lunedì 18 giugno 2018

Questione d'empatia

Ieri ho visto il nuovo Jurassic Park (Il regno distrutto).
No, questo post non intende essere una recensione del film. Ho però una piccola confessione: nonostante sia un "semplice" blockbuster con mostri zannuti e tanta azione, alla scena della distruzione dell'isola, con il grande erbivoro (un brachiosauro, credo) che urla la sua disperazione mentre la nube di fumo e la lava dell'eruzione lo raggiungono sulla costa e Isla Nublar viene inghiottita dalla furia del vulcano, mi sono trovata con il magone.
Sarà perché Jurassic Park & dintorni risvegliano la bambina che è in me, forse; ma non solo, credo. È la magia del cinema, o, meglio ancora, la magia delle storie, che ci permette di empatizzare con persone e/o creature inesistenti, e di soffrire per la morte di un dinosauro "virtuale" ucciso da effetti speciali.
Poi ci sono quelli che, al cinema, di fronte alle scene drammatiche ridono.

Chiamatemi tenera, chiamatemi come volete, ma se una storia è ben raccontata non posso non empatizzare con i personaggi - persino se sono dinosauri. E credo che questo sia dovuto, in buona parte, anche a una vita immersa nelle storie, all'abitudine a diventare "altri", almeno per qualche ora: nei romanzi, nei film, appunto. E così come non riesco a non soffrire e gioire con i personaggi delle storie, allo stesso modo non riesco a non provare pietà, curiosità, interesse per gli altri esseri umani, quelli veri, quando li vedo intorno a me, vicini o lontani: se soffrono cerco di mettermi nei loro panni, se sono "diversi da me" - per cultura, abitudini, costumi, quello che vi pare - sono curiosa di saperne di più. Perché, qualsiasi sia la loro storia, il primo istinto è cercare di capirli, immaginare quello che sentono e provano. E no, non mi sto riferendo solo agli esempi di sfortunati che vivono in condizioni di povertà o guerra: non sto cercando di fare pietismo, "buonismo", né di fare l'occidentale superiore che guarda i tapini dall'alto in basso. Mi riferisco anche solo a quel sentimento di semplice godimento estetico che provo quando, in un festival, per esempio, vedo gente di ogni etnia che batte le mani all'unisono; quando, in bar di Milano, vedo il barista italiano, la cliente dell'est Europa e la cameriera dai tratti indiani che scherzano tra loro con un sorriso; quando, camminando per il porto di Genova o al Parco Sempione a Milano, incrocio il gruppetto di ragazzoni africani altissimi che suonano i tamburi e mi viene voglia di ballare lì, in mezzo a tutti, cittadini e turisti, italiani e stranieri. Mi riferisco anche, tristemente, alla voglia di gridare di rabbia che mi prende quando colgo per caso discorsi omofobi sul treno o per strada.
Perché sì, sono italiana, ma sono anche cittadina europea e del mondo. Perché mi piace la nostra cucina ma assaggio tutte quelle che posso. Perché amo quello che rende mia la mia cultura, ma mi piace scoprire quello che offre la cultura degli altri. Perché trovo belli i similvichinghi biondi dagli occhi azzurri di certi Paesi del nord così come trovo splendida la cameriera del Pedavena a Rovigo, piccoletta latina, dalla carnagione olivastra e con un sorriso da mozzare il fiato che mette allegria solo a guardarlo.
Poi ci sono quelli che scrivono su internet affondateli quei barconi.
Ma ci sono anche quelli che abbandonano - o uccidono a sangue freddo - i gattini. E quelli che pesterebbero un gay solo perché è gay.

E allora penso ai tassi drammatici di lettura nel nostro Paese, a quante poche persone si interessino di cinema o teatro, a quanti, troppi, sono incapaci di comprendere un testo e - persino tra chi qualche romanzo lo legge - mettersi nei panni dei personaggi a meno che non siano già una loro fotocopia (ragazzi incapaci di empatizzare con una protagonista femminile che vogliono solo libri scritti da maschi con personaggi maschi; ragazzine adolescenti incapaci di empatizzare con personaggi maschili adulti, che vogliono solo storie di altre adolescenti che facciano sempre le stesse cose; e così via). Aggiungeteci i tagli alla cultura, gli ostacoli posti sul cammino di chiunque cerchi di proporre qualcosa di diverso dalla norma più... "normale", le bibliotecarie che si rifiutano di stilare liste di libri da "mettere all'indice" e che vengono quindi trasferite... ed è tutto chiaro.
A questo Paese manca l'empatia. E l'empatia la si coltiva anche con le storie: perché sono le storie, con il loro incantesimo che ci ipnotizza e ci trasporta altrove, a insegnarci a immaginare com'è trovarsi nei panni dell'Altro, e a capire, quindi, che tutti siamo "l'Altro".
Perciò non cedete. Continuate a raccontare storie. E ogni volta che trovate qualcuno a cui le storie non interessano, regalategli qualcuna delle vostre. Soprattutto, non lasciate privi di storie i ragazzi e le ragazze che devono decidere, oggi, in quale mondo vogliono vivere.
Sarebbe un mondo così grigio, senza storie. Sarebbe un mondo così noioso, senza l'Altro.


L'immagine viene da WeHeartIt.

3 commenti:

  1. Che bell'articolo! Hai ragione, sarebbe un mondo davvero povero. Diffondo. :)

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  2. Per la mia modesta opinione, la scena del brachiosauro inghiottito dalla colata piroclastica è stata concepita appositamente per lo scopo di suscitare tristezza ed empatia. Facendolo apparire simile a un cucciolo di qualche animale domestico - o anche a qualcosa di più intelligente - in difficoltà, era inevitabile suscitare questo effetto. Ma costruita a tavolino o meno, rimane comunque una bella scena, un po' improbabile forse ma emozionante lo stesso ^_^ .

    Concordo comunque col resto del ragionamento, soprattutto sulla mancanza di comprensione e di empatia in così tanti italiani. Anche se non sono proprio convinto che basterebbe aumentare il numero di lettori: per quanto mi riguarda, è un problema culturale molto più estremo, e quello della letteratura è solo una parte del problema. Ma ovviamente questa è solo una mia idea ^_^ .

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  3. A parte il fatto che nel 2018 i dinosauri spiumati non si possono più vedere (povere bestie, chissà che freddo...), mi trovi concorde su tutto.

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