lunedì 25 giugno 2018

Né a Dio né al Diavolo- la colonna sonora. 3 e 4: Moonspell - Butterfly FX e Pantera - Cemetery gates

Nelle ultime settimane, per vari motivi, non ho avuto il tempo di proseguire con i post sulla colonna sonora di Né a Dio né al Diavolo, perciò avevo pensato di recuperarne un paio in un unico post, inserendo qui quelli del terzo e quarto capitolo del libro, un pezzo dei Moonspell e uno dei Pantera. Ma mai avrei immaginato che li avrei ripresi pochi giorni dopo la morte di Vinnie Paul, storico batterista dei Pantera e fratello del già tragicamente scomparso chitarrista Dimebag Darrell.
Pur non essendo tra i miei gruppi preferiti, i Pantera, con la loro energia, sono stati una colonna sonora della mia adolescenza, con un sound inconfondibile che spinge irrefrenabilmente a pogo e headbanging. E così questo post diventa anche un saluto e un omaggio a Vinnie Paul, troppo giovane per andarsene. Ho trentasei anni e di mese in mese i volti storici che hanno composto la musica della mia vita se ne vanno... ed è sempre un colpo al cuore. Ma il modo migliore per ricordarli è uno solo: play it loud. In alto i calici di birra, e trasformiamo l'addio in un saluto di festa, con un grazie enorme che allevi il dolore.

Tornando alla colonna sonora del libro, il terzo capitolo presenta una canzone a me cara, Butterfly FX dei Moonspell che, come ormai ho dichiarato fino allo sfinimento, rimangono il gruppo che più mi ha accompagnato durante la stesura. Se fin dalla prima pagina la storia inizia con un evento che stravolge la vita dei protagonisti, e porterà a poco a poco alla scoperta di parecchie cose che uno dei personaggi tiene nascoste, al terzo capitolo le cose iniziano a precipitare: eventi apparentemente piccoli - l'arrivo dei biglietti per un gigantesco festival metal in Germania, la necessità di trovare all'ultimo momento la macchina per andarci perché un imprevisto impedisce di seguire il piano originario, l'idea di chiedere proprio a quel tizio strano che si fa chiamare Lucifero di fare da autista - avranno conseguenze enormi, che nessuno dei personaggi coinvolti si aspetta. Insomma, un brano dedicato al famoso effetto farfalla era semplicemente perfetto, no? Senza contare che è una splendida canzone, una di quelle a cui sono più affezionata, nonostante venga da un album spesso trascurato della discografia dei Moonspell.

... And what I see
You can not see
That when I move
You move with me...

Cambiamo totalmente atmosfera, ora: Cemetery gates è un brano tra i più noti dei Pantera, stranamente melodico ma non privo dei suoi momenti energici. È la canzone che accompagna il quarto capitolo e che viene messa in loop da uno dei personaggi come colonna sonora a una colossale sbronza; come potete intuire, il ragazzo non è in un momento di particolare allegria... Il brano è splendido, indimenticabile per me. E riascoltarlo oggi, come saluto a Vinnie Paul, ha ancora più significato.
Stay metal \m/

... I must reverse my life
I can't live in the past
Then set my soul free
Belong to me at last

Through all those
Complex years
I thought I was alone
I didn't care to look around
And make this world my own...

lunedì 18 giugno 2018

Questione d'empatia

Ieri ho visto il nuovo Jurassic Park (Il regno distrutto).
No, questo post non intende essere una recensione del film. Ho però una piccola confessione: nonostante sia un "semplice" blockbuster con mostri zannuti e tanta azione, alla scena della distruzione dell'isola, con il grande erbivoro (un brachiosauro, credo) che urla la sua disperazione mentre la nube di fumo e la lava dell'eruzione lo raggiungono sulla costa e Isla Nublar viene inghiottita dalla furia del vulcano, mi sono trovata con il magone.
Sarà perché Jurassic Park & dintorni risvegliano la bambina che è in me, forse; ma non solo, credo. È la magia del cinema, o, meglio ancora, la magia delle storie, che ci permette di empatizzare con persone e/o creature inesistenti, e di soffrire per la morte di un dinosauro "virtuale" ucciso da effetti speciali.
Poi ci sono quelli che, al cinema, di fronte alle scene drammatiche ridono.

Chiamatemi tenera, chiamatemi come volete, ma se una storia è ben raccontata non posso non empatizzare con i personaggi - persino se sono dinosauri. E credo che questo sia dovuto, in buona parte, anche a una vita immersa nelle storie, all'abitudine a diventare "altri", almeno per qualche ora: nei romanzi, nei film, appunto. E così come non riesco a non soffrire e gioire con i personaggi delle storie, allo stesso modo non riesco a non provare pietà, curiosità, interesse per gli altri esseri umani, quelli veri, quando li vedo intorno a me, vicini o lontani: se soffrono cerco di mettermi nei loro panni, se sono "diversi da me" - per cultura, abitudini, costumi, quello che vi pare - sono curiosa di saperne di più. Perché, qualsiasi sia la loro storia, il primo istinto è cercare di capirli, immaginare quello che sentono e provano. E no, non mi sto riferendo solo agli esempi di sfortunati che vivono in condizioni di povertà o guerra: non sto cercando di fare pietismo, "buonismo", né di fare l'occidentale superiore che guarda i tapini dall'alto in basso. Mi riferisco anche solo a quel sentimento di semplice godimento estetico che provo quando, in un festival, per esempio, vedo gente di ogni etnia che batte le mani all'unisono; quando, in bar di Milano, vedo il barista italiano, la cliente dell'est Europa e la cameriera dai tratti indiani che scherzano tra loro con un sorriso; quando, camminando per il porto di Genova o al Parco Sempione a Milano, incrocio il gruppetto di ragazzoni africani altissimi che suonano i tamburi e mi viene voglia di ballare lì, in mezzo a tutti, cittadini e turisti, italiani e stranieri. Mi riferisco anche, tristemente, alla voglia di gridare di rabbia che mi prende quando colgo per caso discorsi omofobi sul treno o per strada.
Perché sì, sono italiana, ma sono anche cittadina europea e del mondo. Perché mi piace la nostra cucina ma assaggio tutte quelle che posso. Perché amo quello che rende mia la mia cultura, ma mi piace scoprire quello che offre la cultura degli altri. Perché trovo belli i similvichinghi biondi dagli occhi azzurri di certi Paesi del nord così come trovo splendida la cameriera del Pedavena a Rovigo, piccoletta latina, dalla carnagione olivastra e con un sorriso da mozzare il fiato che mette allegria solo a guardarlo.
Poi ci sono quelli che scrivono su internet affondateli quei barconi.
Ma ci sono anche quelli che abbandonano - o uccidono a sangue freddo - i gattini. E quelli che pesterebbero un gay solo perché è gay.

E allora penso ai tassi drammatici di lettura nel nostro Paese, a quante poche persone si interessino di cinema o teatro, a quanti, troppi, sono incapaci di comprendere un testo e - persino tra chi qualche romanzo lo legge - mettersi nei panni dei personaggi a meno che non siano già una loro fotocopia (ragazzi incapaci di empatizzare con una protagonista femminile che vogliono solo libri scritti da maschi con personaggi maschi; ragazzine adolescenti incapaci di empatizzare con personaggi maschili adulti, che vogliono solo storie di altre adolescenti che facciano sempre le stesse cose; e così via). Aggiungeteci i tagli alla cultura, gli ostacoli posti sul cammino di chiunque cerchi di proporre qualcosa di diverso dalla norma più... "normale", le bibliotecarie che si rifiutano di stilare liste di libri da "mettere all'indice" e che vengono quindi trasferite... ed è tutto chiaro.
A questo Paese manca l'empatia. E l'empatia la si coltiva anche con le storie: perché sono le storie, con il loro incantesimo che ci ipnotizza e ci trasporta altrove, a insegnarci a immaginare com'è trovarsi nei panni dell'Altro, e a capire, quindi, che tutti siamo "l'Altro".
Perciò non cedete. Continuate a raccontare storie. E ogni volta che trovate qualcuno a cui le storie non interessano, regalategli qualcuna delle vostre. Soprattutto, non lasciate privi di storie i ragazzi e le ragazze che devono decidere, oggi, in quale mondo vogliono vivere.
Sarebbe un mondo così grigio, senza storie. Sarebbe un mondo così noioso, senza l'Altro.


L'immagine viene da WeHeartIt.

martedì 12 giugno 2018

Un mese dopo

Né a Dio né al Diavolo faceva il suo esordio al Salone di Torino il 10 maggio, un mesetto fa. Tempo di bilanci? Difficile nascondere l'entusiasmo, nel farli. Forse potrei, semplicemente, ringraziarvi.

Grazie di aver dato fiducia a me e a questa storia.

Grazie a tutte le persone che mi seguono dai tempi di Angelize, o da prima, e hanno tifato per me anche questa volta.

Grazie a tutti i lettori e le lettrici che non mi conoscevano e si sono lasciati incuriosire.

Grazie ai blogger, per le interviste, le segnalazioni, il sostegno.

Grazie ad Andrea de La Stampa On Line per questa bellissima intervista uscita ieri.

Grazie a Gainsworth, instancabile, a tutti i colleghi con cui stiamo organizzando meraviglie (vedrete...) e agli amici che non mancano mai di farmi sentire la loro presenza.

Grazie a tutti coloro che hanno seminato recensioni (su Amazon, Ibs, Goodreas, Anobii e chi più ne ha più ne metta): vuol dire tantissimo.

Last but not least, grazie a chi mi ha scritto per esprimere un entusiasmo tale da lasciarmi basita. A chi si è innamorato dei personaggi, a chi ha compreso perché ho scritto quello che ho scritto, a chi mi ha inviato riflessioni straordinarie, vestendo a nuovo una storia che credevo di sapere a memoria e continua invece a svelarmi nuove sfumature.

Per tutto questo e per molto altro, grazie.

Brindiamo! (Grazie a Purin de Il Sospiro del Muflone per questa foto)
Le foto inviate dai lettori potete trovarle in questo album (in costante aggiornamento).