mercoledì 26 settembre 2018

Urban fantasy, questo sconosciuto...

Quest'estate mi è capitato molto spesso di imbattermi in discussioni sulla definizione di urban fantasy, o di parlarne con svariate persone - lettori, altri autori, persone qualsiasi indistintamente. Se è emersa una singola certezza è questa: in Italia non si sa granché di che cosa sia l'urban fantasy (per lo più lo si confonde con il paranormal romance, ma se ci mettiamo pure i fantasy storici, i distopici e via così le acque si confondono ancora di più). Ma anche all'estero, in realtà, non è che la situazione sia molto migliore (se non per quantità di urban fantasy pubblicati, assai più abbondante che da noi).

Le domande che ci si pone in genere sono di questo tipo. Urban sta per ambientato in città? E se il mio romanzo lo ambiento in un paesino di tre case? E se lo piazzo in campagna? E se lo ambiento in città ma nell'Ottocento/Rinascimento/Medioevo e così via, è urban o historical fantasy? E se è una città contemporanea ma tutti sanno che esiste la magia, quindi c'è una differenza sostanziale rispetto al nostro mondo, è ancora urban? E se tutti scoprono che esiste la magia durante il romanzo, è urban prima e dopo qualcos'altro? E se la città è in un mondo che con il nostro non c'entra proprio un tubo?... E se?...
Insomma, un guazzabuglio. E dunque? Ci si strappa i capelli a vicenda ammazzandosi di botte finché restano in piedi solo gli esponenti di una delle varie fazioni in campo?
No, non rispondete a queste domande. La mia utopica speranza è che prima di tutto interessi, a lettori, autori e chiunque capiti di qui, se questo o quel romanzo sia appassionante, coinvolgente, insomma, "bello"; dell'etichetta da appiccicarci sopra mi frega poco a prescindere (vale lo stesso quando si parla di metal, suddiviso ormai in trecentomila sottogeneri diversi, cosa che per me lascia davvero il tempo che trova).

Quello che posso dirvi è che un ottimo riassunto sulla spinosa questione lo trovate in questo saggio breve in pdf disponibile on line, scritto da Stefan Ekman, dal titolo Urban fantasy: a Literature of the Unseen (pubblicato nel 2016 sul Journal of the Fantastic in the Arts). È proprio perché mi sono imbattuta di recente in questo testo che ho deciso di segnalarvelo e, di conseguenza, di scrivere un post in merito: perché se vorrete leggerlo avrete un'idea delle discussioni critiche su questo genere (o sottogenere). In particolare, nei paragrafi Settings and Worlds e City and Urbanity? l'autore fa una carrellata delle opinioni di vari studiosi in merito alle principali questioni aperte: ovvero, se il testo è ambientato in una qualsiasi città (vera, immaginaria, passata, presente, futura, nel nostro mondo o in un mondo inventato) allora è urban fantasy? Oppure il termine "urban fantasy" è adeguato solo alle opere ambientate nella nostra contemporaneità? E solo in città, o anche in campagna o al mare o in montagna indistintamente? Nel saggio trovate, oltre a queste, svariate altre questioni intriganti, ma qui vorrei limitarmi a quelle che ho menzionato.

Be', vi dico subito una cosa: se vi aspettate una risposta definitiva e univoca, non dico da me (che sono una scrittrice ma non certo una critica letteraria o un'accademica, per quanto mi piaccia leggere la saggistica su questi argomenti) ma anche solo dal testo che vi ho linkato, vi disilludo subito. Quello che troverete tra quelle pagine è una panoramica su svariate opinioni diverse, anche diametralmente opposte. Ma vi invito prima di tutto a leggere: è affascinante e merita il tempo che questa quindicina di pagine (bibliografia esclusa) vi richiederà.

Fatto? Bene. Volete a questo punto sapere cosa ne penso io? Be', il mio modesto parere è che scannarsi in merito sia inutile, semplicemente perché si parla di etichette e convenzioni su cui nemmeno gli studiosi più accreditati concordano. Se avete letto i paragrafi che vi ho segnalato, vi posso dire ora che, per quanto mi riguarda, concordo con Leigh McLennon e gli altri critici che, come lei, considerano urban fantasy le opere ambientate nella contemporaneità (se scrivessi un fantasy ambientato nell'antica Roma, insomma, preferirei specificare che si tratta di fantasy storico); allo stesso tempo, come i vari Karin Waller, Nene Ormes, Helen Young sempre menzionati nel medesimo saggio, considererei urban fantasy anche le opere ambientate "in a town, in rural areas, or on a journey" (cito le parole della Young dalla pagina 457); dello stesso parere è anche il principale esperto di urban fantasy del nostro Paese, Luca Tarenzi, che ha sostenuto le medesime tesi in svariati corsi e interventi. Urban, insomma, non è semplicemente un riferimento ad ambienti letteralmente "urbani", cittadini, ma, sempre secondo la Young (pagina 458), è "a cultural feature or mind-set rather than a place". Questo è quello che penso io; se parlo dei miei urban fantasy, sapete a questo punto cosa aspettarvi. Tutto qui.

Prima che si scateni la polemica (scherzo: spero proprio di no), specifico ancora una volta: non sto dicendo che sia così per comando divino, né che se non concordate siete degli incompetenti. Se non siete d'accordo con la definizione che prediligo io, be', siete in compagnia di un'altra mezza tonnellata di critici... Semplicemente, non esiste una definizione unica. La cosa più logica, a mio modesto parere, quando si vuole usare il termine urban fantasy, è indicare a quale definizione ci si atterrà, per evitare confusione; e se proprio si vuole andare oltre, specificare anche ogni volta che non tutti hanno la stessa idea.
Ma, insomma, se uno di voi mi dicesse "Il mio romanzo è ambientato nella Roma di Cesare quindi lo considero urban fantasy anche se è in ambientazione storica", credete che a me interessi di più rompere le scatole perché io preferisco una definizione diversa, o leggere il libro in questione e vedere se è un bel libro?

martedì 18 settembre 2018

Mayhem

Domenica ho lavorato tutto il giorno.
No, non sono dipendente di un centro commerciale, ma sono una libera professionista e se non ci fosse il calendario del pc a ricordarmi che giorno della settimana è, io non saprei dirvelo di sicuro. E anche se il mi' babbo ha passato diverso tempo a chiedermi "ma non è che il posto di lavoro X potrebbe assumerti davvero?", ci ha rinunciato ormai da tempo. Soprattutto dopo che spinto sempre di più per lavorare da casa in maniera il più possibile indipendente, con i miei orari e gestendomi da sola. Adesso, salvo le lezioni di scrittura che tengo in trasferta, lavoro sempre nel mio studiosalottobiblioteca disordinato, con i poster dei Blind Guardian e dei Moonspell davanti, i biglietti dei concerti fissati al sughero e i disegni che alcuni lettori mi hanno inviato sulla parete di lato (ho ben due Lucifero di Angelize e una Dea che mi fissa inquietante, tra gli altri), fate e folletti e peluche di pipistrelli qua e là, e, naturalmente, Mircalla o il Pampe in braccio a turno, tazze di tè, caffè o cappuccino quando mi pare. E se mi gira lavoro in pigiama, oppure mi vesto e mi piazzo con il pc nei miei bar preferiti e lavoro da lì. Ah, e la musica è sempre di sottofondo. E anche se mi capita di arrivare a sera stanchissima, a volte, e di passare al lavoro interi week end, posso anche decidere che ehi, oggi è lunedì eppure io non metto la sveglia. Oppure ehi, sto lavorando da sei ore, facciamo che adesso vado a fare una passeggiata sul lungolago per schiarirmi le idee e riposare gli occhi e poi continuo. Non ho malattie o ferie pagate e non mi arricchirò mai, ma faccio un lavoro che mi piace e anche se in certi periodi si fanno i salti mortali per gestire la mole di incarichi, mi tengo da parte il tempo per vivere davvero, godermi le piccole cose, senza dover convivere forzatamente con colleghi o capi tutti rinchiusi in un posto che non è casa mia. E prima che qualcuno si offenda, non sto affatto dicendo che le mie scelte siano quelle "giuste" per tutti, chiaro: c'è chi preferisce lavorare "a scadenza" e chi ha bisogno di orari fissi. A ognuno il suo: l'importante è che sia quello che fa stare bene, e a tutti auguro di avere la possibilità di scegliere.

Perché tutta questa tiritera? Perché è settembre, le vacanze sono finite per più o meno tutti, e uno degli ultimi film horror che ho visto e mi sono piaciuti, Mayhem (2017, regia di Joe Lynch), parla proprio di ambienti lavorativi. E, per la precisione, di quel tipo di ambiente lavorativo da cui sono fuggita come dalla peste quando l'ho anche solo parzialmente sfiorato. Perché Derek (lo Steven Yeun di Walking Dead, che qui ho adorato) è un giovane avvocato rampante in una grande società di consulenze legali. Nel mondo si è diffuso da poco un virus che libera dalle inibizioni (e quindi spinge la gente a piangere, inferocirsi o fare sesso in pubblico senza controllo): al primo omicidio commesso da una persona infetta, è proprio Derek a farla scagionare in quanto non in possesso delle proprie facoltà mentali. La sua brillante carriera si interrompe bruscamente quando una perfida collega gli fa le scarpe, ma proprio mentre il ragazzo se ne sta andando con lo scatolone dei suoi effetti personali, lo stabile viene sigillato e posto in quarantena perché all'interno è stato rilevato il virus. La cura viene diffusa per via aerea, ma ci vorranno otto ore prima che faccia effetto e i dipendenti vengano liberati... otto ore di tempo, per Derek, per risalire fino ai piani alti e uccidere i responsabili del suo licenziamento, rimanendo impunito.

Inizia dunque una sarabanda di violenza arricchita dalla giusta dose di ironia, ma senza mai scadere nell'umorismo volgare o sciocco: le peripezie di Derek, colletto bianco disilluso che ha rinunciato alla passione per la pittura o ai rapporti con i familiari perché prosciugato di tempo ed energie dalla vampiresca ditta per cui lavora, sono condotte con ritmo e arricchite da una galleria di personaggi impagabili, presentati dal narratore (appunto, la voce fuori campo di Derek stesso) in poche frasi taglienti: il nerd responsabile dei computer, il freddo bastardo che si occupa di comunicare i licenziamenti e così via. E le riflessioni sulla gabbia dorata in cui Derek ha faticato tanto a entrare, quel lavoro spietato che poteva garantirgli soldi e lussi ma che gli ha rubato l'anima, la giungla feroce dove sopravvivere a scapito degli altri e venire spolpati e gettati al primo errore, sono quantomai attuali al giorno d'oggi. Perché, come si diceva più su, qualsiasi lavoro va bene se è quello che vi fa stare bene; ma, credo, come vuole il detto, bisogna lavorare per vivere, non vivere per lavorare. E sempre più è importante ricordarsi la dimensione umana, le passioni, il fuoco che fa davvero brillare gli occhi e ravvivare l'anima, qualsiasi esso sia. Come la pittura per Derek, i cui quadri punteggiano il film, sprazzi colorati alternati all'ambiente grigio, di plastica, vetro e metallo, del suo luogo di lavoro.
Insomma, un film intelligente e divertente insieme, che vi consiglio senza se e senza ma.

mercoledì 12 settembre 2018

Né a Dio né al Diavolo - la colonna sonora, capitolo 10 e interludio 1

Eccomi con un altro paio di brani dalla playlist che ho composto per accompagnare Né a Dio né al Diavolo. Vi avevo lasciato con le canzoni che facevano da colonna sonora alla conclusione della prima parte del libro; ora i personaggi non sono più "nel Kansas", per così dire (... okay, Tom si sta immaginando Ivan con i codini da Dorothy, adesso. Dategli il tempo di smettere di ridere).
I due brani che vi propongo oggi sono piuttosto speciali, per me; uno è stato tra i primi a finire nella colonna sonora ed è sempre rimasto saldamente legato al capitolo 10, che inizia la seconda parte, mentre l'altro è stato una delle ultime aggiunte ed è legato al primo degli "interludi" che, a poco a poco nel corso del romanzo, esplorano la storia dei vampiri... quand'erano ancora esseri umani, ovvero nel Seicento. Nella versione originaria gli interludi erano solo un paio, mentre poi ho deciso di esplorare meglio la vicenda, cosa che mi ha consentito di svelarla a poco a poco, di dosare le informazioni e giocare con il ritmo della storia; ed ecco perché molte delle canzoni associate a queste parti sono arrivate per ultime.

Nello specifico, ad aprire le danze è Here in the throat dei My Dying Bride, un brano assolutamente perfetto per trasmettere l'atmosfera di tensione che si respira adesso che le carte cominciano a svelarsi. Il testo mi è sempre parso adattissimo a un ipotetico dialogo tra i tre personaggi in ballo e i complicati rapporti che si stanno delineando: Lucas, Ioan appena rispuntato dal passato e Ivan che è ancora convinto di poter tornare nel suo confortevole... Kansas (smettila di ridere Tom). Ecco la parte di testo che ho sempre trovato perfetto per intrecciare le voci dei tre (potete ascoltare la canzone a questo link):

I need him
To wash me of my sin
To take me from this place
To heal me of my wounds
I need him
To clean your mark off me
To wipe you from my eyes
To strike you from my heart
I need him

I know, not what, I do or say
But I, do what, I say and believe

You need him
To take you from this place
To heal you from your wounds
You need him
To clean my mark off you
To wipe me from your eyes
To strike me from your heart
You need him

You are, nothing to me, anymore
I hope, I mean, nothing to you

I want a place to hide, somewhere far from your side
There is no stopping you, there's nothing you won't do


Per il primo degli interludi ho pescato invece un classico dall'atmosfera completamente diversa: Your possible pasts dei Pink Floyd, che già dal titolo rende l'idea (potete ascoltarla a questo link). Siamo nel 1655, nell'America puritana, e un ragazzetto viziato di ventun'anni cerca di godersi la vita tra alcol ed eccessi ogni volta che non si trova sotto il vigile occhio paterno. Finché, durante un viaggio, incontra un tizio taciturno e solitario... Ecco il frammento del testo che mi ha fatto decidere per questo brano, e che mi ha sempre fatto pensare a come Lucas e Ioan stessi che, dopo essersi rivisti nel capitolo 10, ripensano ciascuno per conto suo a quei giorni lontani...



He said, "I was just a child then. Now I'm only a man."

Do you remember me? How we used to be?
Do you think we should be closer?

By the cold and religious we were taken in hand
Shown how to feel good and told to feel bad
Tongue tied and terrified we learned how to pray
Now our feelings run deep and cold as the clay
And strung out behind us the banners and flags
Of our possible pasts lie in tatters and rags

Do you remember me? How we used to be?
Do you think we should be closer?

lunedì 3 settembre 2018

Quando rotola l'erba

Quest'estate, vivagliddei, ho letto e scritto molto più di quanto non mi capitasse da tempo, e spero di mantenere il trend positivo anche ora che sono passati agosto e le ferie generali. Ispirata da alcune delle letture che mi sono capitate sotto mano, oggi riprendo un post scritto qualche tempo fa su Facebook, che ha suscitato un bel po' di commenti e opinioni contrastanti (ecco il link: è pubblico, quindi non serve avere un account per vederlo). Quanto segue si riferisce ai miei gusti personali di lettrice e di scrittrice, non a regole o imposizioni, quindi non c'è offesa nei confronti di chi ha gusti e/o abitudini diverse.

Ufficialmente: detesto quando un autore indica che un personaggio rimane in silenzio, nel corso di un dialogo, con «...». Mi fa l'effetto di "eh, non avevo voglia di sforzarmi per indicare la pausa con un gesto, una descrizione, un pensiero, quindi to', tre puntini di sospensione".
Come dicevo, gusti personali, eh, probabilmente... ma mi risulta fastidioso come unghie su una lavagna.
Che poi, a me sfruttare queste pause proprio per mostrare l'atteggiamento dei personaggi - se il loro sguardo sfugge, se si prendono il tempo di, che so, tirare una boccata di sigaretta, se tamburellano con le dita, cose del genere - piace tantissimo. Fa parte di quella miriade di "non detti" che danno al romanzo uno spessore e una solidità molto maggiori. Non è facile non cadere sempre nelle stesse frasette riempitivo, ma, appunto, lì sta la bravura, lì sta l'impegno.

Che cosa ne pensate? Si tratta di un trend che ho visto in questi anni ma che non rammento dalle mie letture giovanili; forse, come facevano notare alcuni commentatori sul post di Facebook, influenzato dai fumetti (dove però ha perfettamente senso e non mi ha mai dato fastidio). In narrativa, quelle battute di dialogo "vuote" evocano alla mia mente l'immagine dei cespugli rotolanti nel deserto, solo che a guardare con disagio e imbarazzo il personaggio ammutolito - e l'autore che l'ha messo in campo - sono io lettrice. Prima di scrollare l'uno e l'altro per le spalle e dirgli "Allora? Sei finito in freeze come lo schermo di un computer bloccato? Ti stai fingendo morto? FA' QUALCOSA!"