martedì 18 settembre 2018

Mayhem

Domenica ho lavorato tutto il giorno.
No, non sono dipendente di un centro commerciale, ma sono una libera professionista e se non ci fosse il calendario del pc a ricordarmi che giorno della settimana è, io non saprei dirvelo di sicuro. E anche se il mi' babbo ha passato diverso tempo a chiedermi "ma non è che il posto di lavoro X potrebbe assumerti davvero?", ci ha rinunciato ormai da tempo. Soprattutto dopo che spinto sempre di più per lavorare da casa in maniera il più possibile indipendente, con i miei orari e gestendomi da sola. Adesso, salvo le lezioni di scrittura che tengo in trasferta, lavoro sempre nel mio studiosalottobiblioteca disordinato, con i poster dei Blind Guardian e dei Moonspell davanti, i biglietti dei concerti fissati al sughero e i disegni che alcuni lettori mi hanno inviato sulla parete di lato (ho ben due Lucifero di Angelize e una Dea che mi fissa inquietante, tra gli altri), fate e folletti e peluche di pipistrelli qua e là, e, naturalmente, Mircalla o il Pampe in braccio a turno, tazze di tè, caffè o cappuccino quando mi pare. E se mi gira lavoro in pigiama, oppure mi vesto e mi piazzo con il pc nei miei bar preferiti e lavoro da lì. Ah, e la musica è sempre di sottofondo. E anche se mi capita di arrivare a sera stanchissima, a volte, e di passare al lavoro interi week end, posso anche decidere che ehi, oggi è lunedì eppure io non metto la sveglia. Oppure ehi, sto lavorando da sei ore, facciamo che adesso vado a fare una passeggiata sul lungolago per schiarirmi le idee e riposare gli occhi e poi continuo. Non ho malattie o ferie pagate e non mi arricchirò mai, ma faccio un lavoro che mi piace e anche se in certi periodi si fanno i salti mortali per gestire la mole di incarichi, mi tengo da parte il tempo per vivere davvero, godermi le piccole cose, senza dover convivere forzatamente con colleghi o capi tutti rinchiusi in un posto che non è casa mia. E prima che qualcuno si offenda, non sto affatto dicendo che le mie scelte siano quelle "giuste" per tutti, chiaro: c'è chi preferisce lavorare "a scadenza" e chi ha bisogno di orari fissi. A ognuno il suo: l'importante è che sia quello che fa stare bene, e a tutti auguro di avere la possibilità di scegliere.

Perché tutta questa tiritera? Perché è settembre, le vacanze sono finite per più o meno tutti, e uno degli ultimi film horror che ho visto e mi sono piaciuti, Mayhem (2017, regia di Joe Lynch), parla proprio di ambienti lavorativi. E, per la precisione, di quel tipo di ambiente lavorativo da cui sono fuggita come dalla peste quando l'ho anche solo parzialmente sfiorato. Perché Derek (lo Steven Yeun di Walking Dead, che qui ho adorato) è un giovane avvocato rampante in una grande società di consulenze legali. Nel mondo si è diffuso da poco un virus che libera dalle inibizioni (e quindi spinge la gente a piangere, inferocirsi o fare sesso in pubblico senza controllo): al primo omicidio commesso da una persona infetta, è proprio Derek a farla scagionare in quanto non in possesso delle proprie facoltà mentali. La sua brillante carriera si interrompe bruscamente quando una perfida collega gli fa le scarpe, ma proprio mentre il ragazzo se ne sta andando con lo scatolone dei suoi effetti personali, lo stabile viene sigillato e posto in quarantena perché all'interno è stato rilevato il virus. La cura viene diffusa per via aerea, ma ci vorranno otto ore prima che faccia effetto e i dipendenti vengano liberati... otto ore di tempo, per Derek, per risalire fino ai piani alti e uccidere i responsabili del suo licenziamento, rimanendo impunito.

Inizia dunque una sarabanda di violenza arricchita dalla giusta dose di ironia, ma senza mai scadere nell'umorismo volgare o sciocco: le peripezie di Derek, colletto bianco disilluso che ha rinunciato alla passione per la pittura o ai rapporti con i familiari perché prosciugato di tempo ed energie dalla vampiresca ditta per cui lavora, sono condotte con ritmo e arricchite da una galleria di personaggi impagabili, presentati dal narratore (appunto, la voce fuori campo di Derek stesso) in poche frasi taglienti: il nerd responsabile dei computer, il freddo bastardo che si occupa di comunicare i licenziamenti e così via. E le riflessioni sulla gabbia dorata in cui Derek ha faticato tanto a entrare, quel lavoro spietato che poteva garantirgli soldi e lussi ma che gli ha rubato l'anima, la giungla feroce dove sopravvivere a scapito degli altri e venire spolpati e gettati al primo errore, sono quantomai attuali al giorno d'oggi. Perché, come si diceva più su, qualsiasi lavoro va bene se è quello che vi fa stare bene; ma, credo, come vuole il detto, bisogna lavorare per vivere, non vivere per lavorare. E sempre più è importante ricordarsi la dimensione umana, le passioni, il fuoco che fa davvero brillare gli occhi e ravvivare l'anima, qualsiasi esso sia. Come la pittura per Derek, i cui quadri punteggiano il film, sprazzi colorati alternati all'ambiente grigio, di plastica, vetro e metallo, del suo luogo di lavoro.
Insomma, un film intelligente e divertente insieme, che vi consiglio senza se e senza ma.

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