mercoledì 26 dicembre 2018

Trent'anni da quattr'occhi

Avevo sette o otto anni quando misi gli occhiali.
Alle elementari, dunque, con il corredo di vergogna il primo giorno che mi presentai a scuola da quattr'occhi per la prima volta e un barlume di speranza infantile - e infondata - che sarebbe stata una situazione solo temporanea, che avessi gli occhi affaticati ma che, dopo aver usato gli occhiali per un po', sarebbero "guariti".
Per i successivi trent'anni della mia vita, quasi, quegli occhiali (e le varie montature e lenti di gradazioni sempre maggiori che si sono succedute) sono stati lo strumento che mi ha consentito di vivere una vita normale. Indispensabili e odiati, una routine sempre uguale - mettili nel cassetto la sera, riprendili al mattino appena sveglia se vuoi che il mondo acquisti un senso; puliscili; stai attenta quando salti, quando fai ginnastica, quando abbracci la gente, quando ti addormenti in poltrona, quando fai sesso, quando vai in piscina. Una preoccupazione - occhio che si rompono e costano un sacco, porca pupazza si sono stortati, merda la lente si è graffiata - e una benedizione della nostra epoca, perché qualsiasi scomodità svanisce di fronte alla prospettiva di vivere costantemente da miope (e anche un po' astigmatica nell'occhio sinistro, nel mio caso). La vita con quattro diottrie in meno, insomma, diventa una vita di rassegnata abitudine: scherzi facendo provare gli occhiali a chi ha la vista perfetta e dice "wow, con questi non vedo un tubo". Ti abitui ad avere sempre la custodia a portata di mano quando sai che, per esempio al mare, dovrai toglierteli per nuotare. Non badi più al fatto che il mondo ha dei precisi confini - una cornice tutto intorno, e se guardi troppo verso il basso o di lato la cornice segna il confine tra gli oggetti i cui colori rimangono dentro le linee e quelli che sembrano un acquarello su cui qualcuno ha pianto.

Questo Natale, però, è stato diverso.

Questo Natale mi sono fatta un regalo. Un'altra benedizione della nostra epoca, che desideravo da tempo ma, ehi, non viene gratis, e quindi ha dovuto attendere. La correzione di miopia e astigmatismo grazie alla chirurgia laser.
Ora, non descriverò qui l'operazione in sé perché ho verificato che non tutti apprezzano: gli occhi sono un punto particolarmente sensibile e molti si impressionano (perciò, sì, troverete una descrizione più approfondita in coda al post, a parte: legga solo chi vuole!) Sappiate solo (soprattutto chi è miope e medita se, un giorno, forse, chissà...) che è qualcosa di fattibilissimo, di molto meno drammatico di quanto potrebbe sembrare, e che non smetterò mai di consigliarla, ora che ci sono effettivamente passata. La data (11 dicembre) era fissata fin da settembre, in una clinica di Milano dove opera la mia bravissima oculista aronese, e per molte settimane è rimasta un argomento lontano, a cui cercavo di pensare il meno possibile, salvo quando si trattava di programmare il lavoro lasciandomi un paio di settimane di "buco" a dicembre perché, naturalmente, avrei dovuto stare lontana da pc e telefono per un po'. Poi, a fine novembre, ho cominciato a organizzarmi, a sentire il giorno fatidico avvicinarsi, in particolare all'acquisto del collirio preparatorio che avrei dovuto mettere tre volte al giorno nei tre giorni precedenti. Ed è lì che un pochino di ansia, lo ammetto, ho cominciato a provarla: perché chissà come sarà nella pratica l'operazione che mi era stata spiegata perfettamente in teoria; perché chissà se andrà tutto bene; perché chissà se nei giorni successivi proverò davvero così male (consiglio: evitate i forum su internet, che non faranno altro che mandarvi nel panico).

Arriva poi l'11 dicembre. Giungo in clinica accompagnata con largo anticipo, c'è tempo di una cioccolata calda, di rifare gli esami per confermare che sì, posso operarmi, che sì, i miei occhi  hanno proprio questo e quel difetto.
Poi mi chiamano (ed è qui che, se volete sapere come si svolge l'operazione nel dettaglio, vi rimando all'ultimo paragrafo del post). Alla fine della chirurgia, da sdraiata mi alzo a sedere, i medici mi chiedono se mi gira la testa, se sto bene. Io guardo quello che ho davanti a me.
E lo vedo.
Lo vedo, lo vedo, lo vedo. È a mezzo metro da me o poco più e senza occhiali lo vedrei-più-o-meno, sfocato. Invece adesso lo vedo, cazzo, lo vedo. Mi guardo intorno, ecco, sì, le scritte sulla porta sono un pochino tremolanti, ma le leggo. Non sono una macchia indistinta, quello che gli inglesi definiscono splendidamente blur. No, non mi gira la testa. Esco e torno in sala d'attesa, sorrido e incoraggio la ragazza che attende il suo turno. Il mio accompagnatore alza la testa sorpreso, "Ma sei appena entrata! Sarà un quarto d'ora, forse neanche..."
Io mi siedo accanto a lui. Lo vedo. Lo vedo. Lo vedo.
Mi vengono le lacrime agli occhi.

I giorni successivi non sono, in verità, semplicissimi, ma la mia oculista - che mi controlla quotidianamente - sa sempre prevedere esattamente come andrà la giornata seguente e quindi non mi spavento. Il martedì dell'operazione vedo abbastanza bene, e anche il mercoledì, ma accidenti, gli occhi bruciano sempre un po', lacrimano sempre un po', sembrano sempre avere una ciglia dentro e non posso sfregarli, ma solo asciugarli. Vivo in casa al buio, quando cucino accendo la luce ma ho gli occhiali da sole, i gatti si lamentano perché si sentono trascurati ma mi spiace, cuccioli, non posso farvi dormire con me, non voglio che mi diate testate in faccia e mi spargiate pelo sul cuscino... mi farò perdonare. No, niente dolore atroce la prima notte, come alcuni raccontano: la tachipirina 1000 è la mia fedele compagna, una al mattino, una al pomeriggio quando gli occhi sembrano gonfiarsi, una la sera per dormire bene e via, niente fitte lancinanti. Non posso leggere, sbircio il cell giusto ogni tanto, uso i messaggi vocali, ascolto audiolibri, sonnecchio, faccio partire musica su Youtube dallo smartphone. Stacco, da tutto.
Il giovedì, eccolo: il giorno in cui la vista sarebbe calata. L'oculista mi aveva avvisato, fa parte della guarigione: ho ancora addosso le lenti a contatto protettive, adesso vedo tutto sfocato, non riesco neanche a leggere i messaggi WhatsApp. Ma procede tutto secondo i piani. Sono tranquilla, sul serio, anche se buio, musica, sonno - che fa bene, fa guarire - e la serie continua di colliri e lacrime artificiali cominciano a diventare un po' più difficili da sopportare. Un po' scienza, un po' magia, un po' dèi benevoli fanno sì che le lenti mi vengano rimosse dall'oculista (con una pinzetta, urgh) già venerdì sera anziché (come originariamente previsto) sabato o addirittura lunedì: l'epitelio (rimosso durante l'operazione per poter usare il laser) si è riformato, ma è molto graffiato, soprattutto a sinistra, ho gli occhi infiammati. Posso cominciare con colliri al cortisone, gel apposito, e ancora lacrime artificiali, ovviamente. Sabato ancora fastidio, ancora bruciore, ancora occhiali da sole in casa, ma la sera esco, non ce la faccio più, sto sclerando a stare in casa e riemergerne solo per le visite di controllo. Che vanno bene, comunque: "Vedrà che domani andrà molto meglio". Sarà.
Domenica, in effetti, rinasco.
La vista è ancora un po' sfocata, ma posso leggere il cellulare. Colliri, lacrime, gel, bla bla, ma ci vedo molto meglio, non mi dà fastidio la luce naturale in casa, non ho più fastidio, sensazione di avere qualcosa negli occhi. Sono viva. Porto la mano alla tempia per aggiustare gli occhiali come miliardi di altre volte, e non li trovo.
Da allora è un continuo migliorare. Martedì posso ricominciare a usare il computer (poco, triplicando le lacrime artificiali, lo schermo anche a luminosità bassa è difficile da leggere, ma leggo su carta, stampo tutto il lavoro che posso). Occhiali da sole fuori casa, certo, anche la sera perché le luci artificiali mi danno un po' fastidio e ancora di più l'aria fredda, ma in casa zero problemi. Mercoledì, giovedì, ogni giorno è meglio: l'infiammazione sta guarendo, l'epitelio sta guarendo, quando i "graffietti" sulla sua superficie saranno spariti vedrò al mio massimo; l'occhio sinistro rimane più indietro di quello destro, è ancora un po' astigmatico, ma si sistemerà anche lui. Ed è già un'altra vita.
È già un'altra vita.
Post workout - il primo dopo l'operazione,
il primo senza occhiali che mi ballano sul naso ^___^

Natale. Sono passate due settimane esatte dall'operazione. L'astigmatismo del sinistro è già passato da due diottrie a 0,25, sparirà probabilmente del tutto; con il destro vedo già a 11 decimi. Prima mettevo lacrime artificiali anche perché sentivo fisicamente gli occhi "asciugarsi", adesso a volte me lo impongo perché è l'ora di farlo ma quasi non me ne accorgerei, altrimenti. Continuo a usare gli occhiali da soli all'aperto, ma solo di giorno, e sarà così per un paio di mesi almeno, credo, ma chissene: sono una vampira strafiga, col cappottone nero, le occhiate della gente sono impagabili. Faccio ginnastica e non ho occhiali che mi scappino dal naso quando sono a testa in giù. Sono riposata - una settimana di stacco totale dal pc mi ha fatto bene, e vorrei non scordarmi la lezioni: concedermi più riposo, anche se sì, ci sono sempre milioni di cose da fare e lavori da sbrigare. La gente che mi conosce mi dice "cavoli, non sono abituato a vederti senza occhiali", "ma hai messo le lenti a contatto?" Penso alla prossima estate e sogno di andare al mare, fare immersioni come a Tenerife nel 2017, e vedere. Tutto. Ogni singola scaglia di ogni minuscolo pesciolino. Prossimo controllo dall'oculista ai primi di gennaio, per allora la mia vista sarà ancora migliore di adesso.

Ogni tanto ancora mi aggiusto occhiali che non ho più sul naso e mi viene da ridere.
È già un'altra vita.


L'OPERAZIONE.
A titolo informativo, se siete curiosi, se non vi spaventa la possibilità di trovare qualche dettaglio un po' horror. Mi erano state prospettate due possibili operazioni, la Lasik, più costosa, a guarigione più rapida, e la PRK, quella a cui alla fine ho dovuto sottopormi perché la prima richiedeva una cornea più spessa, la mia è troppo sottile per poterla fare.
Premessa doverosa: prima della chirurgia venite riempiti di collirio anestetico, siete coscienti ma non provate assolutamente dolore.
La Lasik è ancora più "horror": mi è stato spiegato che l'occhio viene letteralmente affettato per orizzontale, un lembo viene sollevato, il laser agisce, il lembo viene richiuso. Se non ricordo male, durante l'operazione l'occhio viene tenuto aperto e sollevato in un modo tale per cui momentaneamente il paziente non vede, ma questa spiegazione mi è stata data mesi fa e, non essendoci passata di persona, non vorrei ricordare male, quindi per ulteriori dettagli rivolgetevi a chi ne sa di più.
La PRK ve la posso invece raccontare per bene. Prima mi è stato somministrato il collirio anestetico, poi, dopo qualche minuto, sono stata fatta entrare nella stanza con il macchinario vero e proprio. Mi sono sdraiata sotto l'apparecchiatura, ma la prima parte, lo sapevo, sarebbe stata manuale: mi è stato applicato all'occhio destro un blefarostato, che mi ha tenuto aperto l'occhio (l'ho solo intravisto, la sensazione è quella di avere come un cerchietto di ferro tutto intorno al globo oculare). Niente dolore, solo un lieve fastidio.
Poi è toccato alle spazzole. Eh, già, perché l'oculista mi ha rimosso l'epitelio utilizzando tre diverse spazzoline (una sembrava uno spazzolino elettrico di quelli con la testina rotonda, una la chiamavano "mazza da golf" e, per come la vedevo io, mi è parsa una L, come una specie di brugola, una era larga e morbida; credo servisse a rimuovere il liquido in eccesso ma non posso averne la certezza). Mentre continuavano ad aggiungere gocce di anestetico per minimizzare il fastidio, il mio epitelio è stato eliminato quanto bastava a usare il laser: i medici continuavano a rassicurarmi, a farmi spostare la testa - perché ve lo garantisco, tendete a ritrarvi senza neanche accorgervene - e a ricordarmi di guardare fisso la lucina rossa sopra di me. Non ve lo nascondo, è fastidioso: non si prova dolore, ma che vi stanno sfregando piano l'occhio sì, lo sentite e lo vedete, e accidenti, non passa mai troppo presto: a un certo punto ho davvero pensato ma come faccio a resistere fino alla fine? In realtà si fa e non è così drammatico, ma un po' di ansia e fastidio sono normali e inevitabili, e i medici, che lo sanno, fanno di tutto per ridurli al minimo. Dura boh, qualche minuto? Poi è toccato al laser. Sopra di me, la solita lucina rossa, che dovevo fissare stando il più possibile immobile, e una lucina verde. Il laser è programmato per seguire i movimenti involontari degli occhi, se anche si sposta troppo lo sguardo non succede nulla; io, comunque, ho trovato molto più facile guardare fisso la luce quando non avevo nessuno a pastrugnarmi l'occhio... Un ronzio, cinque o sei secondi, fine.
Giuro, fine e neanche te ne accorgi: non si sente nulla, non ci sono odori o bruciori o sensazioni di alcun tipo, se non avessi sentito ronzare la macchina non mi sarei neanche accorta che il laser stava funzionando.
A quel punto, repeat tutto con l'occhio sinistro.
La seconda volta è stata per me ancora più fastidiosa, inizialmente, perché già il blefarostato l'ho sentito parecchio di più; quindi altro collirio anestetico (e mi hanno spiegato che è normale, avendo già fatto un occhio, che il secondo crei più disagio). Epitelio ciao ciao, laser di pochi secondi, e via.
Sì, è stato fastidioso, sì, è durato poco, sì, lo rifarei: perché sì, ne vale la pena.

(E ringrazio gli dèi che non mi sia venuto in mente di cercare su YouTube video di operazioni simili prima di farla io stessa. Adesso l'ho fatto, non ho trovato niente di sconvolgente, ma credo sia meglio non sfidare la propria ansia...)

venerdì 14 dicembre 2018

Death is not the Worst - blog tour: ottava tappa

Ecco cosa può succedere durante una presentazione di Death is not the Worst delle care Julia Sienna e Helena Cornell...soprattutto se avviene a Biveno, la città in cui è ambientato Né a Dio né al Diavolo ;-) Grazie a Julia e Helena per la collaborazione nella stesura di questo raccontino. Enjoy!

* * *


"Ivan odiava le presentazioni.
In un posto sfigato come Biveno, di rado passavano autori interessanti, e Leonardo, il proprietario della Musa nonché suo capo, veniva contattato quasi solo da scrittori locali sconosciuti, che avevano vergato le loro sudate carte riempiendole di memorie familiari scritte in italiano ottocentesco da esporre poi con imbarazzo, tono monocorde e disturbi di memoria per amici e parenti che venivano ad applaudirli garbatamente. Ogni tanto capitava l'ex partigiano che narrava con brio imprese compiute su per le Alpi in tempo di guerra, ma erano occasioni rare. E quindi, di solito, il factotum della libreria – cioè lui – doveva spostare banconi, sistemare sedie e asciugare pavimenti allagati da ombrelli sgocciolanti solo per un'oretta di noia mortale.
Quel giorno, però, l'occasione era diversa: le autrici di Death is not the worst, che avevano contattato la Musa dicendo che “ne avevano sentito parlare molto bene da amici”, non arrivavano a ottant'anni nemmeno a sommarle insieme, e in più parlavano di urban fantasy. Un gradevole cambiamento, se non fosse che Leo, raffreddato, gli aveva detto “Ivagn, presendale te ti pregho, che io sto morendo”.
E così eccolo tra le due agguerrite fanciulle, seduto su uno sgabello che proprio quel giorno aveva deciso di traballare, a cercare di non ingobbirsi e non arrossire mentre cercava di districarsi tra centomila possibili domande (perché il foglietto su cui se le era appuntate se l'era ovviamente perso mezz'ora prima dell'inizio). Le prime, più generiche – per presentare le autrici e il romanzo – erano filate lisce e magari sarebbe riuscito a concludere senza morire per qualche figuraccia di fronte al nutrito gruppetto di lettori convenuto alla libreria. Poi ne erano seguite altre per spaziare su vari argomenti: da “a parte il seguito di DINTW, avete altri progetti di scrittura da portare avanti insieme? O state lavorando a romanzi ciascuna per suo conto?” “Io ho parecchia carne al fuoco, tre progetti da sola e altri a quattro mani che non vedo l'ora di scrivere. La cosa meravigliosa del nostro sodalizio è che davvero sole non lo siamo mai...” aveva risposto Helena e Julia aveva concluso, quasi fossero in grado di pensare con un'unica mente... “Ci aiutiamo sempre a vicenda, anche nelle nostre imprese singole, a due mani. Si può dire a due mani?” a “avete altri interessi in campo artistico, a parte la scrittura? Un talento nascosto in altri campi dell'arte, intendo: disegno, musica...?” E così si era scoperto che Helena amava disegnare e creare concept art ispirate alle sue storie per ritrovare la concentrazione giusta per scrivere, e che invece Julia suonava la chitarra elettrica e restaurava opere d'arte. Di alcune domande era molto soddisfatto, perché avevano generato una bella discussione anche tra gli intervenuti, come “Anche voi, come altri autori, avete inserito nel libro personaggi che vi somigliano almeno per alcuni tratti fondamentali?”
“Devo dire che qualcosa di te c'è sempre, anche se il personaggio non ti somiglia, però resta pur sempre parte del tuo mondo. Filtra attraverso i suoi occhi il pensiero dell'autore, anche se completamente diverso dal suo” rifletté Helena, lasciando poi la parola a Julia... “Come ha detto giustamente Helena, il modo di sperimentare e osservare il mondo di un personaggio potrebbe essere simile al tuo, anche se le considerazioni e i risultati finali possono essere diametrali. Un personaggi in tutto e per tutto simile a te autore non può esistere, o saresti tu. E sarebbe inquietante.”, oppure “Vi piacerebbe vivere nel mondo del vostro romanzo, o meglio andare sul sicuro e dire no grazie?”. Helena e Julia avevano risposto all'unisono: “No, per favore. Siamo persone troppo pigre e legate alla vita per finire tra le fauci di un Predatore” E poi una delle due gli aveva chiesto “E tu ci vivresti, in un romanzo che ti piace?” imbarazzandolo tantissimo, perché la risposta sincera sarebbe stata la mia vita è già un romanzo. Di vampiri, per la precisione. Aveva svicolato, ma gli era costata fatica.
“Infine, per l'ultima domanda, stupiteci” disse Ivan, con un mezzo sorriso e lo sguardo che scorreva sul pubblico senza incrociare gli occhi di nessuno. “Che cos'ha il vostro libro – o i vostri personaggi – che nessuno si aspetterebbe? In particolare, per quanto riguarda i Predatori e la loro natura? Da dove vengono queste figure?”
La risposta era stata semplice ma d'effetto. “La cattiveria”. Julia aveva sorriso e aggiunto: “Dal modo in cui l'abbiamo narrato, al modo in cui si comportano i personaggi... DINTW è una storia cattiva, ma senza la componente di giudizio morale che ci si potrebbe aspettare. I Predatori vengono da ogni cultura, da ogni tempo e si presentano come l'archetipo di ogni mostro o leggenda esistente. Sono la giustificazione a ogni terrore notturno dell'Uomo, a demoni, licantropi, vampiri, perché alla fine si comportano come un insieme di tutte queste figure e...”
Qualcuno dal pubblico tossicchiò.
Era un tipo stravagante, stravaccato alla bell'e meglio in ultima fila. Fino a quel momento se n'era stato zitto, perdendosi di tanto in tanto a fissare il soffitto o le scarpe con aria distratta. Indossava una camicia a quadri, le maniche arrotolate a scoprire gli avambracci, e un cappello da cowboy dal quale sbucavano ciuffi di capelli biondastri. “Scusate...” Si sporse sulla sedia e, rivolgendosi direttamente alle due autrici come se Ivan neanche esistesse, disse: “Non sarebbe meglio evitare di dire troppo su certe cose? Non credo sia...” fece un sorrisetto. “Salutare.” L'accento dell'uomo era straniero, inglese o forse americano. Ivan era perplesso, cosa ci faceva lì quel tizio che sembrava appena uscito da un film di Clint Eastwood?
Helena impallidì, deglutendo appena. “Si tratta solo di un romanzo, avanti Xan... ehm, signore, se ne rende conto, vero?” La ragazza allungò la mano, stringendo quella di Julia che osservava l'uomo, sbigottita. “Esatto, è un'opera di fantasia non pensiamo possa essere dannosa per nessuno. O no?”
Il tizio le fissò senza più alcuna luce scherzosa nello sguardo. “Come volete voi. Io vi ho avvertito...” Tirò fuori il cellulare di tasca, controllò rapidamente il display per vedere chi lo stava facendo ronzare e si alzò. “Ora, se volete scusarmi, abbandono la gradita compagnia, ma affari urgenti mi reclamano... In quanto a voi tre, ci rivedremo in giro, suppongo. Non sarebbe male fare due chiacchiere insieme, con più tempo a disposizione.” Fece un cenno brusco col capo e aggiunse: “Perdonate se il libro non lo compro, ma che dire... la mia vita è già un romanzo.”
Ivan quasi cadde dallo sgabello, ma il tizio non se ne accorse: uscì mentre rispondeva alla chiamata con un “Julius, arrivo, arrivo! Attaccando dove...?”
Le due autrici si scambiarono un'occhiata rapidissima, che Ivan scelse di non notare. Si schiarì la gola tra gli sguardi perplessi del pubblico rimasto e cercò di concludere più in fretta che poteva. Chissà perché, quel tizio strambo gli aveva lasciato addosso un pessimo presentimento. “Bene, visto che si è fatto un po' tardi, a questo punto chiederei se ci sono domande tra il pubblico...?”
Con un po' di fortuna, e se avesse giurato a Leo di arrivare prestissimo il mattino dopo e rimettere a posto le sedie quando ancora la serranda era abbassata, nel giro di mezz'ora avrebbe potuto fiondarsi a casa.
Prima che calasse il buio."