che, in passato, ora e sempre, sa colpire nel segno.

Occhio a Jack Burton, tipo tosto anche con il rossetto
Ma gli anni Ottanta sono anche le pettinature atroci (lo so, le ho già citate, ma davvero... urgh!) e il maschilismo sfacciato e onanista, il consumismo incosciente e le speculazioni selvagge che hanno calpestato il sogno hippie del decennio precedente, il mito della conquista del mondo da parte dell'uomo che "si fa da sé" (si vedano Il segreto del mio successo, o, in chiave femminile, Una donna in carriera) precedente alla disillusione dell'epoca in crisi nella quale, noi figli degli anni Ottanta, ci siamo ritrovati (anagraficamente) adulti: quella in cui di noi non c'è bisogno, quella in cui "a qualunque età sono già fuori mercato", per citare Caparezza; quella in cui si va all'estero perché qui si muore; quella in cui ci si illude di avere una "voce" in base alle visualizzazioni del blog, senza pensare che se tutti urlano nel marasma si diventa indistinguibili; quella in cui i Neanderthal difendono il machismo omofobo o l'eterno ideale destrorso della donna che deve "tenersi un uomo" a qualunque costo perché senza "è persa" o che se non ha figli "non può essere felice né appagata" o che "deve farsi mantenere, non lavorare" altrimenti "è egoista" e se legge sceglie solo "libri al femminile"** (e specifico prima che qualcuno insorga: ben vengano le mamme felici e casalinghe, se lo hanno scelto liberamente; allo stesso tempo, ben vengano le donne felici di essere single e cambiare uomo ogni notte, o quelle in carriera, o quelle... tutte, insomma, purché libere di essere quello che vogliono davvero. Come tutti).

E quindi, qual è la conclusione? Che lo sfavillare brillantinato degli Eighties celava la muffa crescente che oggi ricopre il nostro povero mondo sull'orlo dell'autodistruzione? Voglio intessere una nostalgica celebrazione dei giorni che furono o scoperchiare tombe e additare il marciume?
Né l'uno né l'altro. Perché chi sono io? Non una sociologa, né una filosofa. Io sono un'amante delle storie - quelle che mi raccontano e quelle che racconto io. E amare le storie della mia infanzia non mi impedisce di notare i lati negativi di un'epoca dove tutto sembrava in espansione - appena prima del crollo; così come notare gli aspetti distorti dell'epoca in cui vivo, dove tutto sembra inesorabilmente contrarsi e riportare in vita cadaveri di dittature date per spacciate ma in attesa di risorgere, non mi impedisce di apprezzarne le espressioni migliori: chi non cessa di lottare per i diritti umani - nell'accezione più ampia - o per un pianeta più pulito, chi non smette di rivendicare la propria identità in barba ai modelli dominanti. E, infine, chi narra le nuove storie dotate di spirito, quando le trovo. Che siano ambientate oggi o negli anni Ottanta.
In fondo, di quell'epoca mi mancano davvero i ragazzini abituati a sbrigarsela da soli e a girare in bicicletta senza che i genitori potessero tenerli costantemente sotto controllo tramite cellulare (un esempio di tutte quelle cose che farebbero rabbrividire i genitori d'oggi, i quali pure dovrebbero avere la mia età, o essere di poco più grandi o di poco più giovani... com'è che si è arrivati a questo punto?) Non perché i cellulari siano il male, né sto dicendo di abbandonarli; ma non sarebbe meglio mantenere allenato il cervello, in modo da riuscire a godere dei progressi tecnologici senza diventarne schiavi, senza soccombere ai loro aspetti negativi? Mi manca, insomma, la capacità di rischiare un po' di più senza bisogno che sulla tazza del caffè ci sia scritto "attenzione è caldo". Magari queste cose, degli anni Ottanta, varrebbe la pena di recuperarle, senza bisogno di riprenderci pure quelle negative. E magari possiamo dire no a quello che di questo terzo millennio ci fa rabbrividire senza bisogno di vivere nel passato.

* No, questa non gliela perdono.
** Da tutto ciò deduco di non essere una donna.

On air:
Belinda Carlisle, Heaven is a place on Earth
Cyndi Lauper, Time after time

giovedì 4 gennaio 2018

Buoni propositi del 2018 (da lettrice)

Da Pinterest
Mi accodo a Giusy di Divoratori di Libri, che in questo bel post ha elencato i suoi "buoni propositi di lettura" per il nuovo anno, e ne fisso qualcuno anche io. Duole ammetterlo, ma mentre la quantità di libri che vorrei leggere non fa che aumentare - non solo perché ne escono continuamente di nuovi, ma anche perché i miei interessi continuano a espandersi - il mio tempo per leggere diminuisce, e di conseguenza diminuisce la quantità di libri che leggo ogni anno. Parlo di quelli che io scelgo di leggere, non di quelli che mi capitano in mano per lavoro, altrimenti la lista triplicherebbe o più. No, non stabilirò un "obiettivo numerico" da raggiungere perché non sto facendo una gara; si tratta semplicemente di considerazioni di come mi piacerebbe fosse il mio nuovo anno da lettrice.
Dunque, vediamo un po'.

1-Difendere il tempo per leggere (leggere quello che voglio io, non quello che leggo per lavoro) è ovviamente il primissimo punto della lista. La sera, per esempio, arrivo di solito con il cervello cotto, ma dopo la pausa cena e una puntata di telefilm per rilassarsi, se non ci sono altri impegni, sto ritrovando la sana abitudine di prendere in mano un libro.

2-Proseguire con i Dresden Files (ne ho letti 4, vorrei leggerne almeno altri 4 prima della fine dell'anno). La saga di Jim Butcher è infinita (conto diciassette volumi, parlando solo dei romanzi), ma i libri non sono lunghissimi e scorrono veloci, per cui vorrei prima o poi godermeli tutti.

3-Leggere alcuni libri che ho impilati in casa da una vita ma sono sempre stati superati in coda di lettura da altri. Non oso nemmeno contare quanti siano: approfondimenti su temi che mi interessano, su cui ho letto svariati volumi ma ne ho acquistati di più, romanzi che mi incuriosivano ma sono rimasti sullo scaffale, occasioni imperdibili...

4-Variare di più tra generi, libri in italiano e in inglese, narrativa e saggistica. A seconda del periodo, tendo a focalizzarmi su determinate caratteristiche (in particolare mi capitano periodi in cui salto da un saggio all'altro, ovviamente in inglese perché la maggior parte di quelli che mi interessano in Italia non arrivano o arrivano chissà quando). Ecco, vorrei alternare con più regolarità i tipi di lettura.

5-Esplorare letture insolite. Spaziando su generi che normalmente non leggo, scoprendo autori nuovi, stupendomi.

Libri ricevuti a Natale. A parte quelli di ricette (che non vedo l'ora di sperimentare perché le ho sbirciate e... yum!) gli altri vorrei leggerli tipo prima di subito... Ma prima ho in coda altro. As usual. (Sì, in primo piano c'è una lampada-libro che si accende aprendolo *___*)

lunedì 1 gennaio 2018

A new year... in the making

Una delle ultime foto dell'anno...
un po' elvish style
Il novanta per cento delle volte che mi capita di leggere post o commenti sull'anno che finisce e quello che inizia, il succo del discorso è quantohafattoschifoquestoannodimerdanonvedol'orapassiesperiamocheilprossimononsiacosìorrendo.
Ora, tutti viviamo alti e bassi e di cose di cui avrei fatto a meno, nel 2017, ne ho anch'io, ma mi sento anche grata per tutte quelle buone, per tutti i ricordi che conserverò nel cuore. Così, ho deciso per il "focus on the positive". Fotografare l'anno che termina per quei piccoli o grandi particolari che mi hanno fatto sorridere, per le belle esperienze e per le sciocchezze apparentemente da poco, e affrontare il prossimo pensando a quello che vorrò fare. Sono stanca dell'eterna lotta impotente contro quello che non posso controllare e/o non posso cambiare; ciò che conta è quello che posso gestire io, il mio atteggiamento in primis. Sarà poco, a volte, ma è importante lo stesso.

E così, il 2017 è stato un anno di soddisfazioni e di momenti difficili, emotivamente parlando. Di cambiamenti personali e di progetti mancati. Di decisioni dolorose e di ripartenze. Ma, appunto... concentriamoci sul positivo, no? E quindi, se penso a quest'anno, molte cose mi tornano alla mente:

- libri che ho tradotto e amato moltissimo, come I diari della principessa di Carrie Fisher, Senza filtri di Lily Collins e un altro ancora, una scoperta bellissima che ho adorato (ma lo troverete a febbraio...) Sono state tre soddisfazioni personali grandissime.
- Così come, sempre per quanto riguarda il lavoro, è stata splendida - e lo è ancora - l'esperienza di insegnante alla Scuola Palomar. Un'esperienza che non si esaurisce con le lezioni, ma che rimane dentro, arricchisce, amplia gli orizzonti come poche altre.
- gli esercizi che ho iniziato a svolgere quasi tutti i giorni, affiancandoli all'aikido: qualcosa di nuovo per me, un passo avanti che solo qualche anno fa mi sarebbe parso impossibile. Un modo per riappropriarmi del mio corpo, dopo una vita di rapporto conflittuale con esso, di ferite fisiche ed emotive. Entrare in negozi dove un tempo non avrei trovato niente che mi andasse e potermi comprare tranquilla un paio di jeans di due-tre-quattro taglie meno rispetto ai miei periodi peggiori è una soddisfazione non da poco; ma lo è anche riuscire a fare esercizi che un tempo non riuscivo a reggere, notare i piccoli progressi, i movimenti più armonici, i muscoli delle braccia, delle gambe o degli addominali che assumono un'altra forma. Non si tratta semplicemente di estetica: si tratta di fare pace con una parte di me che non è mai "andata bene" fin da quando ero piccola.
- le profondità blu del mare al largo di Tenerife, esplorate con muta e bombole d'ossigeno: la mia prima esperienza di scuba diving, insomma. Una danza nel mio elemento, l'acqua. Una sensazione d'euforia e pace, di libertà e magia. Un'altra cosa che un tempo non avrei avuto il coraggio di fare. Spero solo che sia la prima volta, ma non l'ultima, perché se abitassi in una località di mare non farei altro che stare in acqua...
- Tenerife, ancora: è sembrata, in un certo senso, la prima vera vacanza di tutta la mia vita, per alcuni aspetti. La porto nel cuore per troppi motivi troppo complessi e personali per descriverli qui.
- il sapore del pistacchio e del limone, a condire l'estate. Mai particolarmente amato, mai cercato il pistacchio, eppure da un giorno all'altro, senza preavviso, quest'estate ho iniziato a cercarlo, nel gelato, nei dolci, in cucina. Così come ho iniziato a sperimentare ricette al limone. Perché? E chi lo sa. Cambiamenti. Evoluzione. Di sicuro sono sapori che sento ancora sulla lingua, se ripenso all'estate.
Da Pinterest
- i tatuaggi. Due. Uno per dire speranza. L'altro eternità, legame, famiglia... nonostante tutto e tutti. Spesso mi ritrovo ad accarezzarlo, quel tatuaggio, quell'edera che mi colora la pelle e che voglio tenace come quella in vaso nella mia cucina, o ancora di più - quell'edera che sopravvive in ogni condizione.
- il Natale. Un Natale caldo, bello, dolce.

Ma adesso è tempo di pensare anche al 2018, no? E quindi, cosa voglio portare con me nel prossimo anno - chi voglio essere? Quali sono, insomma, i "buoni propositi"?

- prima di tutto, voglio riappropriarmi del mio tempo. Salutare Facebook staccandolo mentre lavoro, per esempio, in modo che non mi distragga e io possa essere più produttiva. Ma anche tenermi il tempo di scrivere, il tempo per i week end di riposo o di viaggio, il tempo per vivere. Quest'anno ci ho provato, ma si può fare di meglio... passo dopo passo, un passo alla volta.
- l'entusiasmo per i nuovi progetti, anziché perdere energie e buon umore a pensare a quelli che non vanno in porto per un motivo o per l'altro. Voglio ritrovare la gioia di esprimermi come meglio credo.
- i libri, tanti, tantissimi, che attendono di essere letti. Storie, manuali, saggi, romanzi di ogni tipo. Voglio riempire la mia vita di inchiostro. Nel 2017 ho iniziato a ritrovare anche il tempo per la lettura, troppo sacrificato per un certo periodo.
- Decluttering. Voglio ripulire pian piano la mia casa del superfluo, di quello che non voglio più, di quello che si accumula e occupa spazio senza portare in cambio bellezza. E voglio più bellezza nella mia casa, più colori, più "piccole cose", più particolari che mi facciano sorridere.
- il romanzo nuovo in stesura. Un'impresa diversa da tutte le altre, stavolta. Mi sono data un termine di tempo, e intendo rispettarlo. E poi, altre storie. Tante.
- magia. Voglio magia, con tutto il cuore, di più, sempre di più.
- progetti arditi e obiettivi legati a date ben precise. Un po' mi spaventano, ma... di nuovo: un passo alla volta.

Mentre scrivo queste righe lotto per aggrapparmi a una fiducia che cerca di scivolarmi tra le dita. Ma so, ormai, che la fiducia per me è come le onde del mare, va e viene e anche se a volte non c'è poi ritorna. So che devo distinguere tra la pigrizia e il bisogno di riposare corpo e mente, e sapere quando è giusto concedermelo, quel riposo. Non so quanto riuscirò a fare di quello che vorrei, e so che tanto di quello che vorrei è semplicemente un desiderio impossibile, e so che la realtà non è come nei romanzi o nei film, e di sicuro non c'entra niente con nulla di quanto avrei potuto immaginare da bambina per il futuro; ma quello che farò voglio che sia magnifico, e quello che posso voglio che sia come un fiore ardente di colori. Voglio che faccia sorridere me, e chi mi sta intorno, e chi incrocio solo a volte, e chi sarà un semplice incontro fugace, e così via.

On air:
Caparezza, Ti fa stare bene

Da WeHeartIt