martedì 9 gennaio 2018

I miei anni Ottanta

Finalmente, con il solito cronico ritardo, ho finito di vedere la seconda stagione di Stranger Things, glorioso revival di atmosfere anni Ottanta, ma senza gli eccessi peggio riusciti regalatici da quell'epoca, in chiave fanta-horror. Con la ormai collaudata formula della miniserie (sei puntate le prima stagione, nove la seconda), Stranger Things è un meraviglioso arazzo da lucciconi agli occhi, che tra volti storici - Wynona Rider, David Harbour, Matthew Modine, Sean Astin - e volti nuovi - il cast di ragazzini, tra i quali Finn Wolfhard e naturalmente Millie Bobby Brown, la straordinaria Eleven - gioca con le aspettative degli spettatori senza diventare frustrante, recupera un'ambientazione deliziosamente vintage facendo autoironia sulle molteplici citazioni, e dà vita a personaggi per i quali è difficile non empatizzare, tra esperimenti scientifici fuori controllo e altre dimensioni, celebrazioni dei giochi di ruolo e colonna sonora da "accidenti, me la ricordo questa! Non la sentivo da un sacco!", poteri mentali e mostri in libertà (ma con effetti speciali degni), pettinature improbabili e mancanza di tecnologia oggi ovvia (zero cellulari o internet, naturalmente, mentre i computer utilizzano il BASIC e i biciclettari girano senza casco e ginocchiere).
Ora, non mi interessa qui fare una recensione della serie - su internet ne troverete fino alla nausea, e come al solito tranquilli, non mancano battaglie tra fan sfegatati e haters, se avete tempo da perdere e pop corn a disposizione. Come avrete probabilmente già capito, ho adorato entrambe le stagioni, episodio più episodio meno, e non vedo l'ora di vederne una terza; mi sono affezionata ai personaggi e alle atmosfere "di una volta", mi sono divertita a lasciarmi naufragare in un dolce mare ben riconoscibile ma non per questo meno godibile. Ho sorriso, ho riso, mi sono ritrovata con gli occhioni spalancati come all'epoca in cui guardavo Gremlins o Ghostbusters: insomma, mi dichiaro soddisfatta.


Si sono versati fiumi di cyberinchiostro, poi, sul revival anni Ottanta di cui Stranger Things è uno dei picchi, ma che comprende anche l'aggiornamento dell'ambientazione di It che, nella prima parte, ha fatto muovere il Club dei Perdenti nell'epoca dei New Kids On The Block anziché negli anni Cinquanta; oppure, e qui so che si scatenerà la commozione selvaggia, San Junipero, straordinario episodio della terza stagione della (mi ripeto, straordinaria) serie Black Mirror. Un revival probabilmente fisiologico, ora che chi aveva l'età dei protagonisti di Stranger Things, all'epoca, è l'adulto nostalgico di oggi.
Io ci sono nata, negli anni Ottanta (nel mitico 1982, per la precisione), e di tanto in tanto mi sento dire che in fondo sono ancora una "anni Settanta onoraria", probabilmente perché il mio spirito è più affine a questi ultimi che ai primi. Come comprenderete, i miei ricordi sono vaghi, soprattutto legati alle repliche, per così dire, che alla diretta: sono cresciuta tra acchiappafantasmi, automobili che viaggiano nel tempo e re dei goblin che governano su labirinti misteriosi, ma non li ho vissuti al cinema, bensì registrandoli su videocassetta e rivedendoli fino a consumarne i nastri. Ricordo le repliche di Drive In e la politically uncorrectness che oggi farebbe rabbrividire i leoni da tastiera, le giacche di jeans con i lustrini e le pettinature atroci che scivolavano poi senza soluzione di continuità negli anni Novanta, quando i film che continuavo a rivedere erano sempre quelli. E adesso contemplo i mostri di gomma di Grosso guaio a Chinatown e continuo ad adorarli, perché anche se gli effetti speciali erano artigianali, accidenti, lo spirito c'era. Lo spirito che animava quelle avventure e ti faceva restare a bocca aperta, quel meraviglioso equilibrio tra ironia, autoironia e pericolo che riusciva a farti innamorare di Jack Burton, o di Peter Venkman (molto più che di uno Schwarzenegger o di uno Stallone, per quanto mi riguarda), a farti ridere e allo stesso tempo a interessarti davvero al destino di quei mondi in pericolo - quelli dove un mostro di marshmallow calpestava le chiese di New York e un antico stregone cinese immortale rapiva le ragazze (con gli occhi verdi come me, non so se mi spiego...) per spezzare una maledizione, quelli dove galeoni pirati si celavano nelle grotte protetti da infiniti tracobb... ehm, trabocchetti, e dove il nuovo vicino di casa poteva essere un vampiro molto affascinante e molto crudele. È così difficile raggiungerlo, quell'equilibrio: ecco perché Ghostbusters fa ridere ma è anche epico e Thor: Ragnarok riduce le disavventure di Asgard a un cinepanettone volgarotto e sciocco*. No, non sto dicendo che solo gli anni Ottanta fossero in grado di produrre classici d'avventura e del fantastico: sto dicendo che nei suoi migliori esempi, quell'epoca è riuscita a conciliare artigianato, passione, autoironia e brivido, ed è un mix che, in passato, ora e sempre, sa colpire nel segno.

Occhio a Jack Burton, tipo tosto anche con il rossetto
Ma gli anni Ottanta sono anche le pettinature atroci (lo so, le ho già citate, ma davvero... urgh!) e il maschilismo sfacciato e onanista, il consumismo incosciente e le speculazioni selvagge che hanno calpestato il sogno hippie del decennio precedente, il mito della conquista del mondo da parte dell'uomo che "si fa da sé" (si vedano Il segreto del mio successo, o, in chiave femminile, Una donna in carriera) precedente alla disillusione dell'epoca in crisi nella quale, noi figli degli anni Ottanta, ci siamo ritrovati (anagraficamente) adulti: quella in cui di noi non c'è bisogno, quella in cui "a qualunque età sono già fuori mercato", per citare Caparezza; quella in cui si va all'estero perché qui si muore; quella in cui ci si illude di avere una "voce" in base alle visualizzazioni del blog, senza pensare che se tutti urlano nel marasma si diventa indistinguibili; quella in cui i Neanderthal difendono il machismo omofobo o l'eterno ideale destrorso della donna che deve "tenersi un uomo" a qualunque costo perché senza "è persa" o che se non ha figli "non può essere felice né appagata" o che "deve farsi mantenere, non lavorare" altrimenti "è egoista" e se legge sceglie solo "libri al femminile"** (e specifico prima che qualcuno insorga: ben vengano le mamme felici e casalinghe, se lo hanno scelto liberamente; allo stesso tempo, ben vengano le donne felici di essere single e cambiare uomo ogni notte, o quelle in carriera, o quelle... tutte, insomma, purché libere di essere quello che vogliono davvero. Come tutti).

E quindi, qual è la conclusione? Che lo sfavillare brillantinato degli Eighties celava la muffa crescente che oggi ricopre il nostro povero mondo sull'orlo dell'autodistruzione? Voglio intessere una nostalgica celebrazione dei giorni che furono o scoperchiare tombe e additare il marciume?
Né l'uno né l'altro. Perché chi sono io? Non una sociologa, né una filosofa. Io sono un'amante delle storie - quelle che mi raccontano e quelle che racconto io. E amare le storie della mia infanzia non mi impedisce di notare i lati negativi di un'epoca dove tutto sembrava in espansione - appena prima del crollo; così come notare gli aspetti distorti dell'epoca in cui vivo, dove tutto sembra inesorabilmente contrarsi e riportare in vita cadaveri di dittature date per spacciate ma in attesa di risorgere, non mi impedisce di apprezzarne le espressioni migliori: chi non cessa di lottare per i diritti umani - nell'accezione più ampia - o per un pianeta più pulito, chi non smette di rivendicare la propria identità in barba ai modelli dominanti. E, infine, chi narra le nuove storie dotate di spirito, quando le trovo. Che siano ambientate oggi o negli anni Ottanta.
In fondo, di quell'epoca mi mancano davvero i ragazzini abituati a sbrigarsela da soli e a girare in bicicletta senza che i genitori potessero tenerli costantemente sotto controllo tramite cellulare (un esempio di tutte quelle cose che farebbero rabbrividire i genitori d'oggi, i quali pure dovrebbero avere la mia età, o essere di poco più grandi o di poco più giovani... com'è che si è arrivati a questo punto?) Non perché i cellulari siano il male, né sto dicendo di abbandonarli; ma non sarebbe meglio mantenere allenato il cervello, in modo da riuscire a godere dei progressi tecnologici senza diventarne schiavi, senza soccombere ai loro aspetti negativi? Mi manca, insomma, la capacità di rischiare un po' di più senza bisogno che sulla tazza del caffè ci sia scritto "attenzione è caldo". Magari queste cose, degli anni Ottanta, varrebbe la pena di recuperarle, senza bisogno di riprenderci pure quelle negative. E magari possiamo dire no a quello che di questo terzo millennio ci fa rabbrividire senza bisogno di vivere nel passato.

* No, questa non gliela perdono.
** Da tutto ciò deduco di non essere una donna.

On air:
Belinda Carlisle, Heaven is a place on Earth
Cyndi Lauper, Time after time

3 commenti:

  1. Anch'io ho vissuto gli anni '80 così, tra VHS, radioline e cassette, tra marsupi, scarpe colorate e giubbotti fosforescenti ;)

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    1. Nostalgia canaglia, come si dice... ^^

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  2. Sono (molto) più vecchio. E decisamente "anni '70" anche se non li amavo. Perché c'era un'aria di violenza incredibile, perché c'era una omologazione mentale dettata da ideologie che andavano per la maggiore nonché da un clima di intimidazione.

    C'era però la sensazione che la possibilità di cambiare il mondo fosse nelle mani delle persone. Fino a che non è arrivata la superficialità caciarona degli anni '80...

    Quindi capisco il punto di vista di chi ricorda con affetto un'epoca, e Stranger Things l'ho visto lo stesso (la prima serie, la seconda non ancora finita) ma per me nessuna nostalgia.

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